Spazi occupati: Ovvero La Differenza Tra Illegalità Ed Etica

Di: - Pubblicato: 16 aprile 2018

Di Maurizio Anelli

 

C’è una città dentro ogni città, una matrioska che tende all’infinito. C’è una città ordinata e preordinata, sempre in fila per tre che decide di restare chiusa dentro una scatola che viene aperta nei giorni comandati e rinchiusa dentro l’armadio per i giorni che restano. Poi c’è un’altra città, capace di vivere l’emozione di saltare fuori dalla scatola ogni giorno. E ogni giorno cerca una strada da camminare insieme con gli altri, cercando chi quel pezzo di strada abbia voglia di condividerlo. E quei compagni di strada piano piano diventano una comunità, una moltitudine che cresce. Cresce non tanto e non solo come numero, ma cresce come coscienza di sé e come consapevolezza che ogni fragilità può trasformarsi e diventare forza quando la volontà di condividere fatica, entusiasmo, qualche vittoria e molte sconfitte, supera la paura di esistere e di restare in fila per tre. Spesso i veri padroni delle città, più o meno dichiarati e più o meno occulti, sono i grandi gruppi immobiliari, le banche, soggetti capaci di fiutare la speculazione in ogni tempo e in qualunque situazione. Nel 1963 un film di Francesco Rosi parlava al Paese della speculazione edilizia nell’Italia degli anni del miracolo economico: “Le mani sulla Città” era il titolo del film. Sono passati tanti anni da quei giorni ma poco o nulla è cambiato. Milano, come tante altre città, è un puzzle di spazi dismessi, abbandonati lasciati al degrado del tempo e dell’indifferenza. Fabbriche dismesse e mai bonificate, edifici lasciati e dimenticati da tutti in attesa che il loro prezzo di mercato lieviti e in attesa del momento giusto per la speculazione vincente.

In questo deserto dove spicca la latitanza delle Istituzioni e del senso civico, succede che quegli spazi siano occupati da chi prova a dare un valore a mura svuotate di ogni significato. Vengono spese energie, tempo, fatica e poi … un giorno alla volta quegli spazi riacquistano vita, dignità. Diventano angoli di umanità e punti di accoglienza, riprendono un colore che assomiglia alla voglia di fare, di agire. Diventano spazi aperti alla città, diventano un “bene comune”. Diventano spazi occupati e, per quella parte di città sempre in fila per tre che decide di restare chiusa dentro una scatola, occupare è illegale. Ma qual è la linea di confine fra la legalità e la moralità? Non parlo di “moralismo” ma di moralità che è una cosa ben diversa… quando una fabbrica decide di chiudere la propria storia o di trasferirla altrove e abbandona i propri capannoni dismessi per anni e magari quei capannoni portano dentro di sé un carico di amianto, di scorie tossiche e nocive, è forse un atto di legalità e moralmente accettabile ? A Sesto San Giovanni i resti dei capannoni di fabbriche storiche come la Magneti Marelli sono rimasti per anni in uno stato di degrado e di abbandono, come un fantasma che aleggiava sulla città. Ma è solo un esempio, uno dei tanti.

Affori è un quartiere della periferia nord di Milano. Ad Affori c’è un vecchio edificio che una volta era sede di una banca: la BNL. Tredici anni fa, mese più mese meno, BNL abbandona quello stabile. Nessuno se ne prende cura per più di dieci anni; è una storia di fallimenti, d’imbrogli e di debiti. Poi, nel maggio del 2014, qualcuno decide che quello spazio può diventare qualcosa d’importante, di utile. Quel qualcuno è il collettivo di “Ri-Make”. Rinasce un pezzo di quartiere e quello che era uno spazio vuoto si riempie, ogni giorno e ogni sera. Lentamente il quartiere accetta e apprezza lo sforzo di chi non si arrende al vuoto e alle ragnatele. Oggi quel NON-LUOGO è uno spazio vivo, solidale e ricco di dignità e cooperazione, uno spazio che non guarda alle logiche del mercato e dichiara tutti i giorni la sua lotta al razzismo e all’intolleranza dimostrando che accoglienza è una parola ancora possibile da pronunciare. Tutto questo ha mille facce, per esempio quella dei ragazzi dell’associazione Mshikamano, che significa solidarietà. Nell’Italia di oggi, dove razzismo e intolleranza rialzano la testa, a Ri-Make la solidarietà si respira a pieni polmoni. I ragazzi di Mshikamano lavorano con impegno ed entusiasmo, e con il sorriso di chi sa che tutto deve essere conquistato con fatica e tanto coraggio. Loro ne hanno da vendere e Ri-Make diventa una possibilità, una porta aperta. Eppure questa porta ha i giorni contati e rischia di essere chiusa. Perché occupa uno spazio abbandonato, per questo è giudicato illegale e questo Paese non tollera l’illegalità quando non arriva dai potenti e dai padroni della Città. Così, dopo tredici anni, decide di intervenire.

