Padri E Figli

Di: - Pubblicato: 27 giugno 2016

Era il Giugno del 1978, di un secolo passato con la velocità di un lampo. La mia “notte prima degli esami” la ricordo perfettamente, poca ansia e tanta voglia che arrivasse il giorno dopo. Oggi leggo i giornali e guardo le tracce della prova scritta d’italiano. Una in particolare cattura la mia attenzione e mi spinge a tornare su quei banchi per scriverlo oggi, quel tema: il rapporto Padre-Figlio.

foto x art Maurizio Anelli

Sarebbe un tema profondamente diverso da quello che avrei scritto allora, quando la mia storia era appena cominciata e pensavo che il mondo non mi avrebbe mai fatto nessuna paura. Sono passati molti capelli bianchi da quell’estate del 1978, per questo il mio tema oggi non potrebbe essere diverso. Ed è giusto così, è naturale. Oggi sono io a essere padre, la mia maglia di figlio è ripiegata in un cassetto insieme ad un po’ di nostalgia e qualche rimpianto. Nostalgia per quei momenti di semplice felicità che mio Padre ha saputo regalarmi e che oggi hanno un profumo antico e dolce, rimpianti per le parole che non ci siamo detti e per quelle che a volte ci hanno messo uno di fronte all’altro, qualche volta uno contro l’altro, in una sfida senza vincitori. Oggi capisco il senso di quella sfida, era giusto che ci fosse ed era naturale che nessuno potesse vincerla. Forse nessuno “voleva” vincerla davvero. Da lui ho imparato molto e di lui ho capito ancora di più soprattutto mentre si avvicinava il momento dei saluti. Ho capito prima di tutto la sua forza e la sua dignità, capace di passare attraverso sconfitte e vittorie mai condivise fino in fondo con nessuno, ma tenute dentro di sé come qualcosa che andava conservato e custodito con pudore. Ho capito tutto l’amore intenso che aveva per noi e per la sua terra, anche se mai dato a vedere fino in fondo. La sua storia di uomo dalle origini contadine e prestato alla fabbrica, passando attraverso la guerra voluta da un regime fascista, è una fotografia in bianco e nero che mi ha raccontato e insegnato il valore della memoria. Mi ha insegnato che quel privilegio di vivere e contestare che io ho avuto negli anni ’70 lui non l’ha mai potuto conoscere. Lui che ha sempre dovuto ricostruire la sua esistenza, passando dai monti dell’Appennino alla Francia per ritornare poi fra quei monti e ripartire una seconda volta nel dopoguerra per costruire finalmente la sua vita. Lui, che oggi mi regalerebbe forse qualche confidenza in più vedendo l’uomo e non il ragazzo di allora, la sua vita l’ha costruita davvero.

Per questo ho capito, tardi ma in tempo, la sua voglia di solitudine alla fine della sua stagione, come a scrivere in silenzio il bilancio di un cammino mai davvero facile.

C’è un tempo per ogni cosa e guai se così non fosse.  Le parole non dette a volte sono un tarlo che fa male e consuma e vorresti rimediare urlandole tutte in una volta, tutte insieme, come a  riavvolgere la pellicola e provare a riscrivere il film con la consapevolezza di oggi e la bella e giusta arroganza dei diciott’anni. Ma non è così, la pellicola è avvolta e il film è quello  scritto, può piacere o no ma è così. E, tutto sommato,  è un bel film: ricco di emozioni belle e importanti, qualche colpo di scena affascinante e una bella colonna sonora. E, soprattutto, il film non è ancora finito. C’è ancora molto da scrivere e da vivere, c’è ancora un tempo. Adesso tocca a me la maglia di padre, tocca a me capire e accettare che la strada fra padri e figli arriva sempre a un bivio che non divide, ma indica semplicemente che le strade devono o possono essere diverse. Capire e accettare questo bivio è il punto di equilibrio di un sentimento che non potrà mai venire meno, perché è un sentimento che si nutre di libertà e di scelte, di rispetto. Solo riuscendo a vivere tutto questo si può costruire un rapporto capace di essere un legame che unisce profondamente due storie che possono e devono prendere strade diverse.

Solo prendendo strade diverse ci s’incontra sempre e non ci si perde mai.

Nel Giugno del 1978 non lo avrei scritto in questo modo il tema, ma è giusto così.

 

Maurizio Anelli