Un’ Altra Storia

Di: - Pubblicato: 14 maggio 2018

Un racconto inedito

Atto Sesto

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

È una bella giornata di sole, nuvole bianche e soffici, l’aria quasi frizzante. Una rarità da queste parti, sembra quasi di stare in montagna anche se le montagne sono lontane da qui. Però oggi si riescono almeno a vedere, lontane, laggiù, imbiancate di neve. Ci si può dimenticare di tutto il resto in giornate come queste. Guardare all’orizzonte sorvolando sul grigio delle case. Questi casermoni in cemento armato tutti uguali, così deprimenti. In parte oramai abbandonati. Costruiti tanto tempo fa, era un’altra epoca, un altro mondo, e lei era una bambina. Questo è ancora ciò che chiama casa.

Sono un regalo da queste parti giornate come questa. L’inverno è freddo e nevica tanto, l’estate è calda e umida. Le mezze stagioni sono troppo brevi per rendersene anche solo conto. Lo chiamano clima continentale, tipico di questa parte d’Europa. Si stringe nel golf e soffia sulla tazza di te, il fumo appanna il vetro della finestra. Poi decide che è troppo, troppo bella quella giornata per restarsene lì, al chiuso, ed esce sul piccolo balcone stretto. A piedi nudi, sul cemento grigio. Indossa ancora soltanto i boxer da uomo per pigiama. Si appoggia allo spesso e ruvido cornicione, chiude gli occhi e respira forte. Il gatto che l’ha seguita le si struscia sulle gambe scoperte.

Inizia a bere il liquido amaro, ma si accorge che non basta a toglierle di bocca quell’altro sapore con cui si è svegliata stamattina. Rimpianto? Dicono che ce l’abbia un sapore, ma qual è? O è piuttosto senso di colpa? O ancora, quella specie di nostalgia che mai si sarebbe aspettata? Mancanza? Rivede per un attimo l’appartamento, vuoto. Immagina di affacciarsi da là, dalla ringhiera di ferro battuto e ben lavorato, sulle finestre del palazzo di fronte. Guardare la vita degli altri, a lei non è mai piaciuto. Se ha sbirciato l’ha fatto come se stesse davvero rubando in casa di quelle persone. Non si usa dalle sue parti essere così…aperti? Lei stessa aveva capito in quella nuova città di essere una a cui non piace mostrarsi. Perché ci si tende a chiudere quando si ha paura che qualcuno possa portarti via tutto quel poco che hai. Ti proteggi. Eppure, al contrario di quella gente, la sua sapeva essere così ospitale, una volta superata la soglia di casa, oltre la porta d’ingresso ti accoglieva un tale calore che lei non aveva più ritrovato se non forse in quel vecchio appartamento. Le mancava davvero così tanto? Da starci pensando ora.

Niente montagne da quell’altro balcone. Ma un bel parco proprio oltre la strada. Quante passeggiate…in ogni stagione, sotto ogni tempo. Da sola, come piaceva a lei. La targa all’ingresso sul muro scrostato, sotto la possente cancellata nera. Non riusciva a ricordare cosa c’era scritto…e all’improvviso lo vede. Ma sì, è proprio lui! No, non può esserlo…qualcuno che gli somiglia, forse…con quell’aria un po’ così, di uno fuori posto e allo stesso tempo incurante dell’esserlo o meno. Difficile da inquadrare, infatti fatica a metterlo bene a fuoco…lo vedi passare per strada e non sapresti in che cornice inserirlo. Stessi jeans, molli sul sedere, stesse scarpe sportive, stesso maglione scuro. Costoso si direbbe, ma certo! Glielo ha lasciato lei! Come regalo, quando se n’è andata…e quel berretto calato sulla testa, ma dove lo ha preso? Lo vede camminare con quell’aria tutta sua che è già passato, i suoi occhi sull’ampia schiena. E per un attimo immagina che da un momento all’altro possa girarsi, alzare lo sguardo, sorriderle e salutarla con la mano, come quando usciva dall’appartamento e lei lo guardava allontanarsi per strada. Attento! Ecco cosa vorrebbe dirgli. Glielo griderebbe se…anche quel giorno. Come quel giorno. Non lo fa. Non lo ha fatto. Mai. Lui avrebbe capito subito.

Se guarda bene, può vedere la valigetta nera che porta. È una valigetta nera. Più un portadocumenti che altro. Pende floscia dalla sua mano, come fosse vuota. D’altronde che cosa potrebbe mai contenere una valigetta del genere? Nulla di importante…no?stringe la tazza tra le mani, ha quasi paura. Se la tiene così, quella valigetta, qualcuno potrebbe strappargliela e portargliela via in un attimo. Ci riuscirebbe anche un bambino, se continua così..sarebbe la fine. Ma lui no, avanza tranquillo lungo il marciapiede come niente fosse. Non si è voltato a guardarla, d’altronde lei è troppo in alto per essere vista. Tira dritto per la sua strada, e forse è meglio così. È meglio per lui, chiunque lui sia e ovunque sia diretto. Almeno lui è salvo. Si salverà…e lei? Forse è troppo tardi, anche solo per poterselo chiedere. Il sole quasi brucia sulla faccia, l’aria è fredda sulle gambe nude. Il gatto è già rientrato. Finisce di bere ciò che le è rimasto e torna dentro casa. Anche lei. Si lascia tutto alle spalle, ancora una volta e chiudendo la finestra dice a sé stessa che deve stare attenta a non farsi trascinare all’indietro. Ha lottato tanto a lungo per questo…il gatto miagola, e lei lo guarda fare le fusa ai piedi della poltrona. Deve avere fame. Mentre si avvia verso il cucinino lo vede seguirla con aria devota e quella schiena ancora inarcata per un attimo contro la valigetta nera appoggiata lì per terra.

Oddio, sangue negli occhi…

FINE