Quando Si Alza Il Vento

Di: - Pubblicato: 4 dicembre 2015

In Cammino Verso L’altro

A cura di Giulia Caravaggi

Ricordando ciò che è già stato e quello che potrebbe accadere, ci si mette sul sentiero della consapevolezza, indispensabile per non commettere nuovamente errori irreparabili.

 

In molti già da tempo invocano la necessità di un cambiamento delle regole del gioco, ed è diffuso un malessere generale sempre meno sotterraneo, dovuto allo sfaldamento dei legami sociali che eravamo abituati a conoscere, mentre tutto ciò accade, qualcuno, molti a dir la verità e ultimamente sembrano essere sempre di più, decide di lasciare il proprio Paese, la propria casa e spesso anche la propria famiglia, insomma tutto ciò che conosce, per venire qui, in questo nostro moderno mondo occidentale, civilizzato e ormai pacificato, sperando di poter trovare condizioni di vita migliori. Nel cammino che questa rubrica invita a percorrere, faremo riferimento ad alcune letture. Nulla di troppo convenzionale, ma facile da approcciare in qualsiasi momento della giornata o della vostra vita, li abbiamo letti per voi, non vi resta che sedervi e fare un buon viaggio!

 

Quando Si Alza Il Vento

Allora per piacere non parlate di crisi. Ogni volta che si mette male, qualcuno di voi ricorre a questa parola, che agisce come un alibi. Ma il vostro mondo è sempre andato male: quel che non smette di andare male è la sua devastazione. Il vostro mondo è lui stesso una crisi, si è stregato della propria rovina. Non si trasmette più niente di vivo, se non degli ordini che credete di dare e ai quali non fate che obbedire: il sortilegio non eredita che se stesso, distrugge chi non riesce a spezzarlo.1

Caravaggi 2

Per provare a spezzare l’incantesimo che sembra incatenare la nostra società, per prima cosa bisogna riuscire a vedere le catene che ci tengono legati, relegandoci in una condizione di passività in cui ogni agire diventa impossibile.

Daniele Giglioli ha individuato alcuni dispositivi che determinano questo nostro STATO DI MINORITÀ. Innanzitutto, dispositivo è ciò che aiuta a fare qualcosa, raggiungere uno scopo, ma allo stesso tempo si impone su chi lo utilizza, perché per funzionare ha bisogno di qualcuno che “si conformi senza resistenze al modo in cui è stato concepito, qualcuno che sia disposto a seguire senza discutere tutte le istruzioni2.

Questo significa che il potere di fare una certa cosa (agency) viene dato solo a condizione che ci si sottometta ad esso (dipendenza): “Attraverso il dispositivo, il potere fattosi discorso incamera e imbriglia la potenza requisita ai soggetti, e gliela restituisce in forma rovesciata. Con lo stesso gesto con cui li interpella come soggetti – tu sei questo – li priva di quella facoltà di iniziativa senza la quale del soggetto in sé non è più nulla3.

Sono cinque i dispositivi analizzati da Giglioli: quello terroristico, traumatico, vittimario, della miseria simbolica e lo stato di eccezione che soggiace alla norma, dove quest’ultimo riassume tutti i precedenti.

Temere i terroristi come fossero onnipotenti, non vedere i problemi in quanto tali e cioè possibili di soluzione (per paura del conflitto e per l’incapacità di accettare le contraddizioni che ci sono in ognuno di noi), non assumersi le proprie responsabilità finendo per sentirsi vittime innocenti degli eventi, la mancanza di un “noi” che sia “fare una cosa in tanti” e non “fare in tanti la stessa cosa”, e infine lo stato di sospensione in cui viviamo al giorno d’oggi: tutto ciò è alla base dello stato di passività in cui ci troviamo, quindi del nostro sentirci impotenti. Allo stesso tempo, da questa nostra condizione tali meccanismi sono alimentati e rafforzati.

Caravaggi 1Come uscire allora da quello che anche Giglioli definisce: “uno spazio curvo che sembra rendere impossibile qualsiasi traiettoria di esodo4?

Come già le Volpi pallide ci hanno mostrato5, É TUTTO NELLE NOSTRE MANI. Non c’è via di fuga né lotta da combattere, bisogna riconoscere che siamo stati noi a creare questo CERCHIO ESCLUSIVO che ci autodistrugge.

