Yemen, Le Radici Di Una Guerra Civile Che Ha Già Ucciso 9 Mila Persone

Di: - Pubblicato: 5 settembre 2016

Laura Silvia Battaglia, giornalista e documentarista che vive tra Italia e Yemen, ripercorre i passaggi che, dall’unificazione dello Yemen, hanno portato al conflitto di oggi: gli Houthi al nord, i lealisti e i sauditi nel resto del Paese. “La comunità internazionale ha tutto l’interesse di uno Yemen di nuovo unito”

Yemeni anti-government protesters demonstrate outside Sanaa University to demand President Ali Abdullah Saleh's step down after three decades in power on February 26, 2011 in Sanaa, Yemen. Important Yemeni tribal leaders, including those of the Hashid and Baqil, pledged to join protests today at a gathering north of the capital. UPI

“Adesso sono in Italia, ma mi appresto a tornare, appena le condizioni lo permetteranno”: Laura Silvia Battaglia, giornalista e documentarista, vive tra l’Italia e lo Yemen. “La situazione è critica, lo Yemen è un territorio vasto, dove le condizioni del conflitto sono diverse a seconda delle zone. Un conflitto che spesso viene letto sotto un profilo internazionale, ma che ha radici ben piantate nelle specifiche caratteristiche del territorio: lo Yemen è uno Stato costellato di tribù, e nel sud è forte la presenza di Al Qaeda. Per capirlo, è necessario ripercorrere i passaggi salienti della storia di questo Stato mediorientale”.

Il passato. Lo Yemen è un Paese unificato di recente, nel maggio del 1990, quando si riunirono sotto un’unica bandiera, lo Yemen del Nord (una repubblica araba) e lo Yemen del Sud (una repubblica di ispirazione filo-sovietica). A guidarli, Ali Abdullah Saleh, una figura molto forte dell’esercito, considerato oggi uno degli uomini più ricchi del mondo, capace di mettere in piedi un rodato sistema di corruttela, una repressione sanguinosa di tutte le contestazioni dei gruppo etnici minoritari, ma anche ottimi rapporti internazionali. Una sorta di dittatura fino a quando, nel 2011, durante la rivolta yemenita, ramo delle primavere arabe, Saleh viene cacciato. L’uomo cercherà rifugio nella confinante Arabia Saudita (lo Yemen dipende per il 90 per cento dalle importazione dall’Arabia Saudita): al suo posto, il suo ex vice Abed Rabbo Mansour Hadi. “È a quel punto che viene istituita la Conferenza di dialogo nazionale – spiega Battaglia –. Per 365 giorni esponenti di tutte le tribù e della società civile – dai giovani alle femministe – si riunirono con l’incarico di riformare il Paese e gettare le basi per una nuova Costituzione. Il processo si chiuse nel gennaio del 2014, con l’idea di trasformare lo Yemen in uno Stato federale, unitario ma con regioni semi-autonome. I giochi sembravano fatti, ma a quel punto l’equilibrio si ruppe”. Due cose furono chieste a tutti i partecipanti: il disarmo di tutte le tribù e di tutti i partiti (le armi pesanti avrebbero dovute essere consegnate al governo centrale) e l’accettazione dell’esilio dell’ex presidente Saleh. Gli Houthi, gruppo armato del Nord, non accettò, causando di fatto la spaccatura della conciliazione.

Il presente. Gli Houthi, a quel punto, si misero in contatto con l’ex presidente Saleh e, nell’ottobre del 2014, marciarono su Sana’a. Il prezzo del petrolio salì alle stelle, la capacità di spesa dei cittadini si abbassò. Nel febbraio 2015 diedero un ultimatum ad Hadi perché consegnasse loro il potere. Hadi scappò e fu accolto da Riad: il 25 marzo 2015 cominciò la guerra, con i sauditi in campo a fianco di Hadi. “È impressionante la potenza di fuoco con cui l’Arabia Saudita è entrata in guerra: bombarda fabbriche, scuole, ponti, stazioni, aeroporti. Perché? Perché così la ricostruzione è molto più allettante”. In poco tempo, grazie a un massiccio impiego di contractor, riconquistano buona parte dei territori, senza però riuscire a passare al nord, roccaforte Houthi: “Da allora, lo stallo, qualcosa di simile a quanto succede a Gaza. Il nord Houthi mi ricorda la Teheran del 1979, quando chi non era d’accordo con il potere, veniva ucciso. Oggi, giornalisti vengono incarcerati e torturati, gli oppositori eliminati. Molti giovani stanno scomparendo: quella dei bambini soldato è una pratica massiva. Vengono cresciuti sin da piccolissimi ed educati all’odio: a farne le spese sono sempre i civili”.

“In Yemen lo Stato è una crosta rispetto al tessuto tribale: dalla destituzione di Saleh è mancato un elemento coagulante. Serve tempo per trovare la quadra e mettersi d’accordo: troppe correnti, troppe posizioni, senza dimenticare che Al Qaeda negli ultimi 20 anni ha avuto un ruolo di rilievo, decidendo di puntare tutto su gas e petrolio. Gli agricoltori e gli artigiani, i coltivatori di caffè e miele delle zone rurali sono ridotti alla fame, e se un capo tribù si presenta come autorevole, saranno naturalmente portati a seguirlo: se lui dirà che Al Qaeda li aiuterà, loro gli crederanno. Al momento, nessuno all’interno dello Yemen sembra avere interesse a ricreare uno Stato unitario”. Diverso il discorso sul piano internazionale. Una settimana fa John Kerry ha proposto un piano di pace per lo Yemen, un piano che preveda l’inclusione dei ribelli sciiti Houthi in un governo di unità nazionale. “In cambio – ha aggiunto Kerry – gli Houthi devono consegnare a una parte terza le armi pesanti in loro possesso”.

Il futuro. La guerra civile ha già provocato oltre 9 mila morti, di cui 3.800 civili, e circa 3 milioni di sfollati. “Non sarà semplice: i sauditi hanno speso miliardi in questa guerra, difficile pensare che accetteranno facilmente. C’è una frase che tutti – tutti – ripetono: gli Houthi dicono ‘abbiamo preso Sana’a con la forza, la cederemo con la forza’. I sauditi, invece: ‘hanno preso Sana’a con la forza, ce la riprenderemo con la forza’. Si va verso lo scontro finale: i sauditi faranno pressione finché, per tutti, la vita non sarà possibile, azzereranno acqua ed elettricità. A quel punto, sfonderanno nel nord. A quel punto che tipo di coalizione governerà il Paese? Resto dell’idea che la soluzione più adeguata sia uno Stato federato con regione semi-autonome”. Il nord e il sud, spiega Battaglia, sono interdipendenti: il nord ha gli idrocarburi e il petrolio, il sud ha l’affaccio sul golfo di Aden, da cui è possibile controllare tutto il traffico dall’Oceano Indiano al Canale di Suez e viceversa. “L’Arabia Saudita teme la vicinanza del nord con l’Iran, l’Egitto – suo il Canale di Suez – ha tutto l’interesse di avere vicino un Paese unito e amico. Per questo dico che, se nessuno all’interno dello Yemen ha interessa ad avere uno Stato unito, all’esterno quello, invece, è il desiderio di tutti. Credo che il conflitto non si protrarrà ancora molto, ma sarà devastante. Quando sarà finito, si aprirà l’enorme partita della ricostruzione, e assisteremo all’assalto alla diligenza”.

Laura Silvia Battaglia lunedì 5 settembre sarà a Torino a Palazzo Graneri della Roccia per l’incontro “Yemen: le mura dimenticate”. Per l’occasione, la giornalista parlerà anche del suo documentario “Stop Trafficking in the City”, girato nel 2014 sul confine tra Yemen e Arabia Saudita, sui bambini trafficati che a loro volta diventano trafficanti di droga. (Ambra Notari)

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