Tutti Giù Per Terra. Lo Sport Americano Contro Il Presidente Trump

Di: - Pubblicato: 2 ottobre 2017

Di Maurizio Anelli

 

Le stelle dello sport americano sfidano il Presidente Donald Trump e scelgono di farlo con un gesto altamente simbolico e significativo: restare seduti o inginocchiati durante l’inno nazionale prima di ogni sfida, negli stadi del football e del baseball come nei templi del basket. Sono nomi importanti quelli che hanno scelto di sfidare il Presidente, il Gotha dello sport a stelle e strisce: Stephen Curry, Kevin Durant, LeBron James, Kobe Bryant sono le leggende viventi del basket americano, le stelle più luminose del mondo NBA. Ma non sono soli: i mostri sacri del football e del baseball sono accanto a loro, e poi le squadre intere con allenatori, manager e presidenti che appoggiano la protesta dei loro giocatori.

Perché lo fanno e qual è stata la scintilla di questo incendio ? La prima pagina di questa storia viene scritta il 28 agosto 2016 in un campo di football e il primo giocatore a compiere questo gesto simbolico per protesta contro la brutalità della polizia nei confronti della popolazione afroamericana è Colin Kaepernick, giocatore di spicco dei San Francisco 49er. Qualcuno pensa ad un gesto provocatorio contro il razzismo come tanti ce ne sono stati in America, un gesto che presto sarà dimenticato. Non sarà così: quel gesto sarà fatto proprio da tanti altri campioni, anche di altri sport. La tensione aumenta, la disapprovazione e l’irritazione della Casa Bianca crescono col passare dei giorni ma, allo stesso modo, aumenta anche il numero degli atleti che ripetono quel gesto. Il Presidente Trump chiede allora il licenziamento dei giocatori che rifiutano di stare in piedi e cantare l’inno americano come bravi soldatini, ma l’effetto ottenuto è l’esatto contrario di quello sperato alla Casa Bianca.  Nelle partite successive succede che i presidenti delle squadre, i manager, i coach, manifestano apertamente la loro solidarietà ai propri giocatori schierandosi al loro fianco e appoggiando la mano sulle loro spalle.

“….La prima partita di football, dopo le dichiarazioni di fuoco del presidente americano, regala un’altra immagine da forte significato simbolico. Tutti i campioni dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens si sono inginocchiati in segno di protesta. In piedi gli allenatori e i proprietari dei due team con le mani sulle spalle dei loro giocatori in segno di solidarietà…” (http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/09/24/trump-e-le-star-dello-sport-e-guerra.-dilaga-protesta-anche-il-baseball-sfida-il-presidente-usa_cd5c3776-0d85-4775-93f9-d98c6798e31f.html)

La protesta delle stelle dello sport americano assume un rilievo sempre più grande e arriva la solidarietà di altri nomi importanti, da altri mondi: il 23 settembre scorso a New York durante un concerto a Central Park per sostenere la lotta contro la povertà Stevie Wonder, accanto al figlio Kwame Morris, compie lo stesso gesto: “… Questa sera m’inginocchio per l’America”.

Sono passati trentanove anni da quell’ottobre del 1968 quando alle Olimpiadi di Città del Messico il mondo conosce il pugno chiuso, con il guanto nero, di Tommie Smith e John Carlos. Martin Luther King è stato assassinato da pochi mesi e molti atleti neri si chiedono che senso abbia partecipare alle Olimpiadi.  Smith e Carlos sono membri dell’Olympic Project for Human Rights  e si chiedono “…Perché dovremmo correre in Messico solo per strisciare a casa ?”. Ma decidono di correre e la loro corsa resterà per sempre nella storia perché quella corsa scrive una pagina indimenticabile. Corrono forte, corrono come il vento. Quella corsa sarà un trionfo sportivo, ma non può bastare: serve un finale che resti nel cuore e nella memoria. E quando si presentano sul podio per la premiazione il mondo dovrà fare i conti con loro: a piedi scalzi in segno di povertà, e una collana  di piccole pietre al collo (“ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato”). Alzano al cielo e al mondo il loro pugno. Il loro è un gesto di denuncia e di coraggio che pagheranno a caro prezzo. (http://www.ilpost.it/2012/06/28/la-storia-della-foto-di-tommie-smith-e-john-carlos/). La loro carriera sportiva è chiusa, finita. Loro lo sanno bene ma, da quel momento, il mondo conoscerà il significato e il valore di quei guanti neri, simbolo del black power.

Che cosa è cambiato da allora in America ? Tanto, ma non abbastanza. Essere “nero” è ancora qualcosa che si deve pagare in qualche modo. È ancora un problema, è ancora una differenza che ha il suo peso. I dati sulle violenze compiute dalla polizia nei confronti dei “neri” sono impressionanti e anche durante la presidenza Obama non hanno mostrato nessuna flessione. Oggi il razzismo, mai davvero superato negli USA, ritrova ancora più forza con la presidenza Trump. Un Presidente che non mostra nessun imbarazzo nell’appoggio ricevuto in campagna elettorale da figure legate agli ambienti più segregazionisti d’America, vecchie conoscenze del Ku Klux Klan. L’orgoglio bianco dell’America rialza la testa e la voce, trova alleanza negli ambienti e nei movimenti politici di estrema destra, nazisti e negazionisti. E di fronte a tutto questo il Presidente Trump non prende nessuna posizione ma anzi tende sempre a minimizzare, a giustificare.  Nell’Agosto di quest’anno a  Charlottesville,  in Virginia, il vento dell’odio razziale convoglia migliaia di manifestanti  legati agli ambienti dei suprematisti bianchi. Accanto a loro scendono in strada nazisti vecchi e nuovi. Ci sono le affermazioni di David Duke, uomo legato al Ku Klux Klan, che afferma  “… questo momento è una svolta. Siamo determinati a riprenderci il nostro Paese e a realizzare le promesse di Donald Trump. Per questo abbiamo votato per lui” . In un clima che l’America conosce molto bene gli scontri sono violenti, sembra un ritorno al passato, quel passato che non è mai morto in America. Ci sono morti ma per il Presidente Trump la colpa è anche di chi ha “osato” sfidare i razzisti e i suprematisti bianchi. Questo è oggi il volto di un Presidente che rappresenta la faccia peggiore di quell’America che non vuole cambiare mai.

Gli atleti americani si schierano, e lo fanno come hanno saputo fare anche in passato. Qualcuno dirà che sono ricchi, che possono farlo per questo. Io non la penso così, e il fatto che siano ricchi e famosi non cambia la sostanza. In giro per il mondo ci sono altri ricchi, nel mondo dello sport come nel mondo dello spettacolo, che fingono di non vedere e di non sentire, chiusi nel loro giardino dorato e sorridenti quando stringono la mano dei potenti di turno. Altri decidono di sfidare questi potenti di turno e lo fanno apertamente. Aveva cominciato tanti anni fa Muhammad Ali, la farfalla di Louisville. Poi Tommie Smith e John Carlos, con il loro pugno guantato di nero. Oggi tocca a loro: Colin Kaepernick, Stephen Curry, Kevin Durant, LeBron James, Kobe Bryant e altri ancora. Sono in buona compagnia, la voce di Stevie Wonder li accompagna con una colonna sonora che ha il colore della dignità.