Tre Uomini E Una Fotografia: Una Storia In Bianco E Nero

Di: - Pubblicato: 15 ottobre 2018

Di Maurizio Anelli.

 

Una vecchia fotografia in bianco e nero e la storia di tre Uomini: due neri e un bianco. È una storia bella e importante, che dovrebbe essere raccontata nelle scuole di tutto il mondo per spiegare agli adulti di domani tutto quello che racchiude e che insegna. È uno spaccato del Novecento, una stagione di sogni e utopie capaci di agitare il cuore d’intere generazioni. Quante storie in quei cent’anni di solitudine, tragedie e rinascite, incubi e sogni come in una  notte lunghissima: dalla prima grande guerra ai campi di concentramento nazisti per arrivare all’ultima alba della Jugoslavia. In mezzo a tutto questo la guerra in Vietnam, Che Guevara e la Rivoluzione cubana, l’America Latina e il sogno interrotto del Cile di Salvador Allende, l’Argentina dei generali e dei “Desaparecidos”.  In Europa è la stagione della Primavera di Praga e del maggio francese. Sono anni ribelli dove un’intera generazione sente il bisogno e il dovere della disobbedienza verso un sistema che non può essere il suo. Quella generazione lancia una sfida al mondo intero, il vento raccoglie quei semi e li deposita in ogni angolo, anche a Città del Messico.

“No queremos Olimpiadas” gridavano gli studenti messicani nel 1968. Gli studenti messicani conoscevano bene la situazione sociale e politica che stava mettendo in ginocchio il loro paese: milioni di ragazzi che non frequentavano la scuola, un tasso altissimo di analfabetismo, uno spaventoso livello di disoccupazione e una condizione di povertà estrema. Accanto a questa consapevolezza sulle condizioni del Paese c’è la lucida convinzione sull’uso strumentale che il governo messicano avrebbe sicuramente fatto delle olimpiadi del ’68 per convincere il mondo che in Messico tutto era sotto controllo e che non esisteva nessun disastro politico, economico e sociale. Il 2 ottobre, in Plaza de las Tre Culturas, gli studenti organizzano la loro più grande manifestazione: sono tanti, tantissimi, e insieme a loro ci sono gli operai e i contadini. I fucili e i blindati dei granaderos compiono un vero massacro. Le fonti ufficiali del Governo messicano di allora parlarono di 29 morti, la verità raccontava invece di centinaia di vittime. Le Olimpiadi messicane cominciarono comunque il 12 ottobre, come se nulla fosse accaduto, quasi a imporre un freddo silenzio sulla morte. Poi arrivarono Tommie Smith e John Carlos. Afroamericani, entrambi facevano parte dell’ Olympic Project fo Human Right, sul loro manifesto era scritto “Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa? “. Sono figli di quell’America nera che conosce e vive quotidianamente la segregazione razziale, ma sanno anche che ogni vittoria può essere una rivincita, un riscatto verso una nazione razzista ed escludente. Sono figli di quell’America che racconta odio razziale, linciaggi, segregazione, ma sono anche i figli dell’America di Rosa Parks e Martin Luther King, di Malcolm X e delle Black Panthers. Tommie Smith e John Carlos credono nel “Progetto olimpico dei diritti umani”, Martin Luther King era stato ucciso da pochi mesi e loro decidono di partecipare alle Olimpiadi comunque.

