Svezia, Il Caso Della Sindrome Da Rassegnazione Nei Figli Di Rifugiati

Di: - Pubblicato: 26 febbraio 2018

Di AdrenAlina

Apatìa, dal greco apatheia, composto da “a”, particella negativa, e “pathos”, passione. Sarebbe questo lo stato d’animo dominante per qualche centinaia di adolescenti figli di rifugiati che si trovano attualmente in Svezia. Purtroppo non si parla di una mera condizione umorale, ma si tratterebbe di un’autentica patologia psichiatrica e, avviso ai diffidenti, non certo di una “fake news”: siamo infatti di fronte ad una reale alterazione comportamentale comprovata da medici e specialisti del settore.

Ma andiamo per ordine. Nel 2005, su Acta Paediatrica, rivista di divulgazione scientifica in ambito medico specializzata in ricerche pediatriche, esce una prima pubblicazione in merito, firmata da Göran Bodegård, direttore del Dipartimento Psichiatria Infantile dell’Ospedale Universitario di Karolinska di Stoccolma. Si tratta di una prima fotografia sullo stato di salute di una ventina di bambini provenienti da famiglie di richiedenti asilo con traumatiche storie alle spalle. Dalla ricerca si evince come questi minori siano completamente privi di reazioni di fronte a stimoli fisici di qualunque genere, incluso il dolore.

Uno studio più recente, risalente al 2016 e condotto dal neurologo svedese Karl Sallin, parla di SR – sindrome da rassegnazione, una vera e propria patologia che identifica un disturbo a lungo termine che colpisce bambini e adolescenti psicologicamente traumatizzati e che si trovano nel bel mezzo di un lungo ed estenuante processo di migrazione. I primi casi di cui si ha notizia risalgono a fine anni ‘90, mentre tra il 2003 e il 2005 i casi segnalati ammontano a 424. Negli ultimi anni il numero delle vittime di questa sindrome sarebbe diminuito: infatti, secondo il Comitato Nazionale per la Sanità e il Welfare svedese, tra il 2015 e il 2016 i casi registrati sarebbero “solo” 156.

Un fenomeno atipico questo, al punto che qualcuno ha anche ipotizzato si trattasse di auto induzione in stato comatoso oppure semplicemente di una mera finzione per ottenere il permesso di soggiorno a lunga durata per la propria famiglia. Ma nessun elemento aggiuntivo o argomentazione ulteriormente approfondita sono riusciti ad avvalorare questa tesi.

È struggente la storia di Sofia, raccontata dalla BBC, da venti mesi disconnessa dal mondo. Una bambina di 9 anni che da tempo, in stato latente, viene nutrita attraverso un tubo artificiale e passa le giornate in una carrozzina, insensibile a tutto quello che avviene intorno a lei. Una famiglia tormentata quella di Sofia, originaria dell’ex URSS e in cerca di un luogo in cui poter vivere serenamente. Dopo strazianti vicissitudini (qui la storia completa), all’arrivo in Svezia la famiglia viene informata, in seguito a ore di colloquio con l’ufficio immigrazione durante le quali anche Sofia era presente, che non potrà fermarsi nel paese in cui sperava di trovare la pace. Ed è proprio quello il momento in cui quel rimasuglio di speranza di cui Sofia era ancora portatrice decide di sfumare fino a dissolversi completamente e lasciare un’anima al buio.

Sempre nel buio si trova anche Munir Afgha, 17 anni, originario dell’Afghanistan, anche se il suo è un caso “felice”. Sì perché Munir, al mondo, è ancora collegato, anche se ormai il suo habitat è diventato una deprimente zona grigia fatta di incertezze e sfiducia nel futuro. Gli antidepressivi e un po’ di supporto psicologico lo tengono tuttora ancorato al mondo materiale, ma quando gli viene chiesto se ha ancora dei sogni e quali sarebbero, Munir china la testa e, scoppiando in lacrime, dice che la fine della guerra sarebbe un sogno, niente più di questo. “D’estate a Stoccolma si sta bene, ma gli inverni sono molto lunghi” (qui la storia completa).

Secondo quanto riportato da El Paìs, cinque partiti (sui sette più importanti della Svezia) hanno chiesto un’amnistia per le vittime, mentre una petizione partita dai cittadini ha superato abbastanza in fretta 60.000 firme ed è riuscita così ad arrivare in Parlamento e far rivedere la richiesta per il permesso di soggiorno di 30.000 famiglie prossime alla deportazione. La peculiarità di queste storie, sempre secondo lo studio di Sallin, è che sono circoscritte esclusivamente all’interno dei confini svedesi, ma non c’è una chiara spiegazione del perché.

Tuttavia i lunghi inverni svedesi non devono diventare eterni per questi figli di terre senza patria in cerca di riparo. Verrebbe da chiedersi cosa proviamo noialtri, che ci troviamo da quest’altra sponda del mondo, a leggere le storie come quella di Sofia o a reggere lo sguardo di un Munir che quasi alla maggiore età sogna, banalmente, “solo” la fine della guerra. L’Europa ha una grande e diretta responsabilità nei confronti di questi bambini/ragazzi e non può permettersi di aggiungere un’ulteriore aggressione a quelle che hanno già collezionato lungo la strada: l’inaudita violenza dell’instabilità, la certezza di un equilibrio precario che potrebbe tradursi disgraziatamente in un rimpatrio. Sarebbe come ucciderli due volte.

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