When Two Worlds Collide (La collisione tra due mondi)

Di: - Pubblicato: 10 luglio 2017

A cura di Giulia Deiana

 

“I diritti di proprietà e possesso sulle terre che questi popoli abitano tradizionalmente devono essere riconosciuti. Devono essere salvaguardati in modo speciale i diritti dei popoli interessati alle risorse naturali delle loro terre”

 

Sullo schermo nero campeggiano le parole che costituiscono la Convenzione n.169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) sui popoli indigeni e tribali che abitano la Foresta Amazzonica. La legge, ratificata e adottata da 22 Paesi nel 1989, sancisce il diritto dei popoli indigeni sulle proprie terre e sull’autonomia delle decisioni prese a riguardo.

Il paradosso sulla concezione delle risorse naturali emerge immediatamente, mostrando fin da subito due posizioni ben distinte e destinate a collidere, brutalmente.

Una leggera nebbia incombe sulla Foresta, silenziosa fonte di vita; la voce di Alan Garcia, presidente del Perù (2006-2011) al suo secondo mandato, invita gli imprenditori, specialmente quelli americani, a investire nel Paese, per approfittare di tanta ricchezza fornita dalle risorse naturali di petrolio, minerali e gas.

When Two Worlds Collide è il lavoro dei registi Mathew Orzel e Heidi Brandenburg e della produttrice Taira Akbar, che insieme costituiscono la casa di produzione Yachaywasi Films (“casa dell’apprendimento” nell’antico linguaggio Inca). Accomunati dalla passione per il viaggio e l’incontro con le altre culture, grazie ad una borsa di studio vinta nel 2007, hanno la possibilità di girare un documentario in qualsiasi parte del mondo, ma il loro sguardo punta verso il Sud America, in particolare sul Perù, terra nativa di Heidi Brandenburg. Giunti a Lima, apprendono la notizia dell’accordo di libero scambio stipulato tra Perù e Stati Uniti d’America, che viola le leggi sui diritti dei popoli indigeni e mira allo sfruttamento delle loro terre ancestrali. In un solo anno il 72% della Amazzonia peruviana era stato parzialmente concesso per l’estrazione di petrolio e gas.

Sarà questo fatto, non premeditato dalla troupe cinematografica, a segnare il corso del documentario.

I fatti si susseguono con la naturale rapidità con cui si affrontano i problemi di vita o di morte; perché le leggi promulgate dal presidente Garcia, mettono in pericolo la vita dei nativi, la loro condizione di pace e armonia, ma soprattutto, il futuro della foresta pluviale.

Il gruppo della Yachaywasi Films riesce a entrare in contatto con Alberto Pizango, ma non prima di aver spiegato le proprie intenzioni e aver conquistato la fiducia del presidente dell’AIDESEP – Associazione interetnica per lo sviluppo della Foresta pluviale peruviana – superando anche prove spirituali. L’ideologia di Pizango e dei suoi fratelli è una: la terrà è sacra, “[…]è l’embrione delle nostre esistenze. Senza il territorio non possiamo vivere”; una verità che molti hanno dimenticato per dar spazio ai pensieri di potere e ricchezza, momentanea ed egoistica. La macchina da presa ci porta infatti nella regione amazzonica settentrionale, dove è presente la riserva petrolifera più antica del Perù: dove prima scorrevano acque pulite, culla della vita, ora è solo nero petrolio e la contaminazione dell’acqua potabile sta avvelenando anche i popoli, i quali presentano tracce di cadmio e piombo nel sangue.

Nel 2009, i leader di 1350 comunità indigene si incontrano per protestare contro le leggi governative. Arrivano con le barche, molti vestiti con gli abiti tradizionali, tutti uniti per difendere la propria terra. Pizango sarà il portavoce, rappresentante e negoziatore di fronte allo Stato e per conto delle tribù  affiliate.

