Quella Sera A Milano Era Caldo

Di: - Pubblicato: 16 Dicembre 2019

Di Maurizio Anelli.

Sabato 14 dicembre 2019. Sulle strade di Milano si scrive musica e si legge Giuseppe Pinelli, Pino. Si canta e si suona, si danza con la vita e con la memoria al ritmo di chitarre e fisarmoniche, violini e tamburi. Una ragazza suona l’arpa e l’arpa non è un bagaglio semplice da trasportare sulle strade del centro di Milano dove il pavé e le rotaie segnano il tempo. Ma la fatica non è un peso quando viaggia abbracciata al cuore e a un sorriso. Perché l’abbraccio di Milano a Pino è un lungo sorriso che, per un giorno, nasconde e protegge la tristezza e l’amarezza, un sorriso che parte da piazza Fontana e arriva fino a piazza Cavour.

Foto di Maurizio Anelli

Solo due giorni prima Palazzo Marino ha accolto il Presidente della Repubblica che ha ricordato il cinquantesimo anniversario di una ferita profonda che brucia sulla pelle di Milano, e che non si rimargina. Certo, è la prima volta che un Presidente della Repubblica arriva a Milano per la strage di piazza Fontana ma questo passo, dopo cinquant’anni, non può bastare se rimane solo un passo. Perché un cammino si compia davvero, servono cento passi ancora, e questo Stato non vuole compierli. Eppure sono cento passi semplici da compiere, servono solo coraggio politico e rispetto verso il Paese. Il primo passo è il più facile: aprire gli armadi e fare uscire, uno per uno, tutti gli scheletri che da cinquant’anni sono nascosti e protetti. Quando il Presidente della Repubblica afferma che “…l’attività di depistaggio di una parte di strutture dello Stato è stata doppiamente colpevole” afferma una verità che è palesemente raccontata dalla storia di questi cinquant’anni e allora è necessario compiere un secondo passo: fare nomi e cognomi di chi ha depistato, nascosto, protetto. Aprire il libro dei servizi segreti, affrontare pubblicamente la storia di Gladio e degli intrecci nazionali e internazionali di chi ha governato e pilotato la stagione delle stragi, chi ha voluto e costruito quella strategia della tensione che ha ferito a morte questo Paese. I passi continuano e dopo i primi due ne vengono altri: ammettere che il ruolo dell’informazione in quella stagione è stato un ruolo devastante e ricordare che, fatte salve pochissime eccezioni, la televisione di Stato e i principali giornali dell’epoca hanno sempre avallato le tesi dei governi e delle procure che buttavano il mostro in prima pagina, guai a parlare di servizi deviati, di collusione fra i movimenti fascisti e troppi apparati dello Stato. Sono stati decenni di silenzio, complice e vergognosamente colpevole, che oggi non hanno bisogno di alcuna pacificazione ma solo di verità dette a voce alta, senza retorica e senza ipocrisia. L’equiparazione dei fatti e delle persone, della storia e dei destini di ognuno di noi, non è una cosa che si possa accettare e condividere. Ognuno di noi sceglie una strada su cui camminare, e su quella strada si fanno scelte di vita delle quali si è responsabili fino in fondo. Questo Paese, come ogni Paese del mondo, ha un suo libro di storia e in quel libro ci sono anche pagine terribili che devono essere chiarite. Ogni generazione ha le sue pagine di cui chiedere conto e delle quali non ha mai avuto una parola dallo Stato: la mia generazione chiede il conto di quegli anni dove la vita era una scommessa da vincere quando entravi in una banca, quando manifestavi in una piazza di Brescia, quando prendevi o aspettavi un treno alla stazione di Bologna, quando prendevi o aspettavi un areo che volava sopra il mare di Ustica. La mia generazione ha conosciuto la paura per quella “strategia della tensione” della quale, ancora oggi, nessuno ci ha ancora spiegato nero su bianco com’è nata e chi l’ha voluta e costruita. Certo, lo sappiamo benissimo com’è nata e chi l’ha voluta e costruita, ma vorremmo che fosse lo Stato a dircelo in faccia facendo nomi e cognomi, perché questo deve fare uno Stato che davvero voglia essere credibile. Ma lo Stato non l’ha ancora fatto, e allora la parola “pacificazione” non la riconosco come mia perché ne preferisco un’altra: verità. Credo che ognuno di noi debba sentire dentro di sé il bisogno di dire grazie a chi ha saputo mantenere viva la memoria, goccia dopo goccia. Mantenere e trasmettere la memoria non è solo un dovere verso le generazioni che verranno, non è solo rispetto verso chi è stato offeso e umiliato nella vita. Mantenere e trasmettere la memoria è anche un diritto che ognuno deve sentire, il diritto di chiedere e pretendere che non cali il velo del silenzio e dell’oblio su quello che è stato, il diritto di rendere giustizia a chi non può più parlare e si affida allora alla voce di chi ancora può farlo. Spesso gli altri ci ricordano tutti i nostri doveri dimenticando che ognuno di noi ha il diritto di avere diritti.

Ho camminato per le strade di Milano sabato 14 dicembre 2019, in un bellissimo sabato di sole. Ho camminato accanto a compagni di strada e di vita, quell’idea di vita che è la sola che mi appartiene. Ho camminato quella strada partendo da Piazza Fontana in una bellissima giornata di sole, guardando quelle “pietre d’inciampo” dedicate alle vittime di una bomba fascista messa dentro una banca e guardano quella rotaia spezzata, ricoperta di fiori, che racconta a Milano che Pino Pinelli era un uomo onesto e pulito, entrato nella stanza sbagliata della sua vita e mai più tornato a casa. Questo chiedeva il “sistema” in quell’inverno del 1969 e questo il “sistema” ha fatto, obbediente e complice. Qualcuno credeva che quella finestra sarebbe rimasta chiusa per sempre, confidando sul dolore e sulla rassegnazione.  Mai calcolo fu più sbagliato, perché mantenere e trasmettere la memoria è il diritto di dare voce a chi non può più averla.

Lo Stato è il mulino a vento contro cui spesso le voci si ritrovano sole, isolate e ignorate. Le stagioni passano ma il mulino a vento è ancora forte: e allora il pensiero va a Carlo Giuliani e Stefano Cucchi, a Federico Aldrovandi e Giulio Regeni, e più indietro nel tempo a Ilaria Alpi e ai tanti cui lo Stato ha negato la verità. C’è sempre un interesse da tutelare che per lo Stato vale più della vita umana, e dietro quell’interesse ci sono sempre un disegno di repressione e un progetto politico che non possono essere accettati. Se lo Stato ne è capace apra tutti gli armadi e dia tutte le risposte che ha sempre negato, perché noi saremo ancora lì per il cinquantunesimo anniversario, per il cinquantaduesimo… e avanti, fino a che avremo voce e forza. Siamo testardi, sognatori e rompicoglioni,  sempre dalla parte della strada che va in direzione ostinata e contraria. E poi una goccia diventa un fiume, ci vuole tanto tempo ma quand’anche il nostro tempo sarà scaduto saremo riusciti a trasmettere quella goccia di memoria ad altri che continueranno a camminare su quella parte della strada, anche loro in direzione ostinata e contraria.

Foto di Maurizio Anelli

“… Sor questore io ce l’ho già detto,

glielo giuro che sono innocente;

Anarchia non vuol dire bombe

Ma giustizia nella libertà…

Quella sera a Milano era caldo…”