Precarietà, Disoccupazione, Psiche

Di: - Pubblicato: 31 Ott 2016

Fronteggiare un’esistenza fondata sulla precarietà richiede la capacità reinventare se stessi e di piegarsi sempre, ma spezzarsi mai: una sfida non da tutti, che fino ad alcuni decenni fa si presentava più raramente.

Il lavoro si lega profondamente al significato e allo scopo della propria vita. Avere un’occupazione offre una collocazione ed un ruolo, ma oltre a ciò dà un senso, proprio inteso come direzione oltre che come significato, al percorso dell’esistenza e contribuisce significativamente a renderlo il più possibile coerente. Quando il lavoro viene a mancare o non è stabile, per ogni individuo viene abbattuta una parte centrale della concezione di sé. La centralità del lavoro per l’individualità è visibile nella quotidianità degli scambi sociali, fin dal momento in cui ci si presenta agli altri: prima il nome, poi la professione.

La perdita del lavoro viene spesso vissuta esattamente come un lutto, perché ciò che si spegne è una parte di se stessi. Tutto ciò espone a numerosi rischi che riguardano la salute psichica e fisica, ed insieme l’inevitabile impatto sociale ed economico.

La disoccupazione espone a rischi come l’isolamento sociale e la tendenza a fare del male a se stessi.

Con questo non si pensi solo al suicidio, nonostante siano numerosi i casi nelle cronache degli ultimi anni, ma anche a tutti quei comportamenti autolesivi e non salutari, come tabagismo e alcolismo. Il fattore medio tra precarietà e condotte insalubri è la condizione sociale disagiata, sia dal punto di vista economico che relazionale. In particolare gli abusatori di alcol mettono in atto il tentativo di evadere dalla frustrazione generata dallo status di disoccupato, dall’impossibilità di realizzare se stessi e dalla solitudine. Chi perde il lavoro tende infatti ad isolarsi a causa della vergogna e della paura del giudizio negativo da parte degli altri. La frantumazione della rete sociale è conseguenza ma, allo stesso tempo, diviene causa della difficoltà di reinserimento lavorativo, creando un circolo vizioso da cui è difficile divincolarsi.

L’instabilità lavorativa porta con sé una perdita di equilibrio interiore che rischia di intaccare diversi aspetti della persona, compreso quello psicologico.

Alcune delle principali cause dello stato depressivo sono proprio il lavoro atipico e la disoccupazione, mentre tra i fattori lavorativi influiscono negativamente l’instabilità della posizione e la sproporzione tra dedizione e gratificazione, non solo economica. Crisi e precarietà possono fungere da cause o da amplificatori in condizioni preesistenti o di predisposizione. Alcuni degli aspetti intaccati dalla perdita del lavoro sono la prospettiva futura, il senso di utilità ed il valore di sé: questi potrebbero essere alcuni dei trait d’union tra disoccupazione, depressione e suicidio, che ne rappresenta l’esito più drammatico.

Una categoria che soffre particolarmente le dinamiche lavorative attuali, è quella dei lavoratori senior.

I giovani sembrano tollerare molto meglio l’incertezza professionale, mostrando una maggiore capacità di riorganizzare la propria vita di fronte alle intemperie e raggiungendo più facilmente i risultati desiderati (Malaguti, 2005). Al contrario, i più maturi sentono di perdere valore, sia personale che professionale, nel momento in cui nessuno investe più su di loro.

Il risultato può essere una crisi interiore che non agevola il rapporto intergenerazionale ed il passaggio di testimone, che oltre a legarsi a fattori economici assume anche significati emotivi e simbolici.

 

Laura Magni, Psicologa