Gli Esclusi Al Potere?

Di: - Pubblicato: 26 novembre 2015

In Cammino Verso L’altro

A cura di Giulia Caravaggi

Ricordando ciò che è già stato e quello che potrebbe accadere, ci si mette sul sentiero della consapevolezza, parigiindispensabile per non commettere nuovamente errori irreparabili.

 

In molti già da tempo invocano la necessità di un cambiamento delle regole del gioco, ed è diffuso un malessere generale sempre meno sotterraneo, dovuto allo sfaldamento dei legami sociali che eravamo abituati a conoscere, mentre tutto ciò accade, qualcuno, molti a dir la verità e ultimamente sembrano essere sempre di più, decide di lasciare il proprio Paese, la propria casa e spesso anche la propria famiglia, insomma tutto ciò che conosce, per venire qui, in questo nostro moderno mondo occidentale, civilizzato e ormai pacificato, sperando di poter trovare condizioni di vita migliori. Nel cammino che questa rubrica invita a percorrere, faremo riferimento ad alcune letture. Nulla di troppo convenzionale, ma facile da approcciare in qualsiasi momento della giornata o della vostra vita, li abbiamo letti per voi, non vi resta che sedervi e fare un buon viaggio!

 

 

Gli Esclusi Al Potere?

 

Rideva, Mahgiùb, mentre diceva: «Il mondo cambierà per davvero quando quelli come me erediteranno il potere». Ed aggiunse, sempre ridendo: «E questo naturalmente è una cosa impossibile» .1

 

Quando diciamo di voler cambiare le cose, a cosa stiamo dicendo di NO?

Anche questo è un aspetto importante della questione. Ha scritto infatti Daniele Giglioli: “Come e da cosa disertare oggi è il problema che rimane aperto2.

A questa domanda sembra poter rispondere la voce delle Volpi pallide nel romanzo (fanta-?) politico di Yannick Haenel.

 

Siamo nella Parigi dei nostri giorni, città testimone e simbolo delle rivolte della banlieue. Chi parla è in un primo momento soltanto un uomo che, dopo essere stato sfrattato, si ritrova a vivere in macchina . Apparentemente deciso solo a lasciarsi vivere, inizia a perdersi nei suoi pensieri mentre vaga per le vie della città. Fino a quando non incontra le Volpi pallide e di queste sembra divenire il portavoce.

 

Arriva il momento in cui nessuno sopporta più di vivere in una società che lo sminuisce; quel che scoppia allora non è più una semplice collera, né una rivendicazione qualsiasi: è un rifiuto il cui oggetto vi sfugge perché implica che non esistiate più.”, questo ci dicono le Volpi pallide. A noi, noi lettori e noi società civile, e ci avvisano: “Quel momento, quando arriva, illumina di luce nuova le frontiere fra il vivibile e l’invivibile; non soltanto le modifica, ma distrugge l’idea stessa di frontiera, perché basta che l’invivibile affligga qualcuno perché il vivibile non esista più per nessuno. Non diteci che una frase del genere vi sembra astratta; bisognerà sicuramente ripeterla mille volte affinché ne siate persuasi: Basta che l’invivibile affligga qualcuno perché il vivibile non esista più per nessuno. Ma ripeterlo non servirebbe a niente: è troppo tardi e, che lo vogliate o no, quel momento è arrivato – è ora3.

 

È la società stessa ciò a cui viene detto di NO, e che è dichiarata morta. Quella società che non è stata in grado di includere i diversi e che ne ha fatto così degli ESCLUSI, tutti: senzatetto, disoccupati, clandestini. Tutti senza una voce, rimasti nel silenzio perché esclusi dalla parola. Le Volpi pallide parlano per loro, sono loro.

Appartenente alla tradizione dei Dogon del Mali, la figura della Volpe pallida è associata all’idea di distruzione: “crea il caos staccandosi dalla placenta, e si scaglia contro il demiurgo – suo padre – di cui ne contesta l’ordine. Ha così accesso al rovescio delle cose, e conosce il mondo dei morti. Per punirlo per aver rotto l’appartenenza, gli è stata tolta la parola; allora, lontano dalla società, respinto in una solitudine che smentisce l’approvazione, scrive il futuro con le zampe: ogni notte passa sulle tavole di divinazione che i sacerdoti dogon hanno disegnato sulla sabbia4.

Dei Dogon le Volpi pallide indossano le maschere usate in Mali per le cerimonie che celebrano e ricordano la nascita dell’universo, perché: “Un Dogon non fa altro che nascere; non cresce né declina: a ogni istante, esiste sullo stesso piano con il suo mondo […]. Ascolta i suoi demoni, li sfida, li adora. Concepisce la sua vita come una caccia spirituale. La sua vigilanza è permanente, l’insurrezione totale5.

 

Le Volpi pallide indossano maschere per dare un volto all’assenza, e usano il fuoco per bruciare. Bruciano per distruggere quello che siamo6, ma senza chiedere in cambio il potere7. È solo una voce per farsi sentire: “VI PARLIAMO. Se non sentite questa voce, è perché non volete sentirla8.

