Sulle Orme Del Turismo

Di: - Pubblicato: 7 agosto 2017

A cura di Giulia Deiana

 

 

Agosto, finalmente ferie! Sono questi i giorni in cui la maggior parte delle persone possono staccare dal lavoro e dedicarsi alle vacanze. Sono giorni di spensieratezza, voglia di rilassarsi e, perché no, visitare luoghi nuovi. Ma abbiamo mai pensato all’impatto reale del turismo? Quali sono le conseguenze culturali e ambientali per quei Paesi che basano la propria economia quasi esclusivamente sull’industria turistica?

L’antropologa Pegi Vail, appassionata viaggiatrice, dedica a questo argomento un documentario, frutto di un grande lavoro che ha inizio nel 1999. Gringo Trails (2013) segue le orme dei backpacker, coloro che viaggiano zaino in spalla, spesso con un budget limitato, e potrebbero rappresentare quella tipologia di viaggio genuina e rispettosa, invece non è che una specialità di un’industria che cresce vertiginosamente.

Il documentario si apre e chiude con la straordinaria storia di Yossi Ghinsberg, backpacker israeliano che nel 1981 decise di avventurarsi nel cuore inesplorato della Foresta Amazzonica boliviana e lì si perse per tre settimane. Yossi raccontò la sua esperienza a lieto fine nel libro Jungle, che subito divenne un best-seller internazionale, suscitando la curiosità e lo spirito d’avventura di tantissimi giovani viaggiatori, incrementando massicciamente il turismo nella zona. Tutti volevano provare il brivido della giungla inesplorata, riassaporare le esperienze vissute dal protagonista, perdersi. La voglia di avventura si traduce con la costruzione di più di 45 alberghi, gite organizzate in barca, un villaggio che diventa città per accontentare l’illusione del selvaggio.

La giungla boliviana è l’area che presenta maggiore biodiversità nel mondo, ma con la crescita esponenziale del turismo molte specie stanno scomparendo, come ad esempio l’anaconda, attrazione principale, oggetto di pose fotografiche e di carezze, nonostante il divieto di toccare l’animale.

Sempre in Bolivia, ma questa volta nell’Isola Incahuasi, più precisamente nel Salar De Uyuni, la più grande distesa di sale al mondo, il turismo rischia di distruggere un intero ecosistema. L’isola era inizialmente un luogo inesplorato, dedito alla raccolta dei cactus. Nel 1980 giunse sul luogo il primo gruppo di stranieri e gli abitanti iniziarono a pensare al turismo come un buon modo per promuovere il luogo e guadagnarsi da vivere. La regista incontrò due volte il capo villaggio, nel 2000 e nel 2010. La prima volta garantì che il luogo sarebbe rimasto intatto, privo di infrastrutture dedicate ai viaggiatori, ma dieci anni dopo le cose sono cambiate: numerosi ristoranti e alberghi gestiti non più dagli abitanti locali ma dal governo stesso, 400 turisti al giorno, quindi numerosi veicoli adoperati per raggiungere il luogo, ognuno dei quali traccia un percorso diverso ad una velocità eccessiva, accrescendo il rischio di non poter garantire la giusta conservazione del deserto e del suo habitat, dal quale quasi tutti gli animali autoctoni si sono allontanati per colpa dell’eccessiva presenza umana.

Spesso ci sono luoghi che si vorrebbero tenere segreti, mostrare solo a pochi intimi, eppure si sente il dovere di condividere e dare a chiunque la possibilità di visitare le bellezze della natura.