È il 16 ottobre 1968 e loro hanno appena corso la gara dei 200 metri. Medaglia d’oro e medaglia di bronzo, potrebbero festeggiare e rientrare negli USA da vincitori, godere l’effimera gloria della loro medaglia. Ma loro sono Tommie Smith e John Carlos e sanno benissimo cosa vogliono e cosa devono fare: c’è qualcosa che il mondo deve ricordare e che vale più di una medaglia olimpica, ci sono milioni di neri che non hanno nessun diritto.  Ci vanno sul podio a prendersi la loro medaglia, ma ci vanno indossando sul petto lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. E poi ci vanno scalzi, per ricordare la povertà da cui arrivano e nella quale restano immersi  tanti fratelli neri. Ci vanno con una collanina di pietre piccolissime al collo, ognuna di queste simboleggia un nero linciato mentre si batteva per i propri diritti. E infine ci vanno con i guanti neri, il simbolo delle Black Panthers , le Pantere Nere. E con quel pugno chiuso e avvolto dentro il guanto nero, scalzi e a capo chino durante l’inno americano ricordano al mondo che la libertà e la giustizia sono un’altra cosa, ancora e tutta da conquistare. Ricordarono e ricordano ancora oggi dopo cinquant’anni  che non esiste alcuna differenza  fra l’apartheid dei bianchi, la repressione delle dittature sudamericani e le leggi razziali. Quella cerimonia di premiazione resta una fotografia indimenticabile del Novecento, un’icona che conserva un posto nella storia. Sullo Stadio c’è un’atmosfera surreale, solo un accenno dell’inno americano, poche note appena. Le reazioni sono immediate, ma questo loro lo sapevano molto bene fin dal primo momento: Smith e Carlos vengono immediatamente espulsi dalla squadra USA per ordine del capo delegazione americano e cacciati dal villaggio olimpico. Tornati in America Smith e Carlos subirono ripercussioni e minacce di morte. La loro vita arrivò ad un passo dalla fine: ridotti in povertà, costretti a chiudere con l’atletica e a fare qualunque lavoro per una paga umiliante. Solo il tempo, alla fine, ha dato loro ragione.

Una vecchia fotografia in bianco e nero e la storia di tre Uomini: due neri e un bianco. L’uomo bianco si chiamava Peter Norman, australiano, che in quei 200 metri vinse la medaglia d’argento. Per molto tempo la sua figura è stata vista come marginale, poi è invece emersa in tutta la sua grandezza. Lui, bianco, non ha dubbi: dai primi momenti subito dopo la fine della gara si schiera accanto a Smith e Carlos. Offre la sua solidarietà, in silenzio. Pagherà un prezzo altissimo per tutto questo una volta tornato in Australia al termine dei Giochi Olimpici, un prezzo ricco di ostilità, di solitudine e disprezzo. In un articolo pubblicato da “ La Repubblica” il 28 giugno 2012 Gianni Mura racconta “…Norman in Australia viene cancellato. Supera tredici volte il tempo di qualificazione per i 200 e cinque volte quello per i 100, ma a Monaco ‘ 72 non lo mandano. Nessuna spiegazione. Gioca a football ma smette per un infortunio al tendine d’Achille, rischia l’amputazione di una gamba. Insegna educazione fisica, svolge attività sindacale, arrotonda in una macelleria. Il più grande sprinter australiano non è coinvolto in Sydney 2000 né tantomeno invitato (col suo 20″06 avrebbe vinto l’ oro). Sofferente di cuore, muore il 3 ottobre 2006” https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/28/sono-uguale-voi-quel-volto-bianco-accanto.html

Per molti anni Peter Norman conobbe una sola possibilità: condannare e dissociarsi dal gesto di Tommie Smith e John Carlos. Non lo fece mai. Solo Smith e Carlos non dimenticarono Peter Norman. John Carlos disse di lui : “Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare. Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”. Tommie Smith dichiarò che “ … Peter ha pagato il prezzo della sua scelta.  Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.

https://riccardogazzaniga.com/luomo-bianco-in-quella-foto/

Peter Norman muore per un attacco cardiaco nel 2006 senza che l’Australia lo avesse mai riabilitato. Allora arrivano due neri, figli di quell’America nera che conosce e vive quotidianamente la segregazione. Non sono più i ragazzi di una volta, il tempo ha regalato qualche ruga e qualche capello bianco, ma sono sempre loro: Tommie Smith e John Carlos, Afroamericani. Ricompongo quella fotografia simbolo del Novecento e si caricano sulle spalle la bara di quell’Uomo bianco che non li ha mai rinnegati e che loro non hanno mai dimenticato. Saranno loro ad accompagnarlo in quell’ultimo viaggio e questa volta non c’è bisogno di correre veloci, anzi si cammina lentamente perché tutti abbiano il tempo di guardare con il dovuto rispetto quella bara e ripensare a un ottobre di cinquant’anni prima, quando gli studenti messicani gridavano “No queremos Olimpiadas” prima di farsi ammazzare e quando due neri e un bianco insegnarono al mondo che il tempo non potrà mai cancellare nessuna fotografia in bianco e in nero e la storia bellissima di tre uomini: un Bianco e due Neri.

Solamente nel 2012 il Parlamento Australiano approverà una dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo davanti alla storia, ma è troppo tardi. Peter Norman non lo saprà mai e forse non l’avrebbe nemmeno più accettata.