Quando I Migranti Eravamo Noi…

Di: - Pubblicato: 19 novembre 2015

In Cammino Verso L’altro

A cura di Giulia Caravaggi

Ricordando ciò che è già stato e quello che potrebbe accadere, ci si mette sul sentiero della consapevolezza, indispensabile per non commettere nuovamente errori irreparabili.

 

In molti già da tempo invocano la necessità di un cambiamento delle regole del gioco, ed è diffuso un malessere generale sempre meno sotterraneo, dovuto allo sfaldamento dei legami sociali che eravamo abituati a conoscere, mentre tutto ciò accade, qualcuno, molti a dir la verità e ultimamente sembrano essere sempre di più, decide di lasciare il proprio Paese, la propria casa e spesso anche la propria famiglia, insomma tutto ciò che conosce, per venire qui, in questo nostro moderno mondo occidentale, civilizzato e ormai pacificato, sperando di poter trovare condizioni di vita migliori. Nel cammino che questa rubrica invita a percorrere, faremo riferimento ad alcune letture. Nulla di troppo convenzionale, ma facile da approcciare in qualsiasi momento della giornata o della vostra vita, li abbiamo letti per voi, non vi resta che sedervi e fare un buon viaggio!

 

Quando I Migranti Eravamo Noi…

Ho cercato in tasca le sigarette. Non avevo l’accendino e così me ne tenevo una in bocca mordendo il filtro coi denti. Volevo chiedere a un cristiano qualunque di farmi accendere ma la parola era scomparsa. Il silenzio aveva iniziato a erigere una muraglia con tanto di filo spinato su in cima.”1

migranti italiani 2 

Quando i migranti eravamo noi vuol dire noi italiani che, dal sud del paese emigravamo al nord per trovare lavoro, per mettere qualcosa di più in pancia, per sopravvivere alla miseria, insomma, e sperare in una vita migliore. Non è accaduto molto tempo fa, Marco Balzano ce lo ricorda con la storia, ambientata tra gli anni sessanta e i giorni nostri, di un uomo che allora era un bambino e oggi, cinquantasettenne, potrebbe passarci accanto e nemmeno lo noteremmo, di certo non come estraneo. Oggi infatti i nostri occhi e le nostre orecchie si fermano su altre facce e al suono di altre voci, altre lingue e altri accenti, pelli e vestiti, forme e colori i più disparati, diversità più facilmente distinguibili nella nostra realtà. Eppure è proprio lì, in mezzo ai diversi, spesso persone immigrate in Italia da altri paesi, che Ninetto, detto una volta Pelleossa, vive nella Milano del Duemila quei rari momenti di pace che si è visto riservare dal destino. Di nuovo diverso, è tra i diversi che riesce a trovarsi più a suo agio. Rimasto per certi versi indietro, è tra gli ultimi che si sente più accettato. La sua è una vita ora da ricostruire, la ricerca è quella di un indizio che sia anche inizio da cui ripartire.

Il miraggio inseguito dal Ninetto bambino non è poi così diverso dal “miraggio straniero” che guida il personaggio di Mustafà Sa’ìd nel romanzo La stagione della migrazione a Nord di Tayeb Salih2. Soltanto, per il primo il Nord è quello del suo stesso paese, la terra straniera in realtà è sempre l’Italia degli anni Sessanta. Cento anni prima invece, dalla Sicilia si emigrava davvero in un altro paese, un paese straniero: l’America di fine Ottocento. Sempre le stesse le ragioni: sempre per cercare di sopravvivere, riempire la pancia, migliorare le proprie condizioni di vita.

 

Di questa storia, più volte raccontata, Deaglio aiuta a mettere in luce i retroscena (le condizioni politiche ed economiche, le questioni di potere e i discorsi sulla razza) partendo da un fatto realmente accaduto nel 1899, il linciaggio di cinque italiani immigrati dalla Sicilia e finiti a Tallulah, contea di Madison, Louisiana: “un luogo («il fronte») in cui la principale missione era quella di arginare, con ogni mezzo, la supremazia numerica dei negri3.

