Trattativa Stato-Mafia, Al Via Le Udienze D’Appello

Di: - Pubblicato: 6 Mag 2019

Di Anna Serrapelle.

La trattativa tra Stato e mafia ci fu. Accadde realmente. Davvero uomini potenti, apparati distorti dello Stato, politici e forze dell’ordine scesero a compromessi con chi dovevano combattere. Accettarono ricatti mafiosi per timore di perdere la vita o il potere, condannando a morte certa chi quello Stato lo serviva con lealtà e coraggio e appiccicando su tutti gli italiani, a loro insaputa, un pesante giudizio storico. Tutto questo avvenne davvero e non gli si può attribuire solo una rilevanza socio-politica né si può risolvere in un mero biasimo etico: fu qualcosa di molto grave ed ebbe rilevanza penale poiché i suoi protagonisti si macchiarono del reato previsto dall’articolo 338 del codice penale: “minaccia ad un corpo politico dello Stato”. Sono queste, in estrema sintesi, le conclusioni a cui ha portato il processo, conclusosi appena un anno fa, il 20 aprile 2018, e le cui corposissime motivazioni sono state depositate, svariati mesi dopo, a luglio scorso.

Considerata la particolarissima situazione, la natura inusuale della fattispecie delittuosa e dei protagonisti della stessa, inevitabilmente, nel corso del processo, non è stato possibile chiarire dettagliatamente tutte le dinamiche che hanno portato a questo vergognoso asservimento dello Stato ai vertici di cosa nostra. Di qui l’esigenza di un processo d’appello che possa soffermarsi su determinati dettagli, sulle effettive responsabilità di ogni singolo imputato.

“La complessità dei fatti storici – ha spiegato Angelo Pellino, presidente della Corte d’Assise d’appello – non può essere compressa nella gabbia del paradigma giudiziario nel quale è giusto che si muova. L’oggetto del processo sono fatti molto eclatanti. Ma può accadere che ci sia un effetto, che non sia cercato e voluto e non si sostituisca all’unico scopo del processo penale che, per il secondo grado, è la verifica dei motivi di appello”. “Tutti gli imputati – continua Pellino – non sono archetipi socio-criminologici. Sono uomini in carne e ossa giudicati per ciò che hanno o non hanno fatto”.

Tra le importanti novità di questo nuovo processo, vi è la probabile audizione dell’ex premier Silvio Berlusconi, mai sentito sino ad oggi né in fase processuale né nella precedente fase probatoria, chiamato in causa dal legale dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni. Secondo quanto emerso nel corso del primo processo, Berlusconi, che aveva pagato i boss sino al 1994 per il tramite appunto di Dell’Utri e di Vittorio Mangano, una volta entrato nel contesto politico nazionale e divenuto premier fu destinatario delle minacce mafiose e dunque protagonista attivo della trattativa. A parere dell’avvocato Centonze, difensore di Dell’Utri, l’audizione di Berlusconi, considerata l’innegabile rilevanza della sua posizione, sarebbe una integrazione probatoria necessaria a scongiurare il rischio di condanne ingiuste.

Altra novità, tutt’altro che trascurabile, la possibilità che Massimo Ciancimino, testimone chiave in primo grado e detentore del famoso papello, non possa comparire davanti ai giudici nel corso di queste nuove udienze. Il figlio dell’ex sindaco boss è in attesa di perizia circa il proprio stato di salute dopo essere stato colto, lo scorso marzo, da un grave malore mentre si trovava nel carcere di Regina Coeli. Considerando l’importanza e la quantità delle testimonianze da lui rese, questo potrebbe fortemente pregiudicare l’andamento dell’intero filone processuale.

Nell’attesa che si sviluppino le prime udienze e che si delineino le varie strategie difensive resta certo che, pur nell’inviolabile diritto degli imputati di battersi per dimostrare la propria innocenza, è necessario che non si sollevi un altro polverone, che l’impegno non sia profuso solo nella direzione del “confondere le acque” o creare dubbi, perché non va dimenticato di che tipo di reati si tratti, di quanta vergogna portino con sé, di quanto sangue innocente e valoroso sia stato versato per paura o per difendere interessi tutt’altro che patriottici. Per tale ragione è necessario fare giustizia, lo richiede il passato ma anche e soprattutto il futuro della nostra nazione dilaniata.

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