Vola solo chi osa farlo, ciao Lucho

Di: - Pubblicato: 17 Aprile 2020

Di Maurizio Anelli.

Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice: uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia… E se è tutto un sogno, che importa. Mi piace e voglio continuare a sognare.” (Luis Sepúlveda).

La coda di un inverno maledetto e che non potrà essere dimenticato sradica l’ennesima radice da una Terra che non potrà e non dovrà essere più come prima. È una Terra ferita e il tempo non guarisce nessuna ferita. Rimargina, cicatrizza, maschera il dolore e la tristezza, ma non guarisce nulla. Il tempo va avanti per la sua strada, ci consegna una scorza per nascondere l’amarezza e una parte della nostra fragilità, e poi ci dice “…andate avanti, trovate voi la strada”.

E allora ognuno di noi cerca quella strada, qualche volta con rabbia e determinazione, qualche volta semplicemente con le forze che riesce a trovare nelle proprie tasche e nel proprio cappello magico. In quelle tasche c’è sempre qualcosa da stringere: affetti, sentimenti, idee che restano, e poi ci sono i sogni. Luis Sepulveda aveva ragione, ha ragione…”E se è tutto un sogno, che importa. Mi piace e voglio continuare a sognare.” Luis Sepúlveda, come Nelson Mandela e come Vittorio Arrigoni, amava i sogni perché “un vincitore è un sognatore che non hai mai smesso di sognare”.

Tante volte i sogni non si avverano, è vero, ma il confine fra il vincitore e lo sconfitto è davvero questo: l’idea o, appunto, il sogno. Il sogno che diventa energia per spingere sempre quel motore che qualche volta sente la fatica della tanta strada già fatta e vorrebbe fermarsi, ma poi riparte perché c’è ancora un altro sogno da inseguire, magari l’ultimo.

Luis Sepúlveda i suoi sogni li ha sempre inseguiti. L’amore e la stima per lo scrittore, di libri e favole, non è secondo a quello per l’Uomo che dopo l’esperienza in Bolivia come militante dell’Esercito di Liberazione Nazionale rientra in Cile e abbraccia il sogno di Salvador Allende, entrando a far parte del Grupo de Amigos Personales (GAP), la scorta personale del Presidente. È accanto a lui anche quell’ 11 settembre 1973, quando il “Palacio de La Moneda” viene bombardato dagli aeroplani e dai carri armati fascisti di Pinochet. Passerà sette mesi nelle galere fasciste e ne conoscerà le torture. Uscirà da quelle galere grazie all’intervento di Amnesty International ma verrà arrestato una seconda volta, perché lui continuava ad inseguire i suoi sogni. Alla fine passerà due anni, mese più mese meno, in quelle prigioni. Poi l’esilio e un’altra vita, a inseguire quell’idea e quel sogno di dignità e di libertà: in Nicaragua per combattere con il Fronte Sandinista accanto alle Brigate Internazionali Simón Bolívar e poi in mare, come attivista di Greenpeace; come giornalista e come scrittore capace di regalare piccole magie.

Poi arriva la coda dell’inverno e l’Uomo che ha lottato contro i torturatori di Pinochet, contro la violenza della CIA e degli squadroni della morte, si ferma per sempre. Vinto, ma non sconfitto.

Fra i mille scritti di Sepúlveda mi piace ricordarne uno. È una lettera dove non c’è spazio alcuno per l’ipocrisia e per il perdono, perché il perdono è un privilegio che si riserva ai bambini e alle loro marachelle. Non può esistere nessun perdono per chi uccide la vita degli altri. È la lettera che Luis Sepúlveda scrisse durante gli ultimi giorno di vita di Pinochet, l’avvoltoio più feroce delle Ande. Quella lettera andrebbe letta e spiegata in tutte le scuole, e tutti gli Uomini liberi dovrebbero conservarla in un angolo protetto del proprio cuore e della mente:

(4 dicembre 2006)

Troppe complicità per chi ha tradito un paese.

