Trump riaccende le trivelle nell’Artico: prima autorizzazione all’Eni

Di: - Pubblicato: 24 luglio 2017

A cura di Veronica Nicotra

 

L’aveva detto e l’ha fatto. Il presidente americano Donald Trump aveva annunciato che avrebbe capovolto la politica del suo predecessore, riprendendo le esplorazioni petrolifere nell’Artico. Il primo permesso è andato alla filiale americana dell’Eni, che ha ottenuto il via libera dal Boem (Bureau of Ocean Energy Management) per la trivellazione di quattro pozzi in Alaska, nel mare di Beaufort, ma solo a scopo di esplorazione. Si inizierà a dicembre di quest’anno fino al 2019, ma i lavori saranno effettuati solo in inverno quando ci sono meno balene e orsi polari.

L’ex presidente, Barack Obama, aveva infatti vietato qualsiasi forma di trivellazione nella maggior parte dell’Artico, ma non all’Eni, che nella zona ha già il pozzo Nikaitchuq, attivo dal 2011. Lo scorso marzo, inoltre, l’azienda aveva presentato la sua richiesta di trivellare nel mare di Beaufort. A distanza di un mese, il neo presidente ha espresso la sua intenzione di dare un nuovo impulso alle esplorazioni artiche, che hanno immediatamente smosso sia le associazioni ambientaliste che i nativi.

Cercare idrocarburi in questo tipo di zone così delicate dal punto di vista ambientale non è affatto semplice, in quanto lavorare al Polo Nord di inverno vuol dire andare incontro alle lunghe notti artiche e poter incappare in numerosi incidenti. L’Eni, infatti, lavorerà molto vicino alla costa, usando l’isola artificiale Spy Island, costruita nel 2008, che consiste in un’isola artificiale di meno di mezzo chilometro quadro, molto vicina alla costa, dove l’acqua è profonda un paio di metri, ed è unita alla terraferma da un oleodotto già in funzione da anni, per sfruttare Nikaitchuq.

Queste scelte non sono piaciute alle associazioni ambientaliste che sono già sul piede di guerra: l’organizzazione no profit americana Center for Biological Diversity ha già fatto ricorso al tribunale, denunciando il fatto che le concessioni dell’azienda italiana, mai sfruttate per dieci anni, sarebbero scadute a fine 2017 e che le autorità di Washington avrebbero impiegato solo 30 giorni a valutare la richiesta dell’Eni. “Una perdita di greggio lì farebbe danni incredibili e sarebbe impossibile da ripulire – ha scritto in un comunicato l’avvocato dell’associazione, Kristen Monsell -. Approvare il piano all’11esima ora rende un progetto pericoloso ancora più pericoloso”.

Eni, per affrontare questo lavoro, conta su un’esperienza precedente in Norvegia (Goliat) a una latitudine altrettanto estrema (oltre 70° nord). L’utilizzo della Spy Island limiterà gli ostacoli logistici e, inoltre, ciò che sicuramente aiuterà la società sarà il buon rapporto con la nuova amministrazione americana. “Sappiamo che ci sono vaste riserve di petrolio e gas sotto al mare di Beaufort – ha commentato Walter Cruickshank, direttore di Boem, -. E non vediamo l’ora di lavorare insieme a Eni per sfruttare questo potenziale di energia”.

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