Quella parola che non conoscevo

Di: - Pubblicato: 5 Aprile 2020

Di Maurizio Anelli.

C’è una parola che ne custodisce mille, le racconta e regala un volto a tutto quello che è difficile spiegare. Pensieri e sentimenti che volano alti mentre altri volano via, come a proteggere sé stessi e gli altri da una tristezza che ferisce nel profondo, dove le cose più presenti sono quelle che mancano. In Portogallo e in Brasile questa parola ha un nome preciso, la chiamano Saudade.

Nostalgia, certo, ma non solo. Nella saudade c’è qualcosa che va oltre la nostalgia, e forse mai come in questo momento riusciamo a coglierne fino in fondo tutte le sfumature. Qualche volta assomigliano al vuoto che si porta via tutto quello che riesce a prendere: volti, persone, sentimenti, posti. Si prova a capire, si prova a lottare per riprendere per mano quello che manca e quello che si è perso. È una battaglia difficile, perché riguarda quello che eravamo e quello che saremo, ma soprattutto quello che siamo. C’è un passato, ci sarà comunque un futuro ma, adesso, c’è un presente che detta le regole. Non esistono battaglie facili e questa è difficile più di qualunque altra, difficile da spiegare, bisogna solo viverla. Siamo dentro quella linea di confine che, una volta superata, permette di scavare fino in fondo alla nostra anima e ai nostri pensieri.

Nessuna storia collettiva è separata dalle storie individuali che costruiscono l’insieme, le ferite individuali sono parte di quell’insieme e ognuno prova a curare le proprie ferite come riesce e come può, e a volte l’insieme non è capace di percepire quanto può essere profonda la ferita individuale. L’isolamento che stiamo vivendo in questa notte che sembra non finire è quella linea di confine che scava dentro di noi. Possiamo superarla, ma dobbiamo crederlo fino in fondo consapevoli che pagheremo un prezzo e che quel prezzo sarà alto. Qualcosa che non pensavamo di affrontare ha minato dall’interno le nostre certezze, le nostre forze, e ci costringe a fare i conti con le fragilità e le paure che avevamo tenuto a bada per tanto tempo. Ma paure e fragilità sono una componente umana che non possiamo fingere di ignorare, convivono con noi. Dobbiamo superare quella linea di confine, lo dobbiamo a noi stessi e a tutto quello che ci ha permesso di vivere fino a prima, a tutto quello che ci ha accompagnato sulla nostra strada: le idee e le passioni, le amicizie, gli affetti, la dignità che ci ha sempre permesso di camminare a testa alta.

Poco o niente potrà essere uguale a prima, ma nella vita c’è sempre un dopo. È a quel dopo che dobbiamo guardare, anche con rabbia se necessario perché la rabbia è una vitamina essenziale della vita, non dovremo vergognarcene e nasconderla ma amarla, desiderarla come si desidera un amore.

MalcolmX sosteneva che “… gli uomini quando sono tristi non fanno niente, si limitano a piangere sulla propria situazione. Ma quando si arrabbiano allora si danno da fare per cambiare le cose…”.

Condivido e faccio mio questo pensiero, lo considero un insegnamento. Le persone migliori che ho incontrato sulla mia strada, quelle che mi hanno insegnato a non chinare mai la testa, quelle che mi hanno regalato le emozioni più belle e il sorriso più pulito, quelle che non hanno mai avuto bisogno di una maschera di ipocrisia per affrontare la vita a viso aperto, non hanno mai nascosto la loro rabbia. Credo che quelle persone amassero e amano la vita più di chiunque altro. La prima persona ad insegnarmi questo valore è stato mio padre, poi ne sono venute altre. A queste persone devo molto.

Poco o niente potrà essere uguale a prima, ma quel dopo e quel domani che dovrà pur arrivare lo sapremo ri-costruire. Questa notte non dovrà e non potrà essere dimenticata, perché le ferite non vanno dimenticate. Le ferite si curano e si disinfettano, ma restano dentro di noi. Non è vero che il tempo guarisce tutto, è un’altra bugia che spesso gli Uomini si raccontano per dimenticare. Io non voglio dimenticare nulla, voglio ricordare tutto. Voglio, ma sarebbe meglio dire vorrei, che quello che stiamo vivendo sia l’ennesimo insegnamento per capire che un mondo diverso è possibile e, soprattutto, è necessario. Non voglio dimenticare chi ha avvelenato il pozzo in questi anni costruendo e inventando nemici e invasioni, seminando odio e razzismo a mani aperte, non voglio dimenticare chi ha distrutto il valore sociale e la sanità pubblica e oggi ha bisogno degli “eroi” per salvare vite umane, non voglio dimenticare che ha costruito le proprie carriere politiche e il proprio potere seppellendo ogni goccia di umanità. Non voglio dimenticare chi ha chiuso i porti e scritto decreti fascisti. Non voglio dimenticare chi ha sulla coscienza gli accordi con la Libia e il cimitero del Mediterraneo. Non voglio dimenticare chi non ha mai mosso un dito contro le mafie ma ha mosso entrambe le mani contro le ONG, chi ha amministrato regioni e città come fosse “cosa” loro.

E, uscendo dal giardino di casa nostra, non voglio dimenticare la faccia e il nome di chi mostra tutto il suo disprezzo verso quel mondo di invisibili condannati a morire dai vigliacchi che si credono immortali: dagli indios delle foreste brasiliane alle favelas di Rio che Bolsonaro lascerà morire, dalla striscia di Gaza a chi muore nei campi profughi, a chi scappa dalle guerre ma non potrà scappare da un virus. No, non voglio dimenticare nemmeno una virgola di tutto questo. Voglio ricordare nomi e cognomi, carriere e poteri, per combatterli sempre finché ne avrò la forza, fino all’ultima goccia.

Guardo fuori dalla finestra e, per la prima volta, osservo la primavera attraverso un vetro. Lei non si è accorta di niente e fiorisce come sempre. La primavera non si accorge delle città deserte e dei giardini senza il vociare dei bambini che giocano. Anzi, nei giardini di Milano sono tornate le lepri, come non si vedeva da anni. Guardo la primavera e ascolto il suo silenzio. È un silenzio amaro e che resterà per sempre nella memoria e nel cuore, ma quel silenzio chiama tutti noi a ritornare nelle strade e nelle piazze, nei parchi. Potremo farlo un giorno, sapremo aspettare quel tempo, e se sapremo superare quella linea di confine forse potremo anche essere migliori… forse. Molto dipende da noi, noi che siamo quell’insieme che deve ancora imparare a capire e ad ascoltare il silenzio di chi si prende cura delle proprie ferite in un silenzio ancora più grande, con dignità. Quando avremo imparato anche questo allora saremo davvero pronti a guardare avanti una volta ancora, saremo pronti per tornare a ridere e a cantare ancora in una piazza. Adesso so cos’è la saudade, e capisco che per capirla veramente bisogna viverla. Provo a conviverci, provo ad andare oltre quella linea di confine, voglio andare avanti e provo a farlo insieme a quel mondo che sento mio.

Ma teniamoci cara la nostra rabbia, senza nasconderla nell’ipocrisia di una maschera, perché questo fottuto mondo non si cambia chiedendo il permesso.