La protesta ha inizio il 9 aprile 2009 con l’occupazione delle strade da parte degli indigeni e non solo. Le zone interessate sono, in particolare, la Stazione 6 PetroPeru e un tratto di strada chiamato Curva del diavolo. Immediatamente, il governo dichiara lo stato d’emergenza e così faranno anche i popoli indigeni. Nonostante alcuni siano armati di machete, la manifestazione intende essere pacifica; così, dalla folla s’innalza un coro verso le forze dell’ordine dispiegate sul territorio interessato: “Fratelli, la lotta non è contro voi, ma contro il governo”.

Nel mentre, a Lima, il Primo Ministro peruviano Yehude   Simon e Alberto Pizango discutono dei punti critici della legge, in particolare sulla Legge Forestale 1090 che più di tutte riguarderebbe problematicamente le popolazioni indigene e i loro territori. Il portavoce degli indigeni è chiaro sin dall’inzio; le leggi devono essere rimosse oppure le manifestazioni non avranno fine. Così, sulla Curva del diavolo, i manifestanti occupano e chiudono le strade, bloccando il percorso dei camion merci e paralizzando l’economia del Paese.

Per l’irremovibilità dimostrata, “la terra non si vende; la terra non si tratta”, Pizango sarà accusato di chiusura al dialogo. Per Garcia, i manifestanti non sono altro che selvaggi incivili ed egoisti che pretendono diritti su un territorio solo perché lì sono nati. Non solo il governo contro, ma anche e soprattutto i media peruviani. Significativa l’intervista a Pizango su un’emittente nazionale, il quale viene bruscamente interrotto dalla giornalista che accusa il leader “Il Paese non può fermarsi per voi”.

Se il governo peruviano considera i manifestanti dei selvaggi, per gli indigeni, selvaggio è il piano di sviluppo portato avanti dalla politica di Garcia, dettato dalla sete di potere e ricchezza e destinato ad uccidere un intero ecosistema.

Il 56° giorno di protesta, i partiti all’opposizione riescono a portare in aula il voto per l’abrogazione del Decreto Legislativo 1090, ma, senza alcun preavviso e senza attendere l’arrivo di tutti i membri dei partiti all’opposizione, il partito di Garcia avanza una mozione mirata alla sospensione del dibattito sulla Legge Forestale; così, in un’aula semivuota, la votazione si chiude con 38 a favore, 21 contrari 9 astenuti. Il dibattito si chiude in aula, ma è fuori da essa che sta per scatenarsi l’inferno.

Sarebbe bastata l’abrogazione di un solo decreto per sospendere la manifestazione, ma come spesso accade, per non intaccare l’orgoglio e gli interessi dei potenti, è preferibile lo spargimento di sangue, perpetrato tra fratelli. Così, il giorno seguente alla votazione, nella Curva del diavolo scoppia una vera e propria guerra: da una parte gli indigeni, alcuni armati di pietre, altri di machete; dall’altra le forze dell’ordine, che iniziano a sparare sulla folla di manifestanti. Presto, la lotta si sposta verso la città di Bagua e le conseguenze si fanno sentire subito: 11 agenti della polizia uccisi e uno disperso, 9 indigeni uccisi e centinaia di feriti. Le parole di Pizango denunciano gravemente l’orribile atto:  “Che peccato che un governo democratico stia spingendo i peruviani a uccidersi tra di loro”; un decreto non è che un foglio di carta che si può strappare e rifare, ma la vita non ritorna, dalla morte non si torna indietro.

Informati da una radio che trasmetteva il messaggio di un genocidio in corso a Bagua, alcuni manifestanti entrano nella Stazione 6 e prendono in ostaggio 38 agenti e il Colonnello Montenegro. 18 di loro vengono portati sulle montagne; qualche giorno dopo, sarà ritrovato nella foresta il cadavere di Montenegro.

Commovente e significativo il discorso della vedova del Colonnello, la quale non prova rancore nei confronti della popolazione indigena né li incolpa per quello che è successo, bensì dedica una rosa bianca alla pace tra i fratelli peruviani.

In aula, l’opposizione condanna gravemente il governo e lo accusa di avere le mani sporche di sangue; 13 giorni dopo gli scontri, vengono revocati due dei decreti messi in discussione dal popolo indigeno.

