Sono Solo Migranti E Poi Sono Anche Poveri

Di: - Pubblicato: 11 Feb 2020

Di Maurizio Anelli.

Il Governo del “cambiamento”, così si era presentato, ha lasciato il posto da qualche mese al Governo che in molti hanno salutato con un sospiro di sollievo, convinti di aver lasciato fuori dalla porta il rozzo sovrano padano che chiedeva i pieni poteri. Ma questo è il Paese del “Gattopardo” e, a turno, tutti lo dimenticano o fingono di non saperlo. E in troppi fingono di non vedere che tutto, o quasi tutto, è rimasto come prima: delle politiche sui migranti si parla di meno, ma non sono cambiate. I due decreti, voluti, pretesi e ottenuti dall’ex-Ministro dell’Interno Matteo Salvini sono ancora legge in questo Paese. Ogni tanto si parla di cambiarli o modificarli in parte, ma la struttura non si discute e di cancellarli non se ne parla proprio. E questo è il punto: sono inaccettabili in toto, ma nessuno lo dice apertamente. Con il passare dei mesi sono cadute tutte le accuse nei confronti delle navi delle ONG, e questo era inevitabile: essendo accuse fondate sulle sabbia e alimentate solo dall’odio e dal pregiudizio politico non potevano reggere, ma nel Mediterraneo si continua a morire ancora senza testimoni, nell’indifferenza. Nel frattempo, la vergogna dell’accordo fra Italia e Libia è stata rinnovata e prorogata per altri tre anni. Il memorandum d’intesa del febbraio 2017 firmato dal Governo Gentiloni, con la benedizione dell’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti, e dal primo ministro del governo libico Al-Serraj, rappresenta un insulto al Diritto e alla dignità umana. Presentato all’opinione pubblica come un grande accordo per il “contrasto dell’immigrazione illegale”, quell’accordo ignorava l’inchiesta della Cnn che mostrava i migranti venduti all’asta come schiavi in Libia, fenomeno noto da tempo. Ignorava anche la dichiarazione dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Raad al Hussein, che definiva “disumana” la collaborazione tra l’Unione europea e la guardia costiera libica: “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa schiavitù, agli stupri, alle violenze sessuali e agli omicidi nel nome della gestione della crisi migratoria”. Quegli accordi garantivano invece, e garantiscono ancora, un sostegno economico, tecnologico e militare, a un Paese dove il rispetto dei diritti Umani viene calpestato ogni giorno nei lager dove vivono ammassati i migranti. Un trattato firmato, fra l’altro, in palese violazione dell’Articolo 80 della Costituzione Italiana: “Articolo 80- Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi”.  È il Parlamento che deve autorizzare la ratifica dei trattati internazionali di natura politica, ma questo non è accaduto nonostante era e sia del tutto evidente la natura politica di quel memorandum. Eppure, quel trattato mai ratificato dal Parlamento, il 2 febbraio 2017 venne definito del Premier Gentiloni come “Una giornata di svolta che autorizza speranza per il futuro della Libia”.

Da un “Governo del Cambiamento” all’altro il Paese del Gattopardo continua la sua strada, la sua discesa verso i punti più bassi della dignità umana e politica. Cambiano i vestiti e il cappello, ma i migranti sono sempre qualcuno e qualcosa che disturba, qualcuno e qualcosa da tenere fuori dalla porta di casa. E così anche la città di Milano riaprirà le porte al centro di via Corelli. La parola Cpr (Centri permanenza per i rimpatri) ritorna a prendersi quello spazio che una città civile non dovrebbe mai concedere. I Cpr non sono centri di accoglienza, lo sappiamo tutti: sono una prigione per quegli extracomunitari che, privi dei documenti amministrativi che autorizzano la loro permanenza in Italia, attendono di essere rimandati nel loro Paese di origine. Si finge però di non sapere che la gran parte di loro è in mezzo ad una strada proprio in conseguenza dei volgari e vergognosi decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini e condivisi dal “Governo del Cambiamento”. Oggi quei decreti sono ancora una legge dello Stato, perché non c’è stato nessun reale cambiamento di rotta nella politica di questo Paese. La strada dei Cpr parte da lontano: nascono come Cpt (Centri di permanenza temporanea) per poi trasformarsi in Cie (Centri di identificazione ed espulsione), e sono il frutto della legge Turco-Napolitano del 1998, e indicati espressamente all’articolo 12.  

