Confini e Barriere

Di: - Pubblicato: 5 novembre 2015

In cammino verso l’altro..

A cura di Giulia Caravaggi
Ricordando ciò che è già stato e quello che potrebbe accadere, ci si mette sul sentiero della consapevolezza, indispensabile per non commettere nuovamente errori irreparabili.

In molti già da tempo invocano la necessità di un cambiamento delle regole del gioco, ed è diffuso un malessere generale sempre meno sotterraneo, dovuto allo sfaldamento dei legami sociali che eravamo abituati a conoscere, mentre tutto ciò accade, qualcuno, molti a dir la verità e ultimamente sembrano essere sempre di più, decide di lasciare il proprio Paese, la propria casa e spesso anche la propria famiglia, insomma tutto ciò che conosce, per venire qui, in questo nostro moderno mondo occidentale, civilizzato e ormai pacificato, sperando di poter trovare condizioni di vita migliori. Nel cammino che questa rubrica invita a percorrere, faremo riferimento ad alcune letture. Nulla di troppo convenzionale, ma facile da approcciare in qualsiasi momento della giornata o della vostra vita, li abbiamo letti per voi, non vi resta che sedervi e fare un buon viaggio!

 

«È lei che sorveglia il muro e tutta la regione circostante».

Franz: «E perché lo sorveglia?».

Arbalete: «Oh bella! Perché nessuno provi a passare. A cosa serve un muro?».

Franz: «A passare? Passare dove? Se questa è la fine del mondo, di là non ci può essere niente!».

«È la fine di questo mondo qui», disse Arbalete. «Ma chissà quanti altri ce ne sono…».”1

 

Ultimamente si è sentito spesso dire che non si possono costruire nuovi muri, nella cara vecchia Europa come nel resto del mondo, perché non servono a nulla e rappresentano una sconfitta per chi decide di innalzarli sui propri confini. A dispetto di quanto si dice, nuovi muri vengono costruiti lo stesso, ogni giorno, siano essi di cemento armato o semplici reti di filo spinato, servono eccome! Hanno un perché e una loro utilità, solo che, come del resto per tutte le cose, hanno anche delle conseguenze: in questo caso si tratta di implicazioni di tipo politico.

 

A proposito del filo spinato, Olivier Razac ha scritto che in quanto strumento di recinzione degli spazi, esso “Non produce la delimitazione, la segnala soltanto”, allo stesso tempo però il filo spinato è in grado “di produrre effettivamente una differenza nello spazio” poiché ha il potere di respingere gli intrusi2.

 

Inventato nella seconda metà del XIX secolo nell’America del Nord, e parte integrante della storia della così detta “conquista del West”, il filo spinato si è rivelato essere uno strumento estremamente efficace. Semplice ed economico, sempre uguale a più di cento anni dalla sua nascita, continua ad essere usato praticamente in tutto il mondo, ovunque vi sia una qualsiasi delimitazione da segnalare.

 

Razac ha individuato tre conseguenze politiche decisive derivanti dal suo utilizzo: “Esso radicalizza le percezioni della delimitazione dello spazio. Produce una massificazione degli elementi respinti, tanto degli animali quanto, e allo stesso modo, degli uomini. E rafforza, con la sua stessa leggerezza, la connessione tra delimitazione e sorveglianza”3.

In altre parole, prima di tutto il filo spinato è parte di un dispositivo di inclusione-esclusione in cui per proteggere ciò che sta dentro si arriva a minacciare ciò che sta invece fuori. L’estraneo, che in quanto tale viene respinto, è escluso dal sistema protetto dell’interno ed esposto così ai pericoli dell’esterno. Inoltre, rappresentando l’interno il sistema produttivo, chi sta dentro è organizzato produttivamente, come un gregge o una mandria, mentre chi sta fuori è bestia selvatica e in quanto tale viene trattato.

 

La linea di filo spinato produce così una separazione radicalizzata perché entrano in gioco i concetti di VITA e di MORTE, mentre la massificazione degli elementi separati ha come effetto la “distinzione tra coloro che permangono uomini e coloro che non sono altro che corpi”4.

Infine, la vulnerabilità del filo spinato comporta la necessità della sua sorveglianza che effettivamente avviene, da parte di uno sguardo che come osserva Razac: “non è uno sguardo verso l’interno o verso l’interno, ma uno sguardo miope puntato sul contorno protettivo”5.

Per lo stretto legame con l’elemento della sorveglianza, il filo spinato è un recinto interattivo: di fatto più che vietare l’ingresso, compie un’azione di selezione degli accessi in base all’informazione che la sorveglianza fornisce. Lo stesso che fanno le più moderne tecnologie ottico-elettroniche quali metal detector e telecamere di video-sorveglianza: essi non sono che un esempio, più avanzato, di interfaccia.

 

C’è sempre qualcuno che può entrare e qualcun altro che invece è costretto a rimanere fuori, ma in base a che cosa avviene oggi questa selezione? Secondo Razac: “Le interfacce di accessi indiretti non si rivolgono ai corpi ma al capitale economico e simbolico dei gruppi”6.

Emergono quindi i CONFINI INTERNI alle nostre stesse società, dove l’altro, lo straniero e il nemico, non è più colui che viene da fuori, lontano oltre i confini territoriali, ma è all’interno dello stesso corpo sociale. Forse sono questi i veri fili spinati di oggi: più subdoli perché fisicamente invisibili, non vietano piuttosto invitano, cioè non respingono con la forza ma fanno credere che siano le persone ad agire liberamente e a scegliere in base alle propri preferenze personali.

Ma che senso hanno questi confini? Chi difendono e da che cosa?

«Le protezioni non servono a proteggerci, ma a privarci di qualcosa che ci fa paura», disse il vecchio.”7. Abbiamo forse paura della miseria e della povertà? Respingiamo ciò che non vogliamo vedere perché non ne possiamo sopportare lo sguardo. Teniamo lontano ciò che ci ricorda i nostri limiti, i limiti di quello che siamo e che siamo in grado di fare per gli altri, nonché dei costi che dobbiamo pagare per quanto fatto in passato.

Ma qual’è il prezzo che dobbiamo pagare invece per indossare questa armatura che anche se è invisibile ha comunque un suo peso non indifferente da portare?

E non sarà alla fine come la linea di filo spinato sul fronte della Grande Guerra, che come scrive Razac: “protegge il paese non dalla sconfitta ma dalla distruzione”8.

Non sarà che mentre continuiamo a preoccuparci della nostra distruzione, non ci siamo accorti che nel frattempo siamo già stati sconfitti?

 

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1  Ginevra Bompiani, L’amorosa avventura di una pelliccia e di un’armatura, Sellerio editore Palermo 2000, p.77

2    Olivier Razac, Storia politica del filo spinato, Ombre Corte 2002, p.60

3    O. Razac, p.60

4    O. Razac, p.68_ Anche Ezio Mauro, a proposito dei migranti che arrivano alle porte dell’Europa, ha parlato di corpi, in Ezio Mauro, Il corpo degli altri, la Repubblica di sabato 5 settembre 2015

5    O. Razac, p.72

6    O. Razac, p.90

7    G. Bompiani, p.163

8      0O. Razac, p.65