Un’Altra Storia

Di: - Pubblicato: 23 aprile 2018

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Un racconto inedito

Atto Terzo

 

Pioveva. Seduta a quel tavolo d’angolo nella penombra del bar, sapeva di attirare su di sé non pochi sguardi. Sola. Evidentemente straniera, ma non del tipo esotico-mari del sud e colori vivaci. Piuttosto fredda e un po’ distante. Nonostante quel vestitino giallo con le spalline, così démodé. Quasi irraggiungibile, nascosta dietro la mano con la sigaretta, il fumo a stringerle gli occhi in due fessure sottili.

Aspettava. Ma con il passare del tempo qualcuno avrebbe anche potuto dubitare della sua attesa. Sicuramente erano in diversi a farsi molte domande. Ormai era da qualche tempo che andava in quel bar un po’ fuori dalle traiettorie usuali. Frequentato soprattutto da gente del quartiere, i turisti che ci finivano era proprio per caso. Clienti abituali per lo più, cosa vuole? Il solito…e in mezzo lei. Era apparsa da un giorno all’altro. E da quel giorno sempre presente. Stessa ora, stesso posto. Anche lei aveva imparato a dire Il solito, sempre in attesa, ma chissà poi di cosa. O di chi…ad ogni scampanellio della porta che si apriva gli occhi le andavano là, all’ingresso, o all’uscita dipende dai punti di vista. Squadrava il nuovo entrato, cercando…

Quella sera, acqua da tutte le parti e lei con quel suo vestitino giallo, le spalle nude e i tacchi alti, nelle sue abitudini sembrava proprio fuori posto. La si notava ancora di più, e allo stesso tempo la gente era troppo indaffarata ad asciugarsi da gettarle un’occhiata appena. Il suo destino: attirare l’attenzione rimanendo come incastrata dietro un vetro. In vetrina. Inavvicinabile. In quell’angolo sempre più buio, fuori dal tempo. Resti di un caffè e di un bicchiere d’acqua davanti, il posacenere sporco di una sigaretta via l’altra. E una mano a giocare con il fine e sottile filo di perle attorno al collo. Regalo antico, di antica fattura. Qualcuno deve essersi di certo chiesto chi fosse e da dove venisse. Se quelle perle fossero vere, o finte. Rubate? Da una puttana? Sì, beh, di un certo livello naturalmente. O se non fosse invece uno scherzo, se per caso si fosse vestita per una festa, magari in maschera…chi alla fine aspettasse, e se stesse poi aspettando qualcuno. Non aveva freddo così…scoperta? Se ricordava almeno dove fosse o che ore erano? Si era magari persa?

Incominciava a chiederselo anche lei. Così lontana con la mente, talmente altrove…già a casa forse…chi fosse? Un costume, sì certo perché no? Una recita, una maschera. Il tentativo di fare fortuna e poi no, il non riuscirci come aveva pensato lei. L’ultima possibilità per dare un senso a tutto, a tutto quello che aveva passato. L’ultima chance. Per piegare diversamente quella storia. Con pazienza, saper aspettare. In questo era brava, quasi stoica, e allo stesso tempo come rassegnata. Attendere, guardando avanti senza farsi troppe domande. Gente abituata a lottare per ben altri, la sua. Gente abituata a dover sopravvivere. Come lei. Ed era quello che aveva fatto: aveva lottato, aveva resistito, aveva provato a cambiare le cose, era partita e ancora aveva dovuto lottare e resistere. Ora, ora poteva finalmente tornare. A casa sua, di nuovo, ma alle sue condizioni.

Mentre aspettava che la sua ultima occasione entrasse dalla porta di quel bar, ogni giorno pensava a tutto quello che aveva passato. E si lasciava trasportare…senza mai però assentarsi troppo da quel tavolo, senza mai perdere di vista la sua preda.

Si muoveva come miele nella sua testa e non sentiva le chiacchiere attorno a lei, o le parole dalla radio accesa, o l’umido freddo che saliva basso dalla schiena fino alla nuca. Non sentiva lo stomaco vuoto o la gola grattata. Non sentiva sete né stanchezza. Come a caccia, sempre vigile e in allerta. Attenta a dosare le forze, a non disperdere le energie. Per poter agire quando arriva il momento, quando si individua quello giusto…il tempo scorreva, sigaretta dopo sigaretta, lo scampanellio della porta a richiamarla ogni volta…e finalmente lui entrò.

Di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.