Un’Altra Storia

Di: - Pubblicato: 30 aprile 2018

 

Un racconto inedito

Atto Quarto

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Finalmente riesco a stare in piedi senza che mi giri troppo la testa. In cucina si sta meglio. Le pareti e le piastrelle chiare, i mobili che mi ricordano quelli della nonna verdino chiaro, color dentifricio come dico io. Prendo un bicchiere d’acqua dal lavandino e poi un altro e un altro ancora. Fino a che non riesco più a sentire la sete, e quel groppo in gola che mi riempiva anche la bocca. Mi guardo attorno e tutto sembra così in ordine, e pulito…vuoto: da qui quasi non si direbbe che ci viva qualcuno nell’appartamento.

Il freddo dal pavimento sotto i piedi mi tiene sveglio. Mi appoggio al mobile e come sempre finisco per gettare un’occhiata fuori: dalla finestra socchiusa si vede l’angolo del palazzo di fronte e l’inizio dell’alta cancellata nera del parco al di là della strada. Mi sposto per vedere meglio i grandi alberi pieni di foglie che sotto l’acqua sono ancora più verdi, mi sembra quasi guardandoli di poter respirare meglio. Faccio spesso così: mi fermo ad osservare il traffico giù in strada, i passanti, la vita nelle case degli altri, per quel che se ne può vedere, capire, e quando mi stufo allungo lo sguardo sulle piante del parco. A volte, sembrano avere più senso loro di tutto il resto.

 

Il parco è stata la cosa migliore del vivere qui. Fin dal primo giorno, quando ho messo piede nell’appartamento…sorrido. Tu sulla porta, in pigiama, appena sveglia, un po’ stupita, sembravi quasi esserti dimenticata di me, chi ero? che dovevo venire, ed era tardi, era quasi mezzogiorno! E io sul pianerottolo, con quella sacca militare con dentro le mie cose e un vaso con una pianta raccolta per strada, come un regalo…una di quelle piante d’appartamento un po’ tristi…l’avevo trovata per caso tra i rifiuti, per venire da te, qualche porta indietro, o avanti, dipende dai punti di vista…qualcuno stava traslocando, qualcuno di un certo livello ovviamente, perché il quartiere dove siamo…e insomma, buttavano via delle cose e tra queste c’era anche la pianta e io l’ho recuperata…ti sei messa a ridere vedendomi lì, così. E ho finito per ridere anche io. Sembravi capire, sembravi dire con gli occhi: sì, lo so com’è…sorrido ancora mentre guardo il fondo del bicchiere vuoto.

 

Guardare le macchine e il via vai di gente sui marciapiedi e tra i negozi…finisce sempre che mi sento un po’ inutile. La vita che scorre, di persone che nemmeno conosco, mi fa pensare alla mia…tutto questo tempo tempo libero…mi muovo come se non esistessi per davvero. Non sono nessuno e nessuno mi conosce. O si ricorda di me. A casa mi avranno già dato per perso. Chi se ne va di solito non torna indietro. Esce dal conto totale ed entra nel passato, è lui che di solito regola i conti.

Il senso di esistere per qualcuno…l’ho ritrovato con te, sai? Quasi patetico a dirlo, ma ora che ci penso è così. Non ho mai guardato in faccia nessuno, neanche me stesso. Solo te. Un giorno che pioveva acqua da tutte le parti e sono entrato in quel bar, bagnato fradicio e ti ho vista. E tu mi hai guardato in un modo…sembrava che mi conoscessi. Mi ricordo, mi sono chiesto se ti conoscessi anche io…e allora ti sono venuto incontro e mi sono seduto al tuo tavolo, perché è così che sembrava dovessero andare le cose…alla fine. Tanto è bastato. Non posso certo dire che avrei potuto giocare meglio un’altra partita. Anche se alla fine ho perso. Ma solo perché tu mi hai tradito: perché è questo che è successo, no? No, forse no. Riesco a vederlo ora attraverso il vetro della finestra: non ho guardato davvero in faccia nemmeno te. Se no, avrei dovuto capire subito: che tu non avevi bisogno di me, per esistere. Per avere un senso…avevi bisogno di me è basta. Per andartene, da qui, per tornare a casa…il mio senso per te è stato questo. E allora è stato come se mi fossi tradito da solo.

Ora…ora spero solo che tu stia bene, ovunque tu sia. Mi giro a guardare che ore sono: e mi accorgo che l’orologio si è fermato.

Di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.