Qualcuno Era Comunista

Di: - Pubblicato: 20 febbraio 2017

Di Maurizio Anelli

 

21 Gennaio 1921, Livorno, in un teatro della città nasce il Partito Comunista Italiano. È una data di straordinaria importanza per il Paese che vede il XVII Congresso del Partito Socialista concludersi con la scissione del Partito stesso. Agli storici il compito di raccontare e analizzare le ragioni e i fatti di quel congresso che portarono a quella Conclusione. A me, più semplicemente, basta e la consapevolezza che Il Novecento in Italia, da quel giorno, racconta di un Partito che ha avuto un ruolo importante e straordinario nella storia di questo Paese. Una storia ricca di emozioni e sentimenti, di errori e contraddizioni ma una storia viva, pulsante di umanità.

Perché quel Partito Comunista è stato capace di offrire un’occasione di riscatto e dignità a una moltitudine di donne e uomini ai margini della società italiana di quel tempo e capace poi, nel secondo dopoguerra, di interpretare i sogni e le speranze di milioni di operai e contadini, di cittadini. La prima crepa nel muro di quella casa che sembrava così sicura si apre a Bologna, nel 1989: è in quell’occasione che quel Partito comincia a costruire la propria fine, nella svolta della Bolognina: è il preludio che porterà nel febbraio 1991 allo scioglimento del Partito Comunista Italiano.  Ma anche quando un Partito decide di sciogliersi restano i milioni di donne e uomini, di militanti, di iscritti e simpatizzanti che ne hanno costruito la storia. È una storia fatta di lotte, di delusioni e sconfitte, ma anche di vittorie e di dignità umana e politica scritta intorno e insieme a chi ha guidato quel Partito nel corso dei decenni: da Antonio Gramsci a Palmiro Togliatti, fino ad Enrico Berlinguer. E tanti altri ancora, come quello splendido eterno ragazzo di Pietro Ingrao che voleva “la luna”. Non sono mai mancate le contraddizioni e le discussioni infinite dentro e fuori dal Partito. Ma c’era sempre quel sentire comune, quel senso di appartenenza, quell’orgoglio di sentirsi Comunisti, uniti comunque. Troppo forti, e troppo belli, i valori che garantivano quel sentire comune: l’antifascismo, l’impegno dei Comunisti nella guerra Partigiana di Liberazione, la lotta contro la mafia. E poi la lotta dalla parte giusta, perché tutti sapevano quale era la parte giusta: accanto ai lavoratori, alle classi più umili, accanto all’idea che un mondo migliore si doveva e poteva costruire. E poi lo strappo da Mosca, tardivo certamente ma  estremamente significativo  e ricco di dignità e coraggio, l’impegno nella fiducia nell’Eurocomunismo, e la lotta davanti ai cancelli della FIAT.

Giorgio Gaber scriveva e raccontava che “…Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona. Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita. No, niente rimpianti…”.

Giorgio Gaber aveva ragione, e aveva capito tutto meglio e prima di altri. Per anni mi sono sentito fiero e orgoglioso di avere in tasca quella tessera del PCI, iscritto e militante.

E ora ? E ora quel Partito che non c’è più da tempo, che negli anni ha cambiato nome, uomini, bandiere, quel Partito che oggi ha dimenticato radici e origini è di nuovo ad un bivio. Forse si scioglierà nuovamente o forse no, forse continuerà a inseguire consensi e voti o forse no. Forse saprà rinnovarsi e ritrovare antichi ideali, o forse no. Ma questi ultimi anni hanno già fatto il loro corso e quel Partito che guardava alle masse e alle fasce più umili  e povere del Paese non c’è più da tempo. Enrico Berlinguer era davanti ai cancelli della FIAT, sapeva sicuramente che quella sarebbe stata l’ultima battaglia e che si sarebbe conclusa con una sconfitta. Lo sapeva, ma davanti a quei cancelli decise di esserci comunque perché era giusto essere lì in quel momento, fianco a fianco con i lavoratori. Come a rassicurarli che lui e il Partito erano con tutti loro, a prescindere, senza paura. Oggi si ha paura di fare scelte simili a quella, oggi ci si occupa di altri affari e si stringono mani diverse.

Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao

La storia dei partiti, tutti, è fatta anche di lotte interne, di correnti, di pensieri diversi ma questi ultimi anni hanno raccontato molto di più: l’allontanamento sempre più marcato dalla propria storia, dalle proprie radici e dalle proprie origini. Hanno raccontato di un Partito che sempre di più assomiglia a un comitato di affari: il potere per il potere, fine a se stesso.  Senza passione e senza l’orgoglio di un’appartenenza. Forse non si arriverà ad una scissione, o forse si. Quello che è certo è che un’epoca si è chiusa davvero e quel passato non esiste più. Il cambiamento ha volutamente calpestato decenni di storia e di passione politica, ed è stato un lavoro portato avanti con un cinismo scientifico e sprezzante verso la propria storia. Ma quella storia non esce sconfitta, perché quella storia è scritta e quello che è scritto rimane. A uscire sconfitti sono gli uomini che hanno determinato questo processo che lascerà macerie e su cui si avventeranno gli avvoltoi di sempre, coloro che non hanno mai capito davvero il valore della passione politica e dell’appartenenza ad un ideale. “Compagni, proseguite il vostro lavoro… casa per casa… strada per strada…” sono state le ultime parole pronunciate da Enrico Berlinguer sul palco di quella piazza a Padova. Enrico, semplicemente Enrico come tutti lo chiamavamo. Il senso della passione è tutto in quelle semplici parole, casa per casa e strada per strada. Quella strada che è stata persa giorno dopo giorno, perché si sono inseguite altre strade e si è volutamente dimenticata l’unica strada che un Partito deve camminare: quella che corre accanto alla gente, sentendosi parte di loro, con l’orgoglio di essere sempre parte di loro.

Sì, Giorgio Gaber aveva davvero ragione: “…E ora? Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. Due miserie in un corpo solo.”