Reato di tortura: il paradosso tutto italiano

Di: - Pubblicato: 3 luglio 2017

A cura di Mattia Cavalleri

 

Tra meno di un mese saranno passati 16 anni dai gravissimi fatti del G8 di Genova. Una pagina nera della storia italiana, una delle più buie degli ultimi venti anni. Amnesty International arrivò a definirli come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Tre giorni in cui successe di tutto: scontri sanguinari tra manifestanti e forze dell’ordine, l’uccisione di Carlo Giuliani, il blitz nella scuola Diaz e infine le torture subite nella caserma di Bolzaneto. Questo è proprio il termine più giusto, torture. Pochi giorni fa la Corte europea dei diritti umani ha definito l’irruzione nella scuola da parte delle forze dell’ordine come atti di tortura. Inoltre da Strasburgo si condanna l’Italia per non aver saputo punire adeguatamente (o proprio per niente) i colpevoli di tutti questi deplorevoli fatti. Anzi, i tanti poliziotti coinvolti sono riusciti a far carriera dopo Genova: uno su tutti, l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro, diventato presidente di Finmeccanica, oppure Franco Gratteri diventato capo della Direzione centrale anticrimine. Due anni fa ci fu anche un poliziotto, Fabio Tortosa, che dopo le condanne da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, scrisse sul suo profilo Facebook di non pentirsi dei fatti della Diaz, anzi che lo rifarebbe per altre mille volte.

Situazione paradossale dunque, possibile anche perché in Italia non esisteva il reato di tortura. Anzi, mi correggo: tutt’ora non esiste il reato di tortura. In questi giorni, però si sta discutendo in parlamento un decreto legge in materia. È già passato al Senato e ora dovrà essere discusso alla Camera per poter essere approvato. Bene, tutto risolto dunque, o forse no? Diverse associazioni umanitarie, tra cui Amnesty International e Antigone, che si occupano appunto di casi di torture, hanno definito il testo come “impresentabile”. Il ddl “punisce da 3 a 10 anni,  chiunque, con violenze o minacce gravi ovvero agendo con crudeltà cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza ovvero che si trovi in situazione di minorata difesa, se il fatto è commesso con più condotte ovvero comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”. Infatti per le associazioni umanitarie precedentemente citate è inaccettabile circoscrivere la tortura ai soli comportamenti ripetuti nel tempo.

A questo coro di disapprovazione, si sono uniti anche i magistrati, sia inquirenti che giudicanti, titolari dei processi sui fatti avvenuti nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, che tramite una lettera di tre pagine, indirizzata alla presidente della Camera, Laura Boldrini, hanno voluto contestare questo nuovo decreto legge. Una delle critiche mosse a proposito del decreto è sul punto delle “più condotte”: i magistrati infatti contestano che alcune delle più gravi condotte accertate nei processi, siano state realizzate in un’unica azione.
Una seconda critica viene mossa a proposito della relazione tra autore e vittima, perché dalla nuova normativa si parla di “custodia, potestà, vigilanza, cura o assistenza”, ma ad esempio nel caso dell’irruzione nella scuola Diaz, nessuna delle vittime era stata privata della libertà personale.

Il paradosso è servito: i gravi fatti avvenuti durante il G8 di Genova, già condannati come torture da parte della Corte europea dei diritti umani, non sono stati perseguibili come tali per la mancanza del reato di tortura. Tra poco, però, potrebbe esserci una legge in materia, ma comunque non potrebbe essere usata per i fatti del luglio 2001 nel capoluogo ligure. Ancora una volta l’Italia si sta dimostrando incapace di imparare dai propri errori.