https://www.camera.it/parlam/leggi/98040l.htm

Quella legge è stato il primo gradino di una scala che, un giorno alla volta, è diventata sempre più una discesa all’inferno per i migranti e quelli che fra di loro che non riescono ad ottenere il permesso di soggiorno scendono sempre più in basso. Nei loro rapporti, “Medici senza Frontiere” e “Amnesty International” hanno denunciato più volte l’inadeguatezza delle strutture e le condizioni di vita, e di detenzione, dei migranti trattenuti nei Cpr, ma le loro sono state parole al vento, volate via senza nessuno che le abbia mai ascoltate davvero. L’anno nuovo si è aperto con la morte di Vakhtang Enukidze, nel Cpr di Gradisca. Era un migrante georgiano, non aveva ancora quarant’anni ed era rinchiuso nel Cpr insieme ad una cinquantina di adulti e dodici minorenni, quasi tutti afgani e pakistani. La versione ufficiale parla di una rissa tra migranti e il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello, si è affrettato ad escludere ogni responsabilità delle forze dell’ordine. Il procuratore di Gorizia ha aperto un’indagine contro ignoti per omicidio volontario. Nel mese di dicembre 2019 il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, Mauro Palma, dichiarava che il Cpr di Gradisca aveva “… le caratteristiche di un carcere di massima sicurezza e non di un luogo di detenzione amministrativa”. In questi giorni ha dichiarato anche che si costituirà parte civile nell’eventuale processo per quanto avvenuto a Gradisca. L’ipocrisia dello Stato e di tanti cittadini finge di non sapere che i Cpr altro non sono che i perimetri e gli spazi dentro i quali vengono confinate quelle vite di cui si vuole dimenticare l’esistenza. Quasi sempre sorgono nelle aree periferiche, lontano dagli sguardi della città. Sono circondati da muri e sorveglianti in un rapporto che spesso e di 1 a 1, un sorvegliante per ogni migrante, condizioni igienico-sanitarie fuori controllo e nessun diritto a spazi e momenti di socialità, come una punizione per il solo fatto di esistere. Nei Cpr entrano gli ultimi, quelli che hanno perso tutto per il semplice fatto di non aver mai posseduto nulla nella vita.

Il Paese del Gattopardo guarda per qualche istante, poi gira la testa da un’altra parte, annoiato e infastidito. Non ha tempo per gli ultimi, tanto hanno già perso la loro partita. E poi ammettiamolo…  il problema non sono i migranti in quanto tali, il problema è che sono poveri. Non portano un valore aggiunto e poi sono tanti. Arrivano ogni giorno e da ogni parte del mondo, non portano ricchezza però … sono un business per chi li sfrutta e mercanteggia sulle loro vite, sulla loro fame e sulla loro manodopera.  Il Paese del Gattopardo cambia governi e maggioranze politiche con la stessa facilità con cui si cambia una camicia, una cravatta. Ogni volta promette cambiamenti e progresso, ma intanto accetta tutto e non cancella nulla. Nessun Governo ha mai messo in discussione le leggi vergognose che cancellano le persone: dalla Turco-Napolitano alla famigerata Bossi-Fini, dal decreto Minniti-Orlando ai decreti sicurezza. Che strano, sono proprio le leggi che fanno la differenza fra il Diritto e la sua negazione, sono le leggi che segnano il confine fra la vita e la cancellazione. Sono leggi sbagliate, vigliacche e ingiuste, ma tutti le accettano. Perché le priorità sono sempre altre, non è mai il momento. Non è mai il momento nemmeno per lo Ius Soli. In Parlamento, nelle commissioni di competenza, giacciono tre proposte di legge ma … non è il momento.

Il Paese del Gattopardo qualche volta si indigna, ma è un’indignazione che dura il tempo di un battito di ciglia, perché poi dimentica in fretta: le stragi fasciste, le stragi mafiose, un terremoto o un’inondazione, un ponte che cade e distrugge la vita di una città che seppellisce i suoi morti. Piange e si commuove, ma poi dimentica. Dimentica Giulio Regeni, perché i rapporti diplomatici, commerciali e politici con l’Egitto, sono più importanti della vita di un ragazzo ucciso laggiù da un Governo complice di assassini. Dimentica Silvia Romano e per lei, come per Giulio, ogni tanto sentiamo qualche accorato appello delle Istituzioni in cui si esprime apprensione. Una cosa veloce, rapida … il minimo indispensabile per fingere di agire alla radice e poi nulla di più.

Si dice che c’è luce in fondo al tunnel. Forse è vero, forse no… difficile credere a questa frase, bella e consolatoria. Io credo che in fondo al tunnel ci sia solamente un sogno di Umanità che non trova risposte, che non riceve un abbraccio o un bacio da tanto tempo, forse non ha mai ricevuto né l’uno né l’altro. In fondo al tunnel ci sono occhi che guardano e ci chiedono perché… sono occhi asciutti perché ormai hanno finito anche le lacrime o, se ne hanno ancora, le nascondono con quel sussulto di dignità che impone di non piangere di fronte al più forte, di fronte al proprio aguzzino.

Il Paese del Gattopardo cambia vestito, spesso. Cambia il cappello, per confondere le carte e recitare l’ultimo atto prima che cali il sipario sull’indifferenza e sull’oblio di un pubblico che, troppe volte, è il primo complice.