Foto di Maurizio Anelli

 

https://www.change.org/p/comune-di-milano-ri-make-%C3%A8-un-bene-comune-difendiamolo

C’è un’altra storia dietro l’angolo di Milano. È la storia della Maflow, a Trezzano sul Naviglio, un tempo fabbrica con oltre trecento dipendenti. Produceva componenti per automobili ed è stata chiusa nel 2010. Anche questa è una storia di finanza d’assalto, di mani sporche o sbagliate. Una storia di passaggi di proprietà, di fallimenti e di debiti e riguarda una fabbrica che un tempo era un modello produttivo. Oggi, quello che resta di Maflow è nelle mani di una parte dei lavoratori, nella maggioranza dei casi si tratta di lavoratori licenziati dalla Maflow e che si sono costituiti in cooperativa.  Oggi è Ri-Maflow. È qualcosa che prova a Ri-nascere, a Ri-costruire, a Ri-partire. Non è facile e non lo sarà in futuro. Non producono più componenti per automobili, fanno altro: botteghe artigianali, una biblioteca, recupero e riciclo materiali, gruppi d’acquisto solidale. Hanno costruito un tessuto sociale  con le proprie forze, impegnato risorse anche economiche per rimettere in sesto i capannoni: dalla coibentazione alla presentazione al Comune di Trezzano sul Naviglio di un progetto di bonifica del sito . I lavoratori di Ri-Maflow ricordano a tutti che senza la loro occupazione e il loro impegno quel luogo sarebbe l’ennesimo scheletro industriale di questo Paese. Ma anche Ri-Maflow ha un difetto d’origine: occupa uno spazio e la legge non lo consente. Il futuro racconterà un’estate di trattative difficili fra la cooperativa e la prefettura, il Comune e la proprietà dei muri che anche in questo caso è una banca.

http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2014/11/19/news/la_storia_di_rimaflow-100918928/

C’è una città dentro ogni città, una matrioska che tende all’infinito. Dentro questa matrioska ognuno deve scegliere da che parte stare e in questa scelta le parole hanno sempre un peso specifico: legalità, moralità, etica… ognuna di loro influisce, intacca, ferisce e fa male quando è usata a senso unico. Ognuna di loro determina la vita delle persone e ne decide il futuro. Ognuna di loro ha bisogno di attenzione e di rispetto e tutto questo spesso manca nel giudizio collettivo. C’è una città ordinata e preordinata, e sempre in fila per tre, che guarda sempre con astio e fastidio verso chi occupa gli spazi abbandonati e spesso lo fa con l’antico pregiudizio di chi sta sempre dalla parte del più forte. Spesso il più forte è quello che ha più soldi, più potere. Spesso è il padrone della città e le sue mani arrivano ovunque, come tentacoli.

Dentro la matrioska ognuno deve scegliere da che parte stare ed io scelgo Ri-Make, scelgo Ri-Maflow e sceglierò sempre chi pensa che uno spazio abbandonato sia uno spazio da utilizzare e trasformare. Non è un invito all’illegalità, è solo un’idea diversa da quella dominante. L’uomo non è nato per abbandonare, l’uomo è nato per costruire e, quando è necessario, Ri-costruire.