Spreco Alimentare: E’ Allarme Nei Paese Industrializzati

Di: - Pubblicato: 13 marzo 2017

A cura di Samantha Di Vito

 

Il problema è molto sentito nel nostro Paese: secondo i dati diffusi dalla Coldiretti gli sprechi alimentari costano all’Italia 12,5 miliardi che sono persi per il 54% al consumo, per il 21% nella ristorazione, per il 15% nella distribuzione commerciale, per l’8% nell’agricoltura e per il 2% nella trasformazione.

La Fao indica che sono 222 milioni le tonnellate di cibo buttato nei Paesi industrializzati, una cifra pari alla produzione alimentare dell’Africa Subsahariana (circa 230 milioni di tonnellate). Per comprendere questa cattiva abitudine è necessario fare un distinguo. Quando si parla di “Food losses” si prendono in considerazione le perdite che si determinano a monte della filiera agroalimentare, principalmente in fase di semina, coltivazione, raccolta, trattamento, conservazione e prima trasformazione agricola. Invece con il termine “Food waste” si considerano gli sprechi che avvengono durante la trasformazione industriale, la distribuzione e il consumo finale. Fra le cause di questo spreco di massa ci sono le cattive abitudini di milioni di persone, che non conservano i prodotti in modo adeguato. Ma anche date di scadenza troppo rigide apposte sugli alimenti, le promozioni che spingono i consumatori a comprare più cibo del necessario, i numerosi passaggi dal produttore al consumatore nelle catene di montaggio dei cibi industriali.

“Il 53% degli italiani” sottolinea  Coldiretti  “ritiene infatti che il contenimento degli sprechi alimentari dipenda soprattutto dalle scelte dei consumatori con il 46% che sostiene possano essere combattuti con una migliore pianificazione della spesa”. La situazione resta tuttavia grave ed in media, secondo gli ultimi dati, ogni italiano ha buttato nel bidone della spazzatura ben 76 chili di prodotti alimentari durante l’anno.

Coldiretti Lombardia che ha elencato anche una serie di suggerimenti per evitare spese inutili e per una corretta conservazione degli alimenti garantendo così la loro durata. La cucina salva avanzi, ad esempio permette di recuperare con gusto il cibo non consumato nei giorni precedenti. Con i piatti anti spreco si può portare in tavola un menù completo. Per risparmiare e limitare gli scarti si possono utilizzare parti di frutta e verdura che generalmente vengono buttate. Ad esempio, le bucce di patata possono essere fritte e diventare delle chips da servire calde, le foglie esterne della lattuga possono essere usate per degli involtini con un ripieno di uova, formaggio grattugiato e patata lessa. E ancora: la buccia liscia e sottile della zucca se cotta e ridotta a passata diventa l’ingrediente base per una torta. Esistono poi delle regole amiche del portafoglio come comprare solo il necessario, rispettare la propria lista della spesa, acquistare prodotti di stagione e rifornirsi nei farmers’ market o tramite i gruppi di acquisto solidale.

Per prima cosa però ognuno di noi dovrebbe fare un intimo esame di coscienza, di quelli che non si dicono se non a sè stessi. E con sè stessi, si sa, si può sempre essere onesti e sinceri pur vergognandosi. Quanti di noi buttano nell’umido avanzi che, con un po’ di inventiva potrebbero tornare a nuova vita l’indomani per cena; chi  non si è mai lasciato accattivare e stregare da quel 3×2 o quei grandi sconti di un prodotto alimentare che ci piace molto per poi dimenticarlo nel fondo della credenza o nel frigorifero? Chi non ha mai acquistato frutta e verdura in quantità eccessiva, complice anche il poco tempo e la vita frenetica, per poi lasciarla maturare troppo senza consumarla?