Lo stato di impotenza del presente, scrive infatti Giglioli: “è il risultato congiunto di tattiche e strategie, attacchi e contromosse, successi ed errori. Non è un ambiente naturale, è un mondo umano prodotto dagli umani sulla base dei loro rapporti di forza6.

Per spezzare le nostre catene è allora necessario prima di tutto RICONOSCERE DI AVER FATTO DEGLI ERRORI. Di per sé, questo: “è già un recupero di agency: nel passato in cui li si è fatti, nel presente che li constata, nel futuro che forse li correggerà. Chi sa di aver commesso errori non è vittima, è un agente. Non è preda dell’onnipotenza dell’avversario. Più ancora: soltanto chi ha commesso errori ha l’opportunità – la fortuna? – di avere un avversario, e può prendere posizione anche duramente senza farsi strozzare dall’indignazione7.

Riconoscere l’errore significa riuscire a vedere la propria mancanza, significa potersi mettere in discussione e affrontare il negativo che c’è in ognuno di noi. Riconoscere gli stessi dispositivi come errori significa poterli discutere, renderli cioè negoziabili e quindi non subirli più.

Negoziare comporta però riconoscere che anche altri attori sono in campo, e posizionarsi di conseguenza8.

Prendere posizione, ESSERE DI PARTE, proprio perché implica la consapevolezza dell’esistenza dell’altro, dell’esistenza di un’alterità, ed è alla base del nostro recupero di agency, non deve essere visto come un male. L’idea stessa del CONFLITTO deve allora essere riconsiderata in modo più positivo: credere di poter stare tutti dalla stessa parte, di poter andare tutti d’accordo, oltre che impossibile comporterebbe infatti una nuova paralisi. Ogni tipo di concordia, scrive Giglioli, non è che “solo il predominio di una parte”, ogni unità “è soltanto una forma di dominazione più perfetta9.

Il conflitto è agency, ma non necessariamente questo si traduce in scontro violento. Inteso come, lo chiameremo noi, “conflitto positivo” è ciò che permette invece di dare un altro significato al negativo, all’alterità, alla separazione e di farne un uso diverso. E se sapremo accettare che “non c’è vittoria definitiva, non ci sono conquiste irrevocabili10, sarà occasione OGNI VOLTA di iniziativa (agency), un’occasione cioè per creare qualcosa di nuovo.

Solo pensare l’azione” conclude Giglioli, sotto forma di “distacco, separazione, nuovo inizio11 permette di accettare il passato, superarlo e andare avanti.

Anche la crisi può essere allora guardata in modo diverso, e non necessariamente negativo. Se si risale all’etimologia della parola, questa comprende i termini “separazione, scelta, giudizio. Tutt’altro che sinonimo di mera distruzione, anche la crisi implica una triplice azione. Affrontare una crisi infatti non significa altro che, ancora una volta: fronteggiare il negativo, mettere in discussione ciò che si è e riconoscere le proprie mancanze. Ma la mancanza, come sottolinea Giglioli, non è “ciò che mi manca”, piuttosto “ciò che io manco”, cioè “il luogo in cui non sono presente, l’appuntamento che ho mancato e continuo a mancare12.

Non più alibi quindi, la crisi deve essere vista come OCCASIONE.

L’occasione per spezzare un circolo vizioso: perché i corpi non siano più solo corpi13, le voci non debbano trasformarsi ancora in grida, perché il posto dell’altro non finisca troppo lontano dal nostro e i limiti di ciascuno non diventino armi a doppio taglio per ferirsi a vicenda.

Un’occasione per COSTRUIRE, senza ripetere gli stessi errori del passato e in modo nuovo. Forse più inclusivo delle differenze14. Perché se è vero che LA SOLITUDINE É POLITICA15, non può essere vero però il contrario: LA POLITICA NON PUÓ ESSERE SOLITUDINE, la democrazia non è solitudine.

Cogliere questa occasione spetta ad ognuno di noi. Parafrasando il poeta16, quando si alza il vento bisogna VIVERE. Tutti, e TUTTI INSIEME.

 


 

1.Yannick Haenel, Le Volpi pallide, Edizioni Clichy 2015, p.174

2.Daniele Giglioli, Stato