Riace E La Calabria, Una Foresta E Dieci Piccoli Alberi

Di: - Pubblicato: 8 ottobre 2018

Di Maurizio Anelli.

“ In Calabria è stato commesso il più grave dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile di chi vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé. ” (Pier Paolo Pasolini)

 

C’è una vecchia fotografia impressa nella mente e negli occhi di gran parte degli italiani. È una fotografia ingiallita dal tempo e dalla storia a tal punto che sembra impossibile poterle restituire i colori che merita e che le appartengono. È la fotografia di una terra arsa dal sole e da un mare che la stringe in un abbraccio forte, come se volesse proteggerla dagli sguardi severi e diffidenti di chi la teme e non si fida di lei. Antichi pregiudizi dove verità e leggende si mescolano e si confondono, ma che non rendono giustizia. Un poeta dalla voce roca e sincera, intelligente e ironico, parlando della sua terra un giorno disse che “… in alcune città del Nord mi sono trovato con gente che ci resta male quando gli dici che sei calabrese: si aspettano ancora il baffone con la lupara, scuro e piccoletto, lo sguardo torvo e il cappellaccio. Credo che i portoricani stiano meglio di noi.Quel poeta si chiamava Rino Gaetano, scriveva versi agrodolci e poi li raccontava nelle sue canzoni. Quelle canzoni si lasciavano ascoltare per ore e ogni volta regalavano verità nuove sulla vita e su quella terra che, con il passare del tempo, ha conosciuto molto di quello che può mettere gli uomini in un angolo: sfruttamento, migrazione, soprusi, e un’organizzazione mafiosa fra le più potenti e organizzate al mondo. Storie di ‘ndrangheta, si dice spesso quando si parla della Calabria, ramificata nelle famiglie e nel territorio, certo, ma capace di uscire dai confini di quella terra. Basterebbe guardare con occhi attenti la Lombardia e alcune realtà a due passi dal Duomo: Buccinasco, Trezzano sul Naviglio, la Brianza. È anche in quei posti che si capisce il livello del potere raggiunto dalle ndrine calabresi in Lombardia. Ma osservare e decidere di vedere tutto questo implica ammettere connessioni e connivenze, complicità negli affari e nella finanza, nella politica, significa mettere in discussione molto più di qualcosa del ricco ed evoluto Nord Italia. È anche per questo che si preferisce continuare a vedere solo e ancora quello che fa più comodo, quello che non mette in discussione il nostro quotidiano: “… il baffone con la lupara, scuro e piccoletto, lo sguardo torvo e il cappellaccio”, proprio come diceva Rino Gaetano. Quella terra diventa allora una trincea, e alla gente di Calabria resta una sola scelta: decidere da quale parte stare della trincea e non è facile. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, la Calabria dei braccianti e dei contadini, la Calabria del lavoro, vive una stagione di lotta e di speranza: è il momento dell’occupazione delle terre, lo scontro politico sulla questione agraria ha origini antiche ma che si veste di una connotazione diversa rispetto al passato. I braccianti hanno maturato la consapevolezza della propria condizione e dimostrano una capacità di organizzazione sconosciuta fino ad allora, sono Classe Sociale. Dall’Aspromonte alla Piana di Gioia Tauro fino alla Sila, quest’umanità chiede solo una terra per lavorare: conosce invece la repressione violenta dello Stato e le fucilate della polizia e dell’esercito. Nella Calabria che lotta per la terra si muore, come a Melissa nell’ottobre del 1949. È una sconfitta che segnerà un punto di non ritorno. http://www.osservatoriorepressione.info/25-ottobre-1949-melissa-crotone/

Intanto la Piana di Gioia Tauro diventa sempre di più il centro di mille attenzioni, di mille giochi di potere politico e finanziario. Diventa soprattutto il punto nevralgico per quella ‘ndrangheta che ribadisce il controllo assoluto di quella terra e delle sue risorse. È sulla Piana di Gioia Tauro che si concentrano le attenzioni e i grandi flussi di denaro: il finanziamento per la nascita del grande centro siderurgico prima e del porto in un secondo momento. E quella ‘ndrangheta che diventa sempre più feroce e potente. https://www.terrelibere.org/4018-ero-a-pochi-passi-da-lui-lavorato-ricorda-l-omicidio-mafioso-di-valarioti/