Forse una prima riflessione sullo spreco, è quella sul tempo. Le generazioni attuali, sono prese in assalto da un consumismo sfrenato, per di più inconscio. La vita quotidiana è frenesia allo stato puro, gli orari da rispettare al lavoro con ritmi sempre più serrati, i figli con scuola e relative attività, spostamenti sempre più lunghi a causa dell’aumentare del traffico o delle lunghe tratte da percorrere per recarsi al lavoro: l’idea che 24 ore non siano mai sufficienti e che le giornate fuggano via inesorabilmente ci porta ad avere abitudini poco biocompatibili. Si è perso di vista il vero benessere di corpo e anima. Di contro aumentano le persone adulte che ricorrono alla palestra o ad altra attività sportiva per contrastare i danni di una vita, anche alimentare, smodata e contro i ritmi naturali. I bambini obesi aumentano in percentuali allarmanti nei paesi industrializzati mentre in altre parti del mondo muoiono ancora di stenti…. un’altra parte di mondo che, ricordata molto di rado e con superficialità, risulta comunque cosi lontana da parere irreale. E nel mondo occidentale, con stridio, ci si rivolge sempre più a dietologi o nutrizionisti per la perdita del peso in eccesso. Quest’ultimo, ricordiamo, è complice di molte problematiche serie di salute che da un punto di vista sociale fanno anche aumentare la spesa sanitaria globale.

Il benessere, cresciuto dal secondo dopoguerra, la meccanizzazione dei processi industriali, la commercializzazione di kit di cibo precotto e veloce, l’avvento dei fast food o dei luoghi dove consumare street food, ha portato una lenta ed inesorabile deriva della nostra dieta mediterranea, patrimonio dell’UNESCO. La popolazione dei paesi occidentali ha registrato inquietanti dati sia di malesseri fisici causati dall’eccesso di cibi pronti o consumati in quantità eccessive, l’abuso di conservanti, sale, zuccheri, grassi saturi ed idrogenati ha portato squilibri che i nostri nonni non conoscevano neppure. Certo, nei primi anni del 1900, si saranno registrate carenze alimentari, ma di sicuro le nonne non avrebbero mai potuto pensare di poter gettare un avanzo di cucina. L’avvento del frigorifero e del congelatore hanno aumentato da una parte la possibilità di conservare a lungo gli alimenti, ma dall’altra hanno contribuito, per un utilizzo errato del consumatore poco oculato, lo spreco alimentare. La modernizzazione dei trasporti ha azzerato i cicli naturali di stagionalità, lasciando spazio al ben più comodo acquisto ciò che mi va di consumare e non ciò che produrrebbe madre natura in questo periodo dell’anno. Un enorme circolo vizioso che, non è negativo di per sè, è un semplice ed utile strumento che, in mani sbagliate, diventa controproducente.

L’avvento dell’industrializzazione dei processi produttivi ha portato altresì sprechi nella filiera produttiva, in quanto si produce sempre più qualcosa da consumare nell’immediato, con una sua propria scadenza e delle norme di produzione e conservazione. La materia prima che non rientra in determinati canoni, ovviamente non ci riferiamo a quelli prettamente salutistici ma spesso si tratta di canoni estetici o semplicemente sottoprodotti, viene scartata senza ulteriori vie di riutilizzo, altre volte invece fortunatamente rientra in cicli produttivi differenti, ad esempio per l’alimentazione animale.

Gli stati comunitari hanno approvato normative più severe per limitare gli scarti a monte di questa filiera produttiva, ma è il singolo essere umano che si deve autoresponsabilizzare, non solo in tema di scarti alimentari, ma di scarti a tout court se non ha intenzione di riempire il nostro meraviglioso mondo di rifiuti e generare tossicità varie all’ecosistema. Che utilità ha prestare così meticolosa attenzione ad andare in palestra o a correre non appena ci si trova con chili in eccesso per risultare parte integrante di una comunità, se poi non educhiamo i nostri figli ad avere rispetto del proprio corpo alimentandosi in modo corretto, praticando movimenti sani e naturali, uno stile di vita regolare ed equilibrato, dando noi per primi l’esempio con acquisti intelligenti, sprechi ridotti e rispetto per l’ambient e per noi stessi? Ogni cittadino del mondo dovrebbe ritagliarsi del tempo per pensare a tutto questo, tempo che non sarebbe gettato ma reso proficuo dai risultati che porterebbe. La natura ha i suoi tempi: quelli della vita, che non possono confondersi con quelli del mercato.