“Sono chiuso in casa da tre settimane per terminare un romanzo, senz’altra compagnia se non quella del mio cane Zarko e del mare, felice tra i miei personaggi, ma dalle prime ore di domenica, ho cominciato a ricevere delle telefonate dei miei amici e amiche del Cile.
“Prepara i calici”, mi dicono dal mio lontano paese. Ho pronta una bottiglia di Dom Perignon in frigorifero. È una riserva speciale e me la regalò a questo fine il mio caro amico Vittorio Gassman una sera a Trieste. “Spero che la berremo insieme”, mi disse in quell’occasione e sarà così, perché a casa mia c’è un calice che porta inciso il suo nome. Alla radio, una voce dice che il tiranno sta davvero male e che, a quanto pare, stavolta la Parca se lo porterà all’inferno degli indegni, anche se noi cileni non ci fidiamo mai delle repentine malattie che lo colpiscono ogni volta che deve affrontare la giustizia.
Vorrei essere in Cile tra i miei cari e condividere con loro la spumeggiante allegria di sapere che finalmente finisce l’odiosa presenza del vile che ha mutilato le nostre vite, che ci ha riempito di assenze e di cicatrici. Pinochet non solo ha tradito il legittimo governo guidato da Salvador Allende, ha tradito un modello di paese e una tradizione democratica che era il nostro orgoglio, ma in più ha tradito anche i suoi stessi compagni d’armi negando che gli ordini di assassinare, torturare e far scomparire migliaia di cileni li dava lui personalmente, giorno dopo giorno. E come se non bastasse, ha tradito i suoi seguaci della destra cilena rubando a dismisura e arricchendosi insieme al suo mafioso clan familiare.

L’ex dittatore paraguayano, Alfredo Stroessner, è morto poco tempo fa nel suo esilio brasiliano, pazzo come un cavallo, dichiarando persone non gradite in Paraguay cento persone al giorno i cui nomi estraeva dall’elenco del telefono di Sau Paulo. Pinochet, invece, muore simulando una follia che gli permette fino all’ultimo minuto di fare assegni e transazioni internazionali per nascondere la fortuna che ha rubato ai cileni. Muore amministrando il suo bottino di guerra con la complicità di una giustizia cilena sospettosamente lenta. Smette di respirare un’aria che non gli appartiene, di abitare in un paese che non merita, tra cittadini che per lui non provano altro che schifo e disprezzo. Ma muore, e questo è quello che importa. La sua immagine prepotente di “Capitán General Benemérito”, titolo di ridicola magniloquenza che si auto concesse, svanisce nella figura dell’anziano ladro che nasconde il suo ultimo furto tra i cuscini della sedia a rotelle.

Ma muore, e questo è quello che importa.

 
Prima di tornare al mio romanzo, apro il frigorifero e palpo il freddo della bottiglia. Poi dispongo i calici con i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti dell’orrore e non parlarono, di quelli che crebbero nell’esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un’ombra sulla nostra vita per sedici anni ma non ci ha tolto la luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò con gioia alla morte del tiranno.”

Quante cose ci lascia questa radice preziosa che arrivava dalle Ande: scrittore, giornalista, poeta, contrabbandiere di sogni e di idee. I suoi libri e la sua storia raccontano da che parte stava, e poi quella favola di una Gabbianella e di un Gatto: amici di libertà. Le favole insieme ai sogni sono una virgola di dolcezza in un mondo che rifiuta la dolcezza, come se ne avesse paura. Quella favola insegna tante cose, una in particolare: il coraggio di imparare a volare, perché “Vola solo chi osa farlo“.

Ciao “Lucho”, volerti bene è stato fin troppo facile, e qualche volta è giusto che la vita regali qualcosa di facile da vivere e da custodire, da amare. Fare a meno delle tue favole, dei tuoi racconti e della tua idea, sarà più difficile. Ma Il tempo va avanti per la sua strada, ci consegna la scorza per nascondere l’amarezza e una parte della nostra fragilità, e poi ci dice “…andate avanti, trovate voi la strada”.

C’è un tempo per sorridere e un tempo per piangere, e quando arriva il tempo di piangere si fa a pugno chiuso.  Allora metto le mani nelle tasche e stringo nel pugno chiuso tutti i miei sogni e vado avanti, “… e se è tutto un sogno, che importa. Mi piace e voglio continuare a sognare.”