STALKING E MISURE CAUTELARI: CRITERI PRECISI NEL DIVIETO DI AVVICINAMENTO

Di: - Pubblicato: 26 giugno 2015

STALKING E MISURE CAUTELARI: CRITERI PRECISI NEL DIVIETO DI AVVICINAMENTO

( Cassazione penale, sez. V, sentenza 5664/2015)

Lo stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento con il decreto legge 23 febbraio 2009, n. 11 (convertito in Legge 23 aprile 2009, n. 38), che ha introdotto all’art. 612 bis c.p. il reato di “atti persecutori”.

Lo stalking condiziona ogni aspetto della vita personale e professionale di una vittima, ne limita sia la libertà, sia la privacy e laScreen shot 2015-06-26 at 12.01.51 pone in uno stato di perenne emergenza e stress psicologico dovuti alla preoccupazione, all’angoscia e alla paura per la propria incolumità e quella dei propri cari.

Nella maggior parte delle ipotesi, gli effetti sulla vittima sono numerosi, tanto sul piano fisico quanto sul piano psichico: i disturbi di ansia, del sonno, della concentrazione e in certi casi anche il disturbo post-traumatico da stress.

In alcuni casi, la gravità della situazione emerge quando è ormai troppo tardi, dopo che gli atti persecutori sono sfociati nell’omicidio o nel suicidio e, dunque, fondamentali per evitare tali drammatici epiloghi può essere l’applicazione di misure cautelari nei confronti dei soggetti indagati-imputati di stalking.

La sentenza della Corte di Cassazione penale n. 5664/2015 approfondisce, proprio questo tema, in particolare le misure cautelari previste dall’art. 282 ter del c. p. p.: il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e il divieto di comunicare con la persona offesa o con i prossimi congiunti, con conviventi o con persone legate da relazione affettiva.

Nella maggior parte dei casi può essere necessario vietare agli “stalker” ogni forma di contatto con la persona offesa, impedendogli, pertanto, di avvicinarsi fisicamente, di scrivere, di parlare, di inviare sms, questo perché non solo esiste un fondato timore per l’incolumità della vittima, ma anche perché la vittima posta in perdurante stato di ansia e di costante paura altera le proprie abitudini di vita.

Nell’applicare questa misura cautelare, afferma la Corte, il giudice deve prescrivere all’imputato-indagato di non avvicinarsi a determinati luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa o di mantenere una certa distanza da tali luoghi o dalla persona offesa, fino ad arrivare a vietare l’avvicinamento a luoghi determinati, abitualmente frequentati da prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

Tali provvedimenti devono essere, inoltre, comunicati all’autorità competente di Pubblica Sicurezza e ai servizi socio-assistenziali del territorio.

Fondamentale, afferma la Cassazione, è che la misura sia sufficientemente determinata, in modo che sia ben chiaro al soggetto obbligato quali sono i comportamenti che deve tenere e sia eseguibile il controllo sulla corretta osservanza delle prescrizioni a lui imposte, nonché sia assicurato alla vittima uno spazio fisico libero dalla presenza dell’aggressore.

Con questa misura cautelare, si vuole consentire alla vittima di svolgere la propria vita lavorativa e sociale in condizioni di serenità e sicurezza, anche quando la condotta dell’autore del reato non sia legata a particolari ambiti territoriali.

Il Giudice avrà, dunque, il compito di stabilire e determinare, in base alle concrete connotazioni assunte dalla condotta invasiva dell’indagato-imputato, da quali luoghi ben individuati e specificati l’indagato-imputato dovrà tenersi lontano, oppure prescrivere che lo stesso si debba tenere lontano dalla vittima-persona offesa, imponendo inoltre divieti di comunicazione, anche mediante cellulare o computer con la vittima.

Avv. Lisa Sepco

www.studiosepco.it