Un’Altra Storia

Di: - Pubblicato: 7 maggio 2018

Un racconto inedito

Atto Quinto

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

A cura di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

Piove talmente forte che quasi non si riesce a vedere la ruota panoramica in fondo al parco. Eppure è là, come sempre. E continua a girare…e a farmi un po’ di paura.

Quella volta che sei stata tu a volermici portare. Come ridevi a vedermi così preoccupato…tutta la città dall’alto, tutte le sue luci…era sera tardi, l’ultimo giro…quando siamo stati in cima, la ruota si è fermata. Ti ho guardato mentre ruotavi la testa tutt’intorno. Poi ti sei voltata verso di me e con gli occhi mi hai detto: vedi, te l’avevo detto! Come sorridendo…di un mezzo sorriso…ecco, proprio in quel momento, per quel poco che è durato, ho avuto paura…che finisse. Tutto. La nostra storia? Il nostro vivere insieme, l’esserci incontrati e conosciuti, le nostre stesse vite, la tua e la mia. Come se sapessi…è stato solo un attimo, poi la ruota ha ripreso a girare e noi a scendere. Ma mi è come rimasto qualcosa di traverso, che non andava giù. Lo sento anche ora.

Anche dalla finestra del bagno si vede il parco dall’altro lato della strada. Anzi, da qui si vede meglio, si vede solo quello. La finestra è più stretta delle altre e sta proprio di fronte all’ingresso centrale. Ci si potrebbe dimenticare di dove ci si trova…non fosse per la ruota panoramica che si staglia contro il cielo…così finisce che quando guardo fuori il mio sguardo non raggiunge mai veramente l’orizzonte, ma si ferma un attimo prima. Quel poco che basta per ricordare tutto quanto. Calo i pantaloni e mi siedo sulla tazza. Mi perdo a fissare le piastrelle piccole e bianche…potrei quasi appoggiare la fronte alla parete opposta. Questo bagno è davvero minuscolo. Fuori la luce è talmente poca che mi tocca accendere la lampadina che pende nuda dal soffitto. Questo senso di precarietà…che non va via…fino all’ultimo…quante volte ho pensato di mettermi a riparare gli infissi di legno che fanno passare spifferi da tutte le parti. A quanti piccoli lavoretti come questo ho pensato quando tu non c’eri per rimettere a posto l’intero appartamento. Non ne ho mai iniziato uno, di fatto. L’ho solo immaginato, che avremmo vissuto qui per un po’ di tempo…mi sono lasciato immaginare tutto questo…e così, non abbiamo mai preso una vera lampada per questa stanza, non abbiamo mai toccato, aggiustato, rifatto o aggiunto nulla. In questo vecchio appartamento, tutto è rimasto come era…quando ci sono entrato io, ma probabilmente anche da quando ci sei entrata tu. Tutto è come lo devono aver lasciato i vecchi proprietari, come se noi fossimo solo di passaggio…in fondo è così, no?

La lampadina è pure difettosa, si accende e si spegne, ad intermittenza. E questo buco di stanza sembra riempirsi di quel rumore continuo che è come un tenue ronzio, cerchi un insetto ma non lo trovi…non c’è. Ci sono solo io. Mi guardo allo specchio e la mia faccia è una maschera. Niente sembra essere al proprio posto. Quello giusto per me. E allo stesso tempo non riesco a sentire nulla. Non mi fa male, non provo più rabbia, non sono triste e non piango, neanche una lacrima dal profondo. Non c’è più quel senso di oppressione sul petto che mi faceva fatica a respirare. Il cane della mie paure deve essere rimasto a cuccia ai piedi del divano, in sala. Giusto un po’ la bocca asciutta come se si fosse di nuovo seccata l’aria attorno a me…non mi riconosco ma so che sono io. Forse è tutto a posto così. Davvero, è-tutto-a-posto-così.

Fa freddo, però. All’improvviso un brivido mi scuote come da un sovrappensiero. Apro il rubinetto dell’acqua calda nella doccia e aspetto che sia al massimo prima di entrare. Inizio a spogliarmi, mentre guardo ancora fuori dalla finestra fino alla ruota panoramica laggiù in fondo…è illuminata e gira…gira…gira…fisso lo sguardo sulle sue lucine e potrebbe quasi essere già Natale…o ancora Natale…l’acqua calda ha iniziato a fumare e non riesco più a distinguere bene ciò che sta fuori, al di là della finestra, dal mio riflesso nel vetro mentre piano piano il vapore lo appanna. Resto lì in piedi e continuo a guardare, ora le luci ora me stesso…la ruota che continua a girare…in questo momento illumina il nostro destino…sì, mi dico, è proprio così. Tolgo il maglione blu, quello costoso che portavi sempre tu anche se da uomo…chissà di chi era prima…me lo hai lasciato addosso…la maglietta…sfilo i jeans ormai logori, i boxer che mi rubavi per dormire…e mi sembra di sentire che bussano alla porta…picchiano forte…sempre più forte…è entrato qualcuno…mi stanno cercando…quando mi avvicino alla finestra, l’ultima cosa che ricordo è la neve che ha iniziato a cadere.

Buio.