Utero in affitto: trascrivere l’atto di nascita in Italia integra il reato di falsa dichiarazione

Di: - Pubblicato: 29 maggio 2015

Il dibattito intorno all’applicazione di scoperte tecnologiche in materia di filiazione, è assolutamente aperto nell’opinione pubblica, nelle scienze e nella bioetica, e le possibilità offerte dalla scienza  sono vaste, ma l’ordinamento giuridico non può dimenticare i diritti del nascituro, il quale potrebbe divenire strumento per la soddisfazione del desiderio di genitorialità, a prescindere da qualunque considerazione etica. foto avvocato

Vale, così, la pena di esaminare il caso trattato dai Giudici del Tribunale di Milano e deciso con sentenza nell’aprile del 2014, che riguarda il metodo della procreazione assistita, mediante fecondazione c.d. completa di tipo eterologo in India: con il seme del marito e l’ovocita di una donatrice si ottiene un embrione che viene impiantato nell’utero di un’ulteriore donna, che porta a termine la gravidanza.

Nel caso in esame, il nascituro veniva registrato nello stato civile indiano come figlio della coppia stessa, sulla base della legislazione indiana.

Successivamente, i coniugi presentavano al Console d’Italia tale certificato di nascita formulato dalle autorità indiane secondo la legge del luogo e convalidato ai sensi della Convenzione dell’Aja del 2 ottobre 1961( cui hanno aderito anche Italia ed India) ai fini della trascrizione nei competenti registri dello stato civile in Italia.

Essendosi trattato di una fecondazione eterologa completa (c.d. utero in affitto), l’ufficiale dello stato civile italiano trasmetteva gli atti alla Procura della Repubblica, che incriminava i coniugi del delitto di alterazione di stato, che punisce con la reclusione chiunque, nella formazione di un atto di nascita, alteri lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.

Il Giudice del Tribunale di Milano affermava, però, che la trascrizione del certificato di nascita estero non avrebbe effetto costitutivo dello “status filiationis”, ma solamente un mero effetto di pubblicità nel registro di stato civile dell’atto formatosi all’estero, essendo l’atto originario quello produttivo d’effetti, ritenendo così di non poter configurare il delitto di alterazione di stato nella mera richiesta di trascrizione del certificato di nascita estero.

Dagli atti, tuttavia, risultava evidente che i coniugi erano ben consapevoli che, la tecnica genetica praticata, era vietata in Italia, al punto di decidere di recarsi in uno stato estero dove era consentita.

Pertanto, Il Giudice di Milano riteneva, invece, di poter rinvenire, nei comportamenti dei coniugi, il reato di falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri, poiché il marito dichiarava, nonostante l’ammonizione dell’Ufficiale di stato civile, che il neonato era anche figlio della consorte.

In definitiva, la falsa dichiarazione del marito era diretta, secondo il Giudice, a sottrarre al patrimonio conoscitivo dell’Ufficiale d’anagrafe un elemento potenzialmente valutabile ai fini del rifiuto della trascrizione nel registro di stato civile, visto che gli atti formati all’estero non possono essere trascritti, se sono contrari all’ordine pubblico, come in questo caso: a norma del codice civile la maternità è dimostrata provando l’identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre”, definendo così“madre” la donna che “ha partorito” il neonato.

Nel caso in esame, la donna certamente non lo era, trattandosi di un caso di “utero in affitto”, pertanto, entrambi i coniugi, venivano condannati in concorso fra loro per tale reato.

Avv.Lisa Sepco

www.studiosepco.it