Un’Altra Storia

Di: - Pubblicato: 9 aprile 2018

Henri Matisse, Les tapis rouges (Nature morte au tapis rouge) (1906)

Un racconto inedito

Atto Primo

 

Un’altra storia è un racconto inedito che uscirà a puntate da oggi e ogni lunedì per sei settimane.

Per farvi compagnia e iniziare bene la settimana con una nuova pagina di lettura e un breve momento di evasione a cura di Giulia Caravaggi e firmato Alice Nearco Sabelle.

 

 

 

Oddio, sangue negli occhi!

Lo vedo scorrere, lo sento scorrere. È lungo  le pareti, è dentro di me…allora, sì! Devo essere ancora vivo!

Apro gli occhi, buio. Mi schiaccia sul petto, sento male dappertutto. Un rumore sordo mi risuona nelle orecchie, la testa leggera e pesante allo stesso tempo…ma come è possibile?

Riprendo così coscienza del mio corpo e mi ritrovo sdraiato sul tuo divano. Mettere insieme i pezzi e provare a capirci qualche cosa. Di nuovo. Passare una mano sulla faccia, sentire appiccicoso sotto le dita. Ancora una volta…richiudo gli occhi e per un attimo vorrei che questa storia finisse qui. Oggi. Adesso.

Poi invece mi guardo attorno, i contorni offuscati, e come sempre penso a quanto sia un po’ troppo opprimente questa stanza. Soffocante, manca l’aria. E tutto quel rosso…la carta da parati a fiorellini, ini, ini…i pannelli scuri, questi mobili così massicci…che legno è? Ciliegio? Sono rosse anche le ciliege…

Anche il divano dove mi hanno buttato come si getta un sacco della spazzatura in strada, il tessuto ormai logoro mi brucia sul collo e sfrega sui piedi nudi. Fa caldo! O sono io? Che ore sono?

Mi sembra di vedere un po’ di luce farsi largo tra quelle cazzo di tende da funerale…e per un attimo di sentire quasi l’aria che gira…le foglie degli alberi del parco di fronte: sono rosse, anche loro. Secche, come d’autunno. Morte. Mi foderano la gola e asciugano il palato…sete! Tossisco forte e mi ritrovo dove sono.

 

Questa coperta che mi sta addosso pesa un quintale! La faccio cadere a terra, sul tappeto persiano. Che accoppiata!

Ti ricordi? L’abbiamo presa insieme. A quel mercato che fanno ogni anno. Ci andavo sempre da bambino. Mi ci portava mia nonna. Era l’unica occasione in cui lasciava il paese, l’unico vero giorno di festa che si concedeva. Lei che lavorava sempre…è morta così, lavorando…ma per te era la prima volta. Dicevi che i mercati ti rendevano triste, che ti ricordavano troppo il tuo di paese. Forse avevi i genitori che ci lavoravano? Non mi ricordo, forse me lo sono solo immaginato io. In effetti, non ho mai saputo veramente niente di te, ma certo non davi l’idea di aver avuto un’infanzia felice.

Ti ci ho portato perché non volevo tornarci da solo. E ti ho tenuta per mano per non perderti. Come mia nonna faceva con me, come tu fossi piccola e indifesa…c’era questo lato di te…ma quel giorno sembravi davvero contenta come una bambina, tra tutti quei colori, profumi, tra tutte quelle cose, persone…chissà a che mercati eri abituata, ho pensato.

Un giorno di festa e ci siamo dimenticati di tutto quello che stava fuori, al di là delle transenne per fermare il traffico nella piazza e nelle strade intorno. Eri così…diversa dal solito, che ora mi chiedo se non stessi fingendo per farmi contento. O forse no, quel giorno sei stata tu per davvero, anche solo per un po’…come mi hai fatto sentire importante…come fosse merito mio…non so se ne sia valsa la pena.

 

Gli occhi come incollati alla base del collo, mi sembra di vedere il gatto sulla sedia sotto il tavolo. Il tempo di snebbiare la vista, scompare come è giusto che sia. Il gatto te lo sei portato via tu. Lui sì. Mentre io sono rimasto qui, a raccogliere… i frutti…già, diciamo così.

I rumori dalla strada arrivano come ovattati e continuo a non sapere che ore sono. Ma dalla luce direi che è ancora pomeriggio e che ho un po’ di tempo per provare a tirarmi su…se è questo che voglio. Mi dico che in fondo nello stato in cui mi trovo potrei anche decidere di non fare nulla, non muovermi e aspettare sdraiato su questo schifo di divano. Quasi non riesco a tenere gli occhi aperti. E sforzarmi, per restare sveglio…che senso ha.

No, a questo giro preferisco lasciarmi andare, scivolare via e non sentire più il male e la paura e l’ansia dell’attesa. Mi assento, tanto è sempre stata la mia specialità, no mamma? Ti chiedo scusa.