C’è un Paese nella Piana di Gioia Tauro, simbolo di quell’angolo di Calabria: Rosarno.  E a Rosarno c’è un uomo che il tempo racconterà come un punto cardinale irrinunciabile: quell’uomo si chiama Giuseppe Lavorato, è un maestro elementare e la sua vita è l’emblema della lotta antimafia e del tentativo di dare riscatto alla sua terra. Comunista, Consigliere Comunale a Rosarno dal 1965 al 1994 e poi Sindaco, dal 1994 al 2003. La sua è una bella storia, racconta di un Uomo e di un Sindaco capace di non piegare mai la testa e sempre al fianco della sua gente: braccianti, contadini, lavoratori, dalla parte delle persone e della dignità. Rosarno diventerà il primo Comune d’Italia capace di costituirsi parte civile in un processo antimafia e lui, il Sindaco, è un bersaglio sempre sotto il tiro della ‘ndrangheta.  Oggi, a ottant’anni, resta un punto di riferimento e non solo per Rosarno e la Calabria.  C’è un seme lanciato da Giuseppe Lavorato che ha generato fiori, poco alla volta: il suo impegno, intenso e pieno di coraggio, verso i migranti. Il vento ha portato quel seme a Riace, in quella parte di Calabria che si affaccia sullo Ionio. Un altro Uomo ha raccolto quel seme e l’ha trasformato in un albero. Quell’Uomo si chiama Domenico Lucano, Mimmo per tutti coloro che hanno imparato a volergli bene. Anche lui è Sindaco, e lo fa in un’Italia che sempre di più sembra assomigliare a quell’America razzista e volgare che non voleva vedere i “negri” seduti accanto ai “bianchi” sullo stesso autobus. Serve coraggio per fare il Sindaco quando il tuo nemico diventa lo Stato. Tutto comincia nel 1998 con l’arrivo a Riace di duecento profughi dal Kurdistan. L’associazione Città Futura, intitolata al parroco siciliano Don Giuseppe Puglisi ucciso dalla mafia, mette a disposizione di questi migranti le vecchie case abbandonate dai proprietari e da quel momento la storia di Riace diventa un modello d’integrazione e il sindaco Lucano ne diventa il faro: apre scuole, offre lavoro e possibilità, finanzia micro attività come la raccolta differenziata porta a porta, garantita da giovani extracomunitari con l’utilizzo di asini.  Non manca il coraggio al Sindaco di Riace, ne ha in abbondanza e lo regala a tutti noi insegnandoci il valore dell’accoglienza e della disobbedienza civile, sfidando regole e leggi non solo sbagliate ma  ingiuste e ignobili: la legge Bossi-Fini, per esempio. Nessun governo, nemmeno quelli che hanno illuso milioni d’italiani dichiarandosi Governi di Centro-Sinistra, ha mai avuto il coraggio di cancellare questa vergogna. Domenico Lucano ha sfidato la legge Bossi-Fini, e per questo è stato arrestato. Domenico Lucano ha restituito vita e dignità a un Paese come Riace, abbandonato e isolato, accogliendo i migranti e offrendo loro una possibilità. Per questo è stato arrestato. Perché questo è un Paese che funziona così, e chi prova a renderlo migliore diventa un elemento socialmente pericoloso, un fuorilegge. http://www.la7.it/propagandalive/video/propaganda-live-intervista-esclusiva-a-mimmo-lucano-sindaco-di-riace-05-10-2018-252048

L’Italia di oggi non ha più solamente la vergogna della Bossi-Fini, ha anche il reato di solidarietà. Diventa difficile spiegare ai propri figli perché nell’Italia della Mafia, della Camorra e della ‘ndrangheta, nel paese della corruzione e dei movimenti  fascisti e xenofobi, nel paese dove una nave di profughi resta  per giorni in balia del mare e poi per altri giorni ferma in un porto, nel paese dove si chiudono i porti, nel paese dove crollano ponti, dove le ricostruzioni post-terremoto durano dieci, venti, trent’anni e non finiscono mai… si arresta un Sindaco per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento  del servizio di raccolta dei rifiuti. O forse invece è più facile di quello che si crede: forse è sufficiente dare un nome e un cognome ai nemici di Riace, conoscere la storia personale e politica di chi attacca un Uomo come Domenico “Mimmo” Lucano. Perché è un attacco che parte da lontano, anche da Governi diversi da quello attuale. C’è un movente politico dietro tutta questa storia che va avanti da anni, e oggi siamo davanti all’attacco finale reso possibile anche da un Ministro degli Interni sprezzante e razzista, che calpesta ogni giorno la Costituzione e che in una recente occasione ha definito il Sindaco Lucano come uno “Zero”. https://comune-info.net/2018/06/quello-zero-e-un-segno-di-civilta/

Esiste una Calabria diversa e migliore di quella che si vuole rinchiudere in una brutta fotografia. Assomiglia a una foresta di mille alberi: per ogni albero che si crede più grande e più forte e che pretende di scrivere una brutta storia per tutta la foresta, ci sono dieci piccoli alberi che si ribellano a quella storia scritta per loro, ma per arrivare a dieci si comincia sempre da  “Zero”. Un giorno qualcuno racconterà ai ragazzi di domani la vita e il coraggio di questi piccoli alberi, ricchi di coraggio e di umanità, che hanno permesso alla foresta di vivere. Qualcuno di loro faceva il Sindaco in una terra arsa dal sole e da un mare che la stringe in un abbraccio forte, come a proteggerla dagli sguardi diffidenti di chi la teme e non si fida di lei. Quel giorno una vecchia fotografia ingiallita dal tempo si sarà ripresa tutti i suoi colori, nascosti e negati così a lungo.

“ … Voler bene alla propria terra non significa nascondere i mali ma metterli in evidenza, all’attenzione delle istituzioni, affinché si possano curare. Ciò che è vero per tutti i popoli del mondo, è vero anche per i Calabresi: per comprenderli e descriverli devi immergerti tra di loro e parlare con loro, invece molto spesso sono raccontati da persone che non li hanno conosciuti oppure sono passati tra di loro, rapidamente, a volo di uccello…” (Giuseppe Lavorato).