Un’altra Storia

Di: - Pubblicato: 16 aprile 2018

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Un racconto inedito

Atto Secondo

 

A cura di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

 

Mi sveglio di soprassalto al suono di quello che sembra uno sparo. L’eco rimbomba ancora nell’aria, e nel sangue. Sudato, questa volta ho freddo.

Un incubo. C’eri anche tu e restavi a guardare. Mi resta appiccicato addosso e fatico a mandarlo via. Finché un altro tuono mi fa sobbalzare. Il colpo di grazia. Anche nel sogno la terra era bagnata sotto i piedi…strane coincidenze, reminiscenze, quasi predizioni.

Mi tiro a sedere e appoggio i piedi per terra. La testa tra le mani, chiudo gli occhi e i pensieri corrono come impazziti alla ricerca di una via di fuga, un’uscita di sicurezza, un modo per salvarmi. È automatico, istinto di sopravvivenza. Eppure so perfettamente che cosa mi aspetta. So di essere in trappola. Che tutto ciò che la mia mente cerca, non esiste. Che non ho le risposte alle loro domande, o che quelle che ho non sono quelle giuste, ciò che loro vogliono sentirsi dire. La prima volta mi ha preso il panico. Sentirmi così, come un animale braccato. Ora non ci casco più. Sono troppo stanco, forse. O rassegnato. Va bene così, non mi interessa.

Sul tavolino basso di fronte a me, il disordine delle migliori occasioni: piatti sporchi, un paio di bicchieri lasciati a metà, resti di cibo e un posacenere pieno. Alla ricerca di un goccio d’acqua incappo in qualcosa di troppo forte. Mi raschia la gola, tossisco e la testa rintrona dall’interno come una campana. Come il temporale là fuori, o lo sparo nel sonno. Le idee sbattono inermi contro le pareti della scatola cranica.

Ora piove proprio. Improvvisamente distinguo chiaramente il rumore che proviene dalla finestra socchiusa, in cucina. Da qui la vedo appena oltre la porta e sento il ticchettio dell’orologio nascosto dietro la parete. È l’unica cosa che c’è di mio in tutto l’appartamento, a parte i vestiti e qualche libro. È anche l’unica cosa che mi sono portato via da casa quando me ne sono andato dopo la morte della nonna. Stava nella sua di cucina, prima. Niente di che davvero. Solo un banalissimo orologio da ufficio. Rotondo, dalla cornice spessa e lucida nera, come i numeri grandi sullo sfondo bianco. Uno di quegli orologi un bel po’ rumorosi…nel suo insolente e sprezzante procedere, è diventato una presenza quasi rassicurante per me.

 

Quel pomeriggio quando io e la nonna siamo arrivati nel cortile del capannone dove stava l’officina. Io venivo da scuola e lei da casa. Avevo pedalato veloce, lei doveva aver corso. Tutti e due con il fiatone e rossi in viso. Era inizio estate e faceva già caldo. I miei ultimi giorni di scuola. Ho lasciato cadere la bicicletta rossa e lei mi ha preso per mano. Ricordo che era ancora in ciabatte e che quando me ne sono accorto mi ha fatto una pena infinita. E subito mi sono vergognato di quel sentimento. E tutto mi è sembrato così triste.

Ci avevano avvertito, lei una vicina chiamata dal marito, io da un compagno di scuola: è stato quel che si dice un incidente sul lavoro. Quando siamo entrati nello stanzone, nel silenzio si sentiva solo l’orologio. Non riesco a ricordare quasi nient’altro. Non il corpo del nonno riverso a terra, non i suoi colleghi seduti tutt’attorno con la testa tra le mani, non i poliziotti con l’aria di dover risolvere chissà quale mistero…non so neanche quanto tempo siamo rimasti lì in piedi, io e la nonna. Mano nella mano. Senza piangere. Senza urlare. Senza dire nulla. Respirando forte per la fretta di arrivare mentre il sudore iniziava a colarci piano sulla fronte e sotto le ascelle, bagnandoci il collo e la schiena.

So che non riuscivo a distogliere gli occhi dall’orologio là in alto sulla parete, come poco prima dalle ciabatte della nonna…finché è stata lei proprio lei a muoversi. Ha sollevato lo sguardo dal corpo del nonno steso a terra, e deve essersi girata verso di me, e visto cosa fissavo. Allora si è guardata attorno alla ricerca di qualcosa, ha preso una scala, l’ha appoggiata al muro, ci è salita sopra, sempre con le sue ciabatte e la gonna da cui si vedeva sporgere la sottoveste gialla sbiadita, ha staccato l’orologio che continuava a battere ed è scesa. Non una parola. Mi è venuta incontro, mi ha ripreso per mano e siamo andati via. Tutto qui. Siamo tornati a casa a piedi, con calma. La bicicletta è rimasta là. Per terra.

 

Se è stato a suo modo un gesto d’amore non saprei. L’orologio è stato appeso nella cucina della  nonna fino al giorno in cui anche lei è morta. Sono stato io a trovarla, l’arrosto pronto ancora sul fuoco, il sugo che ormai si era rappreso sul fondo. E l’orologio era là a risuonare di nuovo nel silenzio immobile della stanza. Ho finito per ripetere i suoi stessi gesti di quel giorno di tanti anni prima. E me ne sono andato per venire qui.

E ora sto piangendo, come un bambino. Come non ho mai fatto prima. I singhiozzi quasi non mi fanno respirare. Rischio di strozzarmi mentre sussulto, e non riesco lo stesso a fermarmi. Non penso più a niente, o tutto insieme contemporaneamente. E mi lascio piangere mentre aspetto che passi…