Con la fine della guerra civile tra stati dell’Unione (Nordisti) e Confederati (Sudisti), e la successiva abolizione della schiavitù per legge nel 1865, quattro milioni di negri che vivevano negli stati del sud si videro emancipati, ma le promesse loro fatte per combattere contro i propri padroni non vennero mantenute: “né i 40 acri, né il mulo, né le sementi, né le scuole, né il voto alle elezioni. Sono troppi. Sono ignoranti. Sono selvaggi. È assolutamente assurdo pensare di permettere loro di votare. Perché vincerebbero loro. E questo non è nelle regole del gioco4.

migranti italiani 1

Quando passati vent’anni dalla guerra civile i soldati e l’amministrazione unionista si ritirano, gli stati ex-confederati elaborano una nuova legislazione per continuare ad impedire ai negri di votare o anche solo migliorare le proprie condizioni di vita, ma soprattutto è allora che inizia la pratica dei linciaggi: “La guerra l’avevano persa, ma i bianchi del sud non avevano la minima intenzione di rinunciare al loro «stile di vita». Il linciaggio pubblico divenne l’elemento indispensabile di un rito, di una liturgia. Il negro impiccato senza processo era la dimostrazione di un’altra legge, più profonda, vigente sul territorio5. Si è calcolato, riporta Deaglio, che tra il 1887 e il 1907 negli stati del sud furono uccise tra le quattro e le cinquemila persone, di cui il novanta per cento erano neri: “Nessun linciaggio, in vent’anni, venne mai punito. La metà dei linciati rimase senza nome e senza sepoltura. Il mondo sapeva – il mondo sa sempre tutto – ma nessuno interveniva. Quel mondo era lontano da tutto: diverso, separato6. È in quel mondo lontano, diverso e separato che vanno a finire molti degli immigrati italiani provenienti dalla Sicilia e spesso capitò loro di subire la stessa sorte dei ex-schiavi neri. Questa è di fatto la storia di un INCONTRO, l’incontro DI DUE SUD DEL MONDO.

 

Anche i contadini siciliani si portavano dietro un passato da schiavi e diverse promesse non mantenute. In primo luogo, quelle fatte da Garibaldi che, nel corso della creazione del Regno d’Italia, per vincere in Sicilia, aveva infatti promesso la fine della schiavitù e la ridistribuzione delle terre allora in mano alla Chiesa e ai grandi proprietari terrieri. E poi, anche dal governo del neonato Regno d’Italia, i cui ambasciatori e rappresentanti dei vari poteri avevano favorito i flussi migratori di lavoratori dalla Sicilia tramite accordi proprio con i proprietari terrieri di quegli stati del sud degli USA che non poteva più contare sulla forza lavoro degli schiavi negri, ormai liberati. Partiti “sotto l’egida e la protezione del Re d’Italia7, i contadini siciliani scoprivano nelle piantagioni di stati come la Louisiana, il Mississippi o l’Arkansas, condizioni di lavoro massacranti e un controllo strettissimo, nessuna possibilità reale di comprare la terra o di aiutare concretamente le proprie famiglie rimaste in Sicilia: “L’unica possibilità era di riuscire a fuggire, verso Nuov’Orlenza dove c’era travaglio nella frutta, sulle navi, al porto, al mercato8. E infatti a New Orleans, città principale dello stato della Louisiana e più grande porto di tutti gli stati del sud, nel 1891 su una popolazione di circa duecentomila anime si contano almeno ventimila siciliani. Troppo forse, se nel giro di un paio d’anni sono costretti a lasciare la città per spostarsi più a Nord, dove però la realtà che si è creata e che li circonda non lascerà loro scampo. Vittime, proprio come i neri d’America, di giochi di potere più grandi di loro. E tra vittime, si sa, ci si intende: “Era successo che tra siciliani e negri ci fosse comunella. Doveva essere passato tra di loro qualcosa di profondo nella comunicazione del dolore simile, per fatti simili e ingiustizie simili. Qualcosa che non si manifestava quando toccava sbranarsi per prendere un lavoro, diventava semplice nei seppellimenti, nei funerali, negli sguardi; quasi fosse un vecchio spartito che sapevano a memoria9.