La scoperta di Costas Christ ha avuto conseguenze inaspettate e tragiche. Era il 1979 quando Christ, stanco delle solite rotte popolate da turisti, è salito su una barchetta thailandese e ha raggiunto Koh Phangan, allora inesplorata. Il viaggiatore scopre la spiaggia di Haad Rin e là conosce un pescatore e la sua famiglia, con il quale passerà un mese intero, immerso in un vero e proprio paradiso terrestre. Successivamente incontra una coppia conosciuta durante il viaggio nel nord della Thailandia e decide di parlargli della splendida isola e di quella meravigliosa spiaggia, assicurandosi che non parlassero con nessuno di quei posti immacolati. Nel 1989, Haad Rin diventa la meta preferita dagli avventurosi che decidono di stabilirsi nell’isola e costruire una comunità, che darà vita al famoso Full Moon Party. Christ viene a sapere della fama raggiunta da quei luoghi grazie all’articolo che il New York Times dedica alla festa della luna del 1999. Quell’anno, la festa di Capodanno accoglierà 15 mila persone. Nel 2010 le persone che festeggiano l’anno nuovo saranno 50 mila. Il turista che visita l’isola di Koh Panghan o partecipa alla festa della luna (ora dedicata non solo alla luna piena ma anche alla mezza luna e ai quarti di luna) cerca un contatto con una cultura diversa dalla propria? O cerca l’esperienza edonistica, i comfort occidentali, il divertimento in un luogo esotico ed economico?

Quello che offre oggi l’isola è una “Bucket culture”, la cultura del secchiello alcolico a poco prezzo, del turismo sessuale; è la perdita totale di una cultura autoctona e di un ambiente intatto, sacrificato al turismo che non lascia altro che soldi e distese di rifiuti in riva al mare.

Le possibilità economiche non hanno valore in confronto al reale costo di distruzione di una cultura e di un ecosistema. Le responsabilità non sono solo di coloro che gestiscono il turismo, ma sono anche e soprattutto di coloro che visitano i luoghi. I viaggiatori si pongono le giuste domande?

“Dove andranno i nostri rifiuti? Che impressione facciamo sulle persone locali?”.

Per prevenire certi inconvenienti, il Bhutan affronta il turismo in maniera del tutto originale, purtroppo o giustamente riservata a pochi privilegiati. Il regno himalayano ha aperto le porte al turismo nel 1974 adottando da subito una politica “high value, low impact” e imponendo ai visitatori una tassa giornaliera di 250 dollari. L’intenzione è quella di preservare la propria cultura e i propri paesaggi e scongiurare il turismo di massa che ha piegato paesi come Nepal e Thailandia. Certo, coloro che possono permettersi di visitare quei luoghi incantati sono per lo più milionari, ma questo è il prezzo per seguire un obiettivo ben preciso che non è la crescita del PIL, ma la “felicità nazionale lorda”, come loro stessi ammettono, perseguibile attraverso lo sviluppo sostenibile e la preservazione dell’ambiente e della propria cultura; se i visitatori non rispettano le regole e le tradizioni del Paese, possono essere espulsi.

Un altro esempio di turismo sostenibile ci riallaccia all’esperienza di Yossi e ci riporta nell’Amazzonica boliviana, a Rurrenabaque. Dopo il salvataggio del viaggiatore israeliano, gli abitanti del villaggio di San José de Uchupiamonas hanno iniziato a lavorare nella crescente industria turistica. Come già detto, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, il numero dei viaggiatori zaino in spalla è aumentato a dismisura e così metà della popolazione ha abbandonato il villaggio: 60 famiglie hanno lasciato la propria terra e solo poche persone anziane sono rimaste.

Solo il controllo diretto del turismo avrebbe potuto salvare il villaggio dalla sopraffazione e così, grazie anche alla partecipazione di Yossi al progetto, è nato il villaggio ecologico Chalalán, prima esperienza di impresa comunitaria in Bolivia e primo caso di ecoturismo nel Sud America, che ha aiutato il popolo a migliorare la qualità della loro vita e a preservare la biodiversità delle proprie terre.

Viaggiare è un’esperienza a cui nessuno vuole giustamente rinunciare, Pegi Vail allora ci dà qualche dritta per farlo nel migliore dei modi, non solo per noi stessi, ma soprattutto per dare beneficio, non unicamente monetario, ai luoghi in cui ci rechiamo: Quando si visitano i Paesi in via di sviluppo, cercare sempre di sostenere le attività gestite dai locali, o se si vuole alloggiare in una struttura straniera allora è bene capire quante persone locali sono assunte o hanno un ruolo di gestione e se le loro pratiche turistiche sono sostenibili e responsabili. Fondamentale, prima di ogni viaggio, è studiare la storia dei posti che si vogliono visitare e informarsi attraverso guide e racconti locali.

 

Contro la globalizzazione turistica, viaggiate consapevolmente. Buone vacanze!

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