Ma il governo non risponderà mai degli accaduti sanguinosi; no, perché 11 poliziotti uccisi sono troppi in confronto alle 9 perdite da parte degli indigeni. E’ la stessa Mercedes Cabanillas, Ministro degli Interni, a sottolineare l’importanza della differenza numerica tra le perdite delle due fazioni.

Una giovane donna indigena guarda in camera e ci chiede perché, perché i poliziotti morti sono considerati eroi, mentre coloro che hanno lottato per difendere i propri diritti e le proprie terre fino alla fine non sono presi in considerazione? Qualcuno però deve essere punito e il capro espiatorio sarà proprio Alberto Pizango, rifugiato politico in Nicaragua per un anno perché accusato di sedizione, sequestro e complotto contro lo Stato, colpevole, secondo il governo, di aver istigato gli indigeni alla violenza contro le forze dell’ordine, nonostante fosse lontano chilometri dai luoghi della guerriglia.

Il petrolio vale la vita delle persone? Se lo chiede anche e soprattutto Felipe Virgilio Bazan Caballero, padre dell’ufficiale di polizia disperso e probabilmente ucciso e gettato nel fiume durante gli scontri avvenuti nella zona della Curva del diavolo. Ce lo chiediamo anche noi, e forse sono le persone responsabili di queste tragedie che non cercano le giuste risposte, perché al di fuori dei propri interessi.

Nonostante gli accordi e la fine delle tensioni, la distruzione della Foresta non si placa e le immagini che chiudono il film sono quelle degli alberi abbattuti e della selva in fiamme.

Heidi, Mathew e Taira hanno portato a termine un lavoro coraggioso e non sempre facile, che è testimonianza viva delle lotte contro i processi distruttivi della globalizzazione e contro le mattanze compiute dallo Stato.

Il documentario, dedicato a tutte le vittime degli scontri avvenuti a Bagua il 5 giugno 2009, voleva essere inizialmente incentrato sulla figura di Pizango, ma ben presto gli eventi hanno imposto uno sguardo più ampio e oggettivo, che comprendesse entrambe le fazioni e permettesse di raccontare la storia di due popoli traditi e ingannati dallo stesso governo. Ed è questa moltitudine di sguardi, idee e testimonianze la vera ricchezza di questo film, perché è possibile cogliere l’amore per la verità e quindi la scelta di adottare un approccio il più oggettivo possibile su un problema così grave e delicato. Alle riprese della troupe si alternano filmati amatoriali, notiziari locali e le interviste, raccolte tra il 2007 e il 2015, non solo Pizango e ai suoi fratelli, ma anche agli agenti di polizia, le loro famiglie, ai legali esperti dell’accaduto e ai due ministri coinvolti nei fatti del 2009. L’unico ad aver respinto le molteplici richieste d’incontro è stato, ovviamente, l’ex presidente Garcia, vero responsabile dello spargimento di sangue.

Quella dei due mondi che si scontrano, purtroppo, è una storia già conosciuta, che si ripete nel mondo e negli anni, ma che non deve mai smettere di inorridire e scandalizzare. A pagarne le conseguenze, come sempre, sono gli innocenti, coloro che non nutrono gli interessi commerciali ed economici dei governi e delle imprese, i quali continuano ad esercitare il loro potere sulle spalle del popolo.

Il 22 settembre del 2016, la Corte peruviana ha scagionato Pizango e altri 52 leader indigeni coinvolti negli eventi di Bagua dalle accuse a loro carico.

Dal 2011 il Perù ha promulgato una legge che garantisce ai popoli indigeni il diritto al consenso libero e informato per qualunque progetto che coinvolga le loro terre.

 

Ma la deforestazione non si arresta.

 

When Two Worlds Collide è disponibile ora su Netflix.

Sito ufficiale del film: http://www.whentwoworldscollidemovie.com/

Report degli scontri avvenuti nella Curva del diavolo: http://assets-production.survivalinternational.org/documents/41/devils_bend_report.pdf (attenzione, contiene immagini forti)

 

 

Diretto da Heidi Brandenburg e  Mathew Orzel

Prodotto da Taira Akbar

Perù, 2016

100 minuti