 

A questo proposito, ricorda Benedetta Tobagi come fu una donna (e quella delle donne è un altro esempio di categoria VITTIMA nella e della Storia!) a portare per prima alla luce lo sfruttamento degli immigrati siciliani nelle piantagioni degli stati del sud; mentre proprio un ex-schiavo negro è l’autore di uno dei più completi studi del tempo sulle condizioni di miseria in Sicilia: “frutti sorprendenti della solidarietà tra oppressi10. Ma nella nostra storia di sud del mondo che si incontrano, gli oppressi sono anche coloro che vengono considerati diversi sulla base di pregiudizi di tipo razziale. I siciliani in America erano infatti visti così: “Non bianchi, non neri, forse negroidi, discendenti dell’ignobile Annibale che aveva attentato alla grande Roma, sangue hamitico, non ariano, mafiosi, pronti al coltello, erano stimati buone bestie da soma per il lavoro nei campi, cattolici anche se particolari11. Di fatto, di razza inferiore. D’altronde era stata proprio l’antropologia criminale italiana, una nuova scienza per il neonato regno italiano, a parlare per prima dell’esistenza di una razza siciliana. Con il passare del tempo, gli italiani si sono trasformati e sono diventati tutti ariani: dapprima mantenendo le radici nell’area del Mar Mediterraneo in quanto appartenenti alla razza ariana mediterranea, successivamente abbiamo perso anche quelle e ci siamo ritrovati ariani puri. Siamo tornati mediterranei di recente. Una storia abbastanza complicata da raccontare! In America invece, i meridionali hanno continuato ad essere considerati africani per lungo tempo. Siamo negli anni Sessanta quando Malcom X pronuncia le parole riportate da Deaglio in chiusura: “«Nessun italiano può saltare su e cominciare a insultarmi, perché io conosco la sua storia. Gli dico: quando parli con me stai parlando con papà, con tuo padre. Lui conosce la sua storia e sa dove ha preso quel colore»12.

Il punto è se noi italiani possiamo affermare, con altrettanta forza e consapevolezza, lo stesso. Se possiamo dire di conoscere davvero la nostra storia e il nostro passato.

Il passato è una terra che uccide. […] Il passato è una terra dove non è lecito tornare, pena la complicità in omicidio” ha scritto Daniele Giglioli13. Ma come ha detto Isabel Wilkerson: “se non ripercorriamo la nostra storia come riusciremo a superare tutto quello che sembra dividerci?”14.


1.Marco Balzano, L’ultimo arrivato, Sellerio editore Palermo 2015, p.170

2.Tayeb Salih, La stagione della migrazione a Nord, Sellerio editore Palermo 2011, p.108

3.Enrico Deaglio, Storia vera e terribile tra Sicilia e America, Sellerio editore Palermo 2015, p.147

4.E. Deaglio, p.62

5.E. Deaglio, pp. 113-114

6.E. Deaglio, p.114

7.E. Deaglio, p.68

8.E. Deaglio, p.71

9.E. Deaglio, p.117

10.Benedetta Tobagi, Il “Mississippi Burning” degli italiani, la Repubblica di venerdì 5 giugno 2015_Il riferimento è a Mary Grace Quackenbos (1869-1948) e a Booker Taliaferro Washington (1856-1015)

11.E. Deaglio, p.123_Con il termine hamitico si intende di popolazione africana.

12.E. Deaglio, p.209

13.Daniele Giglioli, Sogno o son desta? Irma torna a casa ma in paese girano incubi e assassini, Corriere della Sera, LA LETTURA di domenica 14 giugno 2015_L’articolo è la recensione del romanzo La mantella del diavolo di Cristina Battocletti (Bompiani 2015) dove la protagonista, tornata nella sua casa natale a Cividale del Friuli, assiste guarda caso ad un linciaggio.

14. Angelo Aquaro, la lunga onda nera, D la Repubblica di sabato 10 maggio 2012_Il premio Pulitzer Isabel Wilkerson ha raccontato nel romanzo-inchiesta Al calore dei soli lontani (Il Saggiatore 2012) la storia della migrazione interna di sei milioni di neri del sud verso gli stati del Nordamerica.