Ma a bruciare non è soltanto il nostro presente, brucia anche il loro passato con le dita e le loro impronte: “Siamo un popolo senza tracce – che per affermare la propria identità ha cancellato quel che la fonda9.

Attenzione a non farsi trarre in inganno! Come già sottolineato, non si tratta solo si immigrati: “Forse non siamo neanche tutti neri. Che importanza ha? Abbiamo scelto di essere neri, africani, e dogon. Ai nostri occhi, non c’è niente di più nobile. Per noi che viviamo nel cuore del mondo occidentale – in un universo a pezzi – essere nero. Africano, dogon ci rende nobili10.

Chi sono allora? Stranieri, nel senso di estranei. Sono, come li definisce Olivier Razac: “quelli che non possono entrare da nessuna parte […]. a loro non resta che l’esterno, il fuori, che può essere ovunque11.

 

Ma forse sono soprattutto solitudini perché: “Soltanto la solitudine continua a esistere senza illusioni; e forse, nelle condizioni attuali, rimane l’unica possibilità di far fronte alla società12.

Una società in cui non c’è più alcuna possibilità di riparo o rifugio, né d’altronde l’esilio che all’inizio del romanzo l’uomo sfrattato sembra in qualche modo scegliere può davvero dare un senso alla sua vita.

Una società in cui manca in realtà un vero fronte di guerra, c’è: “solo una fila di creste, impossibili da situare su una cartina. Su questa fila, tagliente quanto la lama di un rasoio, siamo tutti esposti; chi è produttivo e chi no, chi vale oro e chi non vale niente. Guardate bene: siete tutti lì, come noi13.

In questa società in cui non c’è modo di scappare né di combattere, non è possibile neanche cambiare le cose perché: “Il vostro mondo ha fatto in modo che niente potesse essere compiuto in politica: ci siete riusciti, ma così facendo avete firmato la vostra stessa eliminazione. Se in politica non si compie più niente, succede che qualche cosa si compia al di fuori: allora questa cosa diventa politica14.

 

Nessuna rivoluzione, non ce n’è bisogno. Nessuna distruzione, se non quella che è già avvenuta senza che ce ne rendessimo davvero conto. Le Volpi pallide semplicemente raccolgono quelli che stanno là fuori, ovunque sia, e li portano sulla scena rendendoli visibili: “Attraverso tutte quelle maschere radunate in Place de la Concorde, il vostro mondo si rovescia: coloro che da così tanto tempo avete bandito dalla vostra società ne occupano il centro, e siete voi a essere relegati ai lati. Allora, certo, direte che siamo accerchiati: ma attraverso il cerchio che disegnate attorno a noi si scrive una verità che vi condanna15.

Le Volpi pallide parlano un’altra lingua. È un mormorio che romba e rimbomba come un tuono in lontananza, è un canto che indica la via, che permette di restare in piedi e di non perdere l’equilibrio mentre si cammina all’indietro16. Riuscite a sentire quella voce? Siete sicuri di aver capito cosa stanno dicendo?


1.Tayeb Salih, La stagione della migrazione a Nord, Sellerio editore Palermo 2011, p.114

2.Daniele Giglioli, Guida alla manutenzione dei miti con elogio della diserzione (ma da cosa?), Corriere della Sera, LA LETTURA di domenica23 agosto 2015

3.Yannick Haenel, Le Volpi pallide, Edizioni Clichy 2015, pp.123-124

4.Y. Haenel, p.118

5.Y. Haenel, p.133

6.Bruciano infatti le auto e la spazzatura: “spazzatura e auto, il vostro mondo non è riassunto in queste due parole? Spazzatura e auto, la vostra grande opera, la «civiltà».”_Y. Haenel, p.128

7.“Perché il fuoco, a differenza di voi, non vuole niente – men che meno il potere: si accende solo per distruggerlo.”_Y. Haenel, p.148

8.Y. Haenel, p.129

9.Y. Haenel, p.160

10.Y. Haenel, p.133

11.Olivier Razac, Storia politica del filo spinato, Ombre Corte 2002, p.91_ In nota l’autore descrive il fuori come “ogni luogo che, soltanto per alcuni, sia un luogo di abbandono. Questo luogo può del resto essere mobile e spostarsi ovunque con l’indesiderabile, al quale non resta nient’altro che fuggire la propria ombra

12.Y. Haenel, p.167

13.Y. Haenel, p.173

14.Y. Haenel, pp.173-174

15.Y. Haenel, p.180

16.È possibile leggere qui un richiamo a Edipo, come già nella descrizione della figura della Volpa pallida. Così anche nella protagonista femminile del romanzo La mantella del diavolo di Cristina Battocletti (Bompiani 2015). Irma è infatti accusata di essere una strega: “Krivapeta significa in sloveno «piede ritorto», tallone davanti e dita dietro (così come Edipo è «piede gonfio» in greco antico). Chi ce l’ha è condannato a camminare a ritroso, fissando ciò da cui fugge”_Daniele Giglioli, Sogno o son desta? Irma torna a casa ma in paese girano incubi e assassini, Corriere della Sera, LA LETTURA di domenica 14 giugno 2015