LA LETTURA DEL MESE

Di: - Pubblicato: 4 febbraio 2016

Illustrazione di Quentin Blake

oijko

RICORDARE

 

Georges Didi-Huberman, Scorze (nottetempo)

 

Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria (add editore)

 

Günther Anders, Dopo «Holocaust», 1979 (Bollati Boringhieri)

 

 

Difficile riassumere il già breve testo del filosofo e storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman, che attraverso diciannove fotografie ci accompagna al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau permettendoci di condividere la sua personale esperienza di memoria.

Difficile renderne a parole l’intensità.

Più facile forse sottolineare l’elemento che più ci può aiutare a riflettere in modo nuovo su quanto qui avvenuto. Si tratta del così detto punto di vista archeologico.

Scrive Didi-Huberman: “Guardare le cose da un punto di vista archeologico, è paragonare quello che vediamo oggi, che è sopravvissuto, a quello che sappiamo essere scomparso”.

Questo sguardo è necessario in luoghi come Auschwitz dove molto è stato distrutto e molto poco apparentemente rimane.

Le fotografie di Didi-Huberman ritraggono elementi a prima vista banali (se possibile), molti spesso naturali: un muro, un pavimento, una porta, una strada, un semplice cartello, gli alberi di betulla, una striscia di prato fiorita, un lago.

Ma se saputi guardare da un altro punto di vista hanno una storia molto diversa da raccontare: “Non pretendo dunque, guardando questo pavimento, di far emergere tutto quello che nasconde. Interrogo soltanto gli strati di tempo che ho dovuto attraversare in precedenza per arrivare fino a esso, e perché esso venisse a raggiungere, proprio qui, il momento – l’inquietudine – del mio presente”.

Il ricordare allora come INCONTRO con il passato dove non si è più semplici osservatori passivi di una serie di cose, ma attraverso il punto di vista archeologico si diventa parte attiva nel processo di memoria che luoghi come Auschwitz richiedono.

Scorze come “superfici che trasformano il fondo delle cose intorno”: dedicate loro un’ora del vostro tempo, è quanto ci metterete a leggere questo piccolo libro, ne varrà la pena!

 

Lo sguardo che utilizza Didi-Huberman permette forse di superare ciò che più volte sottolinea nel suo altrettanto breve libro Elena Loewenthal: l’INDICIBILITÀ e l’INCOMUNICABILITÀ di quello che è stato la Shoa.

Un passato che è presenza costante, presenza scura, ombra greve, incubo, spettro da scacciare via, macchia nera, buco nero, vuoto immenso, una assenza terribile.

La Shoa è qualcosa di NON CONDIVISIBILE e con cui allo stesso tempo non si può scendere a patti: “Neanche risolvere. Soltanto articolare”.

È una traccia, un segno che non si può cancellare né dimenticare, ma che forse proprio per questo non ha neanche tanto senso ricordare.

Istituito in Italia per legge nel 2000, il Giorno della Memoria cade il 27 gennaio a ricordo di quello stesso 27 gennaio del 1945 in cui l’Armata Rossa fece il suo ingresso nel campo di sterminio di Auschwitz e attraverso gli occhi di quei soldati tutto il mondo ebbe modo di VEDERE ciò che in quel luogo era accaduto.

Ma ad un primo disvelamento della verità e del suo orrore, sembra non aver fatto seguito un reale processo di appropriazione della storia che dietro quei cancelli si celava.

Quella storia NON è degli ebrei che, come più volte sottolinea con forza l’autrice: “ci hanno messo «soltanto» i morti”.

Quella storia va riconosciuta invece come NOSTRA: “Riconoscere significa in fondo riconoscersi. Guardare quel passato e non negare che riguarda se stessi. Non perché colpevoli ma perché quella storia è imprescindibile dalla propria identità collettiva. Perché quel passato lì è in comune, che ci piaccia o no”.

Il Giorno della Memoria non può quindi essere inteso come un omaggio alle vittime.

E non può neanche essere soltanto l’occasione per «Ricordare perché non accada mai più». Perché, richiamando le parole di Primo Levi, proprio il fatto che sia successo fa sì che possa capitare di nuovo.

È piuttosto un certo tipo di sguardo che andrebbe celebrato nel Giorno della Memoria: lo sguardo di quei soldati, lo sguardo che allora scoprì ciò che era tenuto nascosto e che oggi lo riscopre mentre più passa il tempo più si allontana nella memoria. Uno sguardo che allora conobbe per la prima volta e che oggi riconosce ogni volta di nuovo.

È uno sguardo che non necessita di molte parole, perché come scrive Didi-Huberman non ha bisogno di rendere immaginabile ciò che era e resta inimmaginabile, non ne ha bisogno per dare voce all’indicibile.

A volte basterebbe solo SAPER GUARDARE IL SILENZIO.

 

C’è stato un tempo però, e forse c’è per ognuno di noi un momento, in cui BISOGNAVA prima di tutto VEDERE.

Holocaust, miniserie americana del 1978 andata in onda nella Repubblica Federale Tedesca nel gennaio del 1979, ha rappresentato per i tedeschi quel momento.

Günther Anders così lo definisce: “l’evento psicologico più profondamente radicale della storia tedesca posthitleriana”.

Uno “shock morale” che non si era avuto nel 1945 con la fine della guerra e che rappresenta, secondo il filosofo e scrittore tedesco, il ritorno alla storia della Germania.

Nella sua raccolta di appunti post-visione di Holocaust spiega il perché di questa tardiva reazione, che fu innanzi tutto di profondo turbamento, rispondendo alle critiche sollevate nei confronti della produzione americana, e affrontando nel breve spazio di queste annotazioni concetti come quello di rimozione e di elaborazione, di pentimento e di colpa collettiva, di etica morale, nell’ottica di ieri e oggi, rispondendo infine ai grandi perché di questa storia: perché è successo? perché proprio gli ebrei?

Ha scritto Elena Loewenthal che “sapere non rende necessariamente migliori”.

Ebbene, anche secondo Günther Anders SAPERE NON BASTA: “sapere è il modo più incerto di partecipare, è una partecipazione che non si distingue dalla non-partecipazione”.

Diventa quindi necessario un processo di identificazione con il proprio passato, “quantomeno per inorridire”.

Riducendo la storia di sei milioni di vittime a quella di un piccolo nucleo familiare, dando un volto, una vita, una FISICITÀ VIVA, a quei corpi fino ad allora guardati soltanto come corpi appunto, Holocaust ha permesso a milioni di tedeschi di riannodare le fila con il proprio passato e di riappropriarsi così, forse per la prima volta dopo molto tempo, della propria storia.

 

 

Giulia Caravaggi