Per Un Pugno Di Dollari

Di: - Pubblicato: 12 Ottobre 2020

di Maurizio Anelli.

I can’t breathe“.

George Floyd non riusciva più a respirare e per nove minuti ha ripetuto questa frase al suo assassino e ai suoi complici che hanno assistito all’esecuzione senza intervenire. I filmati della “body camera” dei poliziotti confermano tutto. Derek Chauvin è stato l’esecutore materiale, schiacciando con il suo ginocchio il collo di George per quei nove interminabili minuti; Thomas Lane, J. Kueng e Tou Thao, stavano a guardare, impassibili e sicuri che la divisa che indossavano li avrebbe protetti.

Succede, in ogni parte del mondo, che una divisa regali questo senso di onnipotenza e di impunità.

Oggi i poliziotti di Minneapolis, in Usa, sono tutti liberi dopo il pagamento di una cauzione perché con un pugno di dollari si compra tutto, soprattutto in America. La libertà di Derek Chauvin vale un milione di dollari e qualcuno l’ha pagata senza battere ciglio. Per lui, come per gli altri tre, il divieto di lavorare per le forze dell’ordine, contattare la famiglia di George Floyd e l’obbligo di consegnare armi e licenze.

Certo, dovrà comparire in tribunale insieme ai suoi complici per il processo previsto non prima della prossima primavera e dove dovrà rispondere di omicidio di secondo grado. Certo, rischia fino a 40 anni di carcere ma intanto è nella sua casa, praticamente libero. Quindi, se la libertà di un assassino in divisa vale un milione di dollari quanto vale la vita di un afroamericano per la legge americana?

Fino a pochi decenni fa non valeva nulla, oggi vale poco di più ma non arriverà mai a valere quanto la vita di un bianco. Se poi il bianco è un agente di polizia il pareggio è un risultato impossibile, ma questa non è una prerogativa soltanto americana e vale ovunque nel mondo, a qualsiasi latitudine e con qualunque potere, da Minneapolis a Genova, da Louisville a Roma passando per Ferrara, in questa Terra dove tutto è possibile e dove la polvere e i dollari si confondono.

Il 16 ottobre 1968 Tommie Smith e John Carlos correvano sulla pista olimpica di Città del Messico la finale dei 200 metri, correvano forte come se non avessero altro tempo a disposizione e il tempo ha capito tutto. Ha capito la rabbia e la ribellione, ha capito il cuore che batteva in quella corsa e in quel pugno nero alzato al cielo, sbattuto in faccia alla bandiera a stelle e strisce e a quell’inno che solo un nero come James Marshall “JimiHendrix, ha saputo rendere memorabile con un accordo di chitarra. Il tempo ha capito e ha raccolto quella corsa e quei pugni neri, li ha consegnati alla storia perché solo la storia resiste agli uomini e alla loro violenza, vuota e stupida. Smith e Carlos correvano per tutti quei neri d’America che non potevano farlo perché schiacciati come mosche nella terra del sogno.

Per loro quel sogno era un incubo che durava da secoli, secoli di schiavitù e di diritti negati.

Quei pugni avvolti nel guanto nero sono un simbolo di resistenza e di lotta anche nell’America di oggi, e sono tornati nelle strade e nelle piazze da Minneapolis a New York, sono tornati ad alzarsi verso quel cielo come nel 1968 sulla pista olimpica. Sono tornati per gridare rabbia e ribellione, diritto ai Diritti, rispetto; ma in quei pugni dentro un guanto nero c’è anche un’infinita quantità di amore, di voglia di vivere una vita che sia degna e non negata. Ma è difficile guardare con attenzione la vita degli altri, capirne le emozioni e i sentimenti. È molto più facile soffermarsi sugli aspetti superficiali, sulla protesta che poi sfocia in atti violenti. Certo, dopo la morte di George Floyd l’America ha conosciuto la protesta afroamericana che in alcune occasioni è diventata violenta ma quel tipo di violenza ha mille motivi per essere capita: uno di questi motivi ha il volto del Presidente degli Stati Uniti, il volto di molti uomini della Polizia, oppure quello dei suprematisti bianchi che inneggiano alla segregazione razziale. Sono gli elementi di una società bianca cara al presidente Trump e ai suoi “consigliori”, Steve Bannon su tutti, perché rappresentano la fetta più ampia della sua base elettorale. Sono l’argine, o il muro divisorio, che l’America ha edificato da sempre. Nell’ultimo confronto televisivo per la campagna presidenziale, il 30 settembre scorso, il presidente Trump ad una precisa domanda sui suprematisti bianchi “Proud Boys” ha risposto rivolgendosi direttamente a loro con un sinistro “Stand back, and stand by” che tradotto in italiano significaState indietro e state pronti”.

La morte violenta di George Floyd, come altre nel corso degli anni, si inserisce in quel contesto di supremazia bianca che continua ad essere l’angolo cieco e buio da cui l’America non riesce ad uscire.

Il sito mappingpoliceviolence.org è un atto d’accusa preciso e aggiornato sull’operato della polizia USA. I dati sono impressionanti: nell’anno 2019 sono più di mille i morti in seguito alle violenze della polizia e di questi il 25% erano uomini e donne di colore. Irrisorio il numero degli agenti inquisiti e processati da un tribunale. C’è, in America, un ritorno ad un passato che non è mai stato così vicino come oggi. Poi c’è tutta la gestione della pandemia da Covid che ha allargato ancora di più la forbice delle diseguaglianze sociali, a danno dei neri e di tutte le etnie più povere e svantaggiate.

L’America non è però l’unica parte del mondo dove trovano spazio i fantasmi del passato.

Il suprematismo e il concetto malato di “razza superiore”, il razzismo, la violenza istituzionale che diventa il muro su cui cadono il Diritto e l’uguaglianza sociale e umana, sono entrati nel salotto di casa un po’ ovunque, nel mondo occidentale e non solo. È in atto un profondo disegno di restaurazione e di normalizzazione, dove non c’è posto per l’uguaglianza. È una notte fredda, buia. Una notte dove incontrare una divisa sbagliata sulla propria strada può diventare un brivido di paura.

L’impunità che molti Governi concedono a chi abusa del potere concesso ci fa capire che non nasciamo e non cresciamo tutti con le stesse possibilità, c’è sempre un pugno di dollari che qualcuno può mettere sulla bilancia della “Signora Giustizia”, e il piatto della bilancia pende sempre da una parte.

Il 16 ottobre 1968 Tommie Smith e John Carlos correvano davvero forte ma quella corsa non è ancora finita, ci sono ancora duecento metri da fare tutti in un fiato, e poi altri duecento ancora, sempre con quel pugno alzato al cielo fino a quando sarà necessario. Quel pugno non stringe nessun dollaro, stringe solo un sogno di uguaglianza e libertà.

Soltanto dopo, quando non sarà più necessario, quel pugno chiuso potrà diventare una mano aperta.