Ripartire Dalla Dignità

Di: - Pubblicato: 7 Ottobre 2020

di Maurizio Anelli.

3 ottobre 2013, Lampedusa. C’è un barcone in mezzo al mare, carico di migranti somali ed eritrei. Sono centinaia, i numeri ufficiali parlano di oltre cinquecento esseri umani. Davanti a loro la costa di Lampedusa, così vicina che sembra di poterla toccare con le mani, come un sogno che si avvera. Ma i sogni tante volte sono un inganno che ferisce l’anima e il cuore, come le stelle cadenti che cadono sempre troppo lontano da chi le aspetta con il naso all’insù per esprimere un desiderio. Quel barcone non arriverà mai a Lampedusa, nessuna stella cadente ha esaudito il desiderio di chi aveva intrapreso quel viaggio. Il mare restituirà 368 corpi, perché il mare non è cattivo e restituisce sempre agli uomini quello che gli uomini smarriscono fra le sue onde. E allora la pista dell’aeroporto di Lampedusa diventa un cimitero a cielo aperto, dove ogni sacco nero contiene un corpo e un sogno perso per sempre.

Tre anni dopo, nel 2016, una legge istituisce la “Giornata nazionale della Memoria e dell’Accoglienza”.

C’è sempre una giornata con cui “La Legge” e gli uomini provano a lavare la propria coscienza per liberarla dei propri fardelli. Ma ricordare non basta se non si impara dalla memoria.

Dal 3 ottobre 2013 sono migliaia i migranti che il Mediterraneo ha dovuto restituire.

3 ottobre 2020, Catania. C’è una città blindata fin dalle prime ore del mattino. In un’aula di tribunale va in scena l’udienza preliminare del processo a Matteo Salvini. L’accusa è quella di sequestro di persona. Nell’estate del 2018 sulle coste del Mediterraneo si gira un brutto film, la trama la conoscono tutti e non è bella: il regista è lui, il Ministro degli Interni che chiude i porti e le porte in faccia ai migranti. Salvini è l’uomo forte a cui tanti italiani hanno consegnato le chiavi di casa e lui, con quelle chiavi in mano, si sente forte, onnipotente. Ha dedicato tempo ed energie per tessere la sua tela di ragno, ha lavorato sulle paure e sulla psiche delle persone, risvegliando il senso peggiore di una brutta parola mai davvero dimenticata: razza. E su quella parola ha costruito il suo castello: l’arroganza e la vergogna dei decreti sicurezza, la lotta ai migranti e alle ONG, la distruzione del sogno di Riace e la delegittimazione dell’uomo simbolo di quel borgo di Calabria: Mimmo Lucano.

Infine, l’ultimo asso, calato sul tavolo da gioco dove ogni giocatore bara con la storia e con l’umanità: la chiusura dei porti e il respingimento dei migranti. Non era il solo a barare: accanto a lui un governo complice e asservito, che ha condiviso ogni sua mossa. È giusto che non sia il solo a dover rispondere di quella pagina vergognosa di violazione dei diritti umanitari.

Qualunque sia il verdetto di quel processo, gran parte della classe politica e dirigente di questo Paese non potrà uscirne con le mani pulite. Troppe complicità con quello che è stato il peggior Ministro degli Interni dell’Italia Repubblicana, troppi silenzi. E, in quel silenzio, nel Mediterraneo si moriva ogni giorno senza testimoni. Nello stesso silenzio è stato rinnovato lo scellerato trattato con la Libia, i decreti sicurezza sono ancora al loro posto da quasi due anni e solo ora si prova a modificarne la parte che prevede multe speciali per le ONG che operano il soccorso in mare senza capire che è tutto l’impianto che deve essere cancellato. Sempre nel silenzio lo ius solirimane un pensiero lontano, leggi come la Bossi-Fini non vengono messe in discussione e intanto, a Milano, il Cpr di via Corelli torna ad essere il Lager di un tempo.

Cos’è diventato, allora, questo Paese? Perché, se è vero che gran parte della classe politica e dirigente di questo Paese non potrà uscirne con le mani pulite, è altrettanto vero che questa classe dirigente è quella che gran parte dei cittadini ha delegato a governare. Cittadini che hanno appoggiato e condiviso determinate scelte e che hanno permesso la scalata politica di un uomo che non ha mai nascosto le sue idee xenofobe e razziste.

Cos’è rimasto, allora, in questo Paese per poter guardare con fiducia a un futuro che è dietro l’angolo?

Qualcosa resta, forse più di quanto sembri. Restano la dignità e la forza di chi ancora crede che l’idea di un mondo diverso vada sempre inseguita. Resta il coraggio di chi ogni giorno si spende per creare solidarietà, di chi non si rassegna e non si piega ad un modello sbagliato di società. Resta l’esempio di chi, in condizioni impossibili, getta ogni energia per costruire legalità in ogni territorio dove le mafie dettano le regole entrando nelle Istituzioni e nei Consigli di Amministrazione delle S.p.A. che contano.

A questo Paese restano quei giovani, e sono tanti, che si battono per le politiche ambientali, resta quel movimento che nei mesi della pandemia ha costruito brigate di solidarietà diventando un punto di riferimento per tutti coloro che avevano bisogno anche solo di un abbraccio. Quei giovai e quel movimento non guardano il colore della pelle e non chiedono a nessuno da quale paese arriva.

A questo Paese resta quella parte sana delle Istituzioni, che esiste anche se oscurata dalla parte marcia e corrotta; resta quella grande forza che è il mondo del lavoro, offeso e umiliato in ogni angolo del Paese da accordi e contratti offensivi, e che ogni giorno paga un prezzo altissimo di morti sul campo.

Resta l’esempio di donne e uomini che hanno speso una vita per ideali di giustizia e di uguaglianza.

Questo Paese ha perso, da poche ore, uno di questi esempi: Carla Nespolo. È stata la prima donna a guidare l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Chi ha avuto il privilegio di conoscerla, di poter parlare anche solo qualche minuto con lei, sa di aver imparato qualcosa di importante. Il suo impegno, sociale e politico, lascia un’eredità che va raccolta e custodita perché ha quel profumo antico che si chiama dignità e la dignità è quella bellezza che il tempo non scalfisce.

Ecco, la differenza è questa: da una parte c’è un Paese cinico, rozzo e razzista che chiude i porti e le porte. È spavaldo e arrogante, ma teme il giudizio di un tribunale di Catania.

Dall’altra parte c’è un Paese che sa ancora distinguere il profumo della dignità.

Sì, qualcosa resta ed è più di quanto sembri. È da quel Paese che si può ricominciare.