Le Prostitute Che Lavorano In Autonomia Devono Pagare Le Tasse

Di: - Pubblicato: 22 novembre 2016

Svolta della Cassazione in tema di prostituzione e tasse, che afferma che  l’attività di meretricio è assimilabile al lavoro autonomo, se svolta in forma abituale, o rientra nella categoria dei “redditi diversi” se svolta, sempre autonomamente,  in forma occasionale.

La vicenda scaturisce da un accertamento fiscale della Guardia di Finanza svolto nei confronti di una donna, che risultava non avere mai denunziato i propri redditi, ma era intestataria di numerosi beni di lusso e di altrettanti numerosi conti correnti bancari attivi.

Sulla base degli accertamenti effettuati, l’Agenzia delle Entrate emetteva avviso di accertamento con il quale recuperava a tassazione ai fini Irpef il reddito imponibile.

Contro l’avviso di accertamento la donna proponeva ricorso sostenendo la non tassabilità dei redditi accertati, in quanto provento dell’attività di prostituzione dalla stessa esercitata.

La questione è giunta sino alla Corte di Cassazione, che, con sentenza n. 15596 del 27.7.2016, ha affermato che “La natura reddituale attribuita ex lege ai proventi delle attività illecite, con la conseguente tassabilità quali “redditi diversi”, comporta, a maggior ragione, che venga riconosciuta natura reddituale all’attività di prostituzione, di per sé priva di profili di illiceità (costituendo invece illecito penale ogni attività di favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione altrui a norma dell’art.3 della legge 20.2.1958 n.75), attività parzialmente tutelata dallo stesso ordinamento civile, che comprende la prestazione sessuale dietro corrispettivo nella categoria della obbligazione naturale, la quale, se non consente il diritto di azione, attribuisce alla persona che ha svolto l’attività di meretricio il diritto di ritenere legittimamente le somme ricevute in pagamento della prestazione ( art.2035 cod.civ.)”.

Peraltro, la tassabilità dei proventi dell’attività di prostituzione è stata avallata a livello comunitario dalla Corte di giustizia delle Comunità Europee con la sentenza del 20.11.2001,che ha riconosciuto l’attività di prostituzione, come una prestazione retribuita rientrante nella nozione di attività economica e ha chiarito che è compito del Giudice valutare, caso per caso, se si tratti di lavoro autonomo puro privo di induzione e costrizione.

La Suprema Corte ha così rigettato il ricorso della donna e riaffermato il principio della tassabilità dei proventi dell’attività di prostituzioneprecisando che nel caso in esame il giudice di merito aveva accertato che la contribuente (per sua stessa dichiarazione) svolgeva liberamente ed autonomamente l’attività di prostituzione, dalla quale erano derivati i proventi risultanti dai conti correnti bancari, con conseguente imponibilità degli stessi.

Dunque chi esercita in libertà e autonomia l’attività di prostituzione deve essere considerato a tutti gli effetti un normale contribuente che, al pari degli altri e in virtù della propria soggettività tributaria passiva, è tenuto all’esecuzione della prestazione tributaria dovuta in base al reddito imponibile prodotto, non rilevando, a tal fine, che nel nostro ordinamento l’attività di prostituzione non goda ancora di adeguata regolamentazione.

Avv. Lisa Sepco

http://www.legaltre.it