Vik, Elizabeth Rodriguezi e la voglia di restare umani

Di: - Pubblicato: 15 maggio 2017

A cura di Maurizio Anelli

 

C’è un tempo per ogni cosa, c’è un tempo per parlare e un tempo per tacere. Ma, soprattutto, deve esserci sempre il tempo per pesare le proprie parole e capirne la portata. Il peso specifico delle parole, dette o scritte, ha sempre un valore e tutti noi abbiamo il dovere di capire dove le nostre parole possono arrivare, a cosa possono portare e quanto possano ferire. Ma evidentemente questa attenzione, che è semplicemente dettata dal buon senso e dalla sensibilità, sfugge ai molti che ignorano il ruolo Istituzionale che ricoprono. Leggerezza, ambizione, desiderio di protagonismo, voglia inconfessata di essere sempre al centro dell’attenzione e sulle prime pagine dei giornali ? Oppure freddo e pericoloso calcolo politico nella scelta del momento e dell’argomento su cui esprimere il proprio pensiero? Ognuno di noi ha il diritto di dare l’interpretazione che più sente vicina al proprio pensiero, ma è indubbio che alcune domande si pongono e hanno diritto ad avere delle risposte. Perché forse il nodo che soffoca una gran parte delle coscienze di questo Paese, ma non solo di questo Paese, è proprio la rinuncia a porsi delle domande e cercare delle risposte. È una rinuncia che ha il sapore amaro della sconfitta o, peggio ancora, della rassegnata accettazione di una realtà sociale e politica che premia chi non disturba il conducente. La sconfitta passa necessariamente attraverso una lotta, una sfida che si può anche perdere ma che diventa capace di restituire, a chi ha il coraggio di affrontarla, quel valore che Vittorio Arrigoni aveva saputo racchiudere in due semplici e meravigliose parole: “Restiamo Umani”. Ma Vittorio Arrigoni era qualcosa di speciale, molto oltre e molto di più di un attivista pacifista: Vik era un poeta della vita, nel senso più bello e nobile del termine. Già, la vita… quel soffio di vento che ogni giorno cerca un senso e lo chiede a noi che facciamo finta di non sentire. Ecco, è la capacità di “Restare Umani” la sfida più importante che abbiamo davanti, una sfida fatta dai muri che altri costruiscono spiegandoci che sono necessari, fondamentali per proteggere noi stessi. Ma proteggere chi e che cosa? Da chi e da che cosa?

Andiamo con ordine. Il chi è facile da spiegare, ha la faccia bianca e profumata di quella parte di mondo che detiene il controllo e le risorse con cui stringe il cappio intorno al collo di quell’altra parte del mondo che ha, invece, la faccia sporca e sudata di chi deve conquistare ogni mattina quel soffio di vita per arrivare alla fine di un altro giorno. Il che cosa ha il profumo dei soldi e la faccia sporca della finanza e dei mercati che decidono chi, dove, come e quando. Chi deve sopravvivere, in quale parte del mondo, in che modo e fino a quando. Davvero mi dispiace, ma non riesco a dare un’altra spiegazione di fronte ai bari che giocano le loro carte e decidono, fra un cocktail e un Consiglio d’Amministrazione, quando deve scoppiare una guerra e in quale parte del mondo e soprattutto come prepararla e quando farla esplodere. Ovviamente facendo in modo che la propria responsabilità non sia mai visibile. Non riesco a dare un’altra spiegazione al fatto che l’Europa decida che un mare bellissimo come il Mediterraneo debba diventare un cimitero immenso, senza confini. Non riesco a dare un’altra spiegazione alle scelte di chi affida la guida del proprio Paese a individui capaci di seminare violenza e odio ogni volta che parlano, dimenticando che il proprio benessere è stato costruito espropriando terre a chi le ha abitate per secoli, con la pistola in una mano e la Bibbia nell’altra. Non riesco a dare un’altra spiegazione a quanti oggi, in Europa, sentono la nostalgia di un antico “splendido isolamento” in cui ci si arrogava il diritto di conquistare e colonizzare ogni angolo del mondo.

Il tempo passa ma non è vero che col tempo passa tutto. Il tempo non cura nessuna ferita, forse aiuta solo gli uomini a tentare di lavarsi la coscienza e a fingere di perdere la memoria. Oggi torna attuale una parola che ci s’illudeva confinata alle notti argentine e cilene, in un passato lontano solo pochi decenni ma che ha segnato intere generazioni, e ritorna ancora con tutta la sua violenza: desaparecidos. Torna in Messico, ma il nome di Miriam Elizabeth Rodriguezi sarà dimenticato in fretta in tante parti del mondo. Una donna, una madre dolce e testarda esattamente come quelle Madri e quelle nonne di Plaza de Mayo che di fronte alla Casa Rosada a Buenos Aires sfidavano i generali che avevano spento per sempre la vita dei loro figli e nipoti. La battaglia di Elizabeth incomincia nel 2012 dopo il rapimento della figlia Katia ritrovata due anni dopo in una fossa comune. Elizabeth era diventata l’anima del “Colectivo de Desaparecidos” a San Fernando, Paese vicino al confine USA e che da anni è terra di conquista dei narcos messicani. San Fernando, dove nell’agosto 2010, i corpi di settantadue migranti uccisi ricordano al mondo cosa significa il traffico dei clandestini gestito dai cartelli dei narcos. La vita di Elizabeth viene cancellata pochi giorni fa, il 10 Maggio, fuori dalla porta di casa. Ma il mercato dei Narcos, in Messico come in tante altre parti del mondo, fa paura e detta le regole. In tanti piegano la testa di fronte a loro, Elizabeth non l’ha fatto.

Altre parole tornano: migranti, clandestini … com’eravamo noi italiani tanti anni fa, forse a ben vedere nemmeno così tanti. Da sempre si dicono le stesse cose dei migranti: rubano, portano via il lavoro, fanno paura … sono clandestini. Così erano accolti e giudicati anche i nostri padri e i nostri nonni, ma oggi si fa finta di non ricordare.  Oggi si dicono le stesse cose e si affida al mare il compito di chiudere la porta alla loro speranza e alla loro vita, ma in pochi osano attaccare e puntare il dito contro chi determina tutto questo.  Per questo non riesco a dare un’altra spiegazione a chi oggi si scaglia contro chi salva vite in mare, così come non riesco a dare un’altra spiegazione neppure a chi pensa che uno stupro possa essere più o meno grave a seconda di chi lo compie, del colore della sua pelle e della sua cittadinanza. Non riesco a dare un’altra spiegazione a chi è pronto a qualunque alleanza per strappare un pugno di voti e un posto al sole sul terrazzino di casa.

Sì, Vik era un poeta della vita e per questo era là dove, per esserci, era necessario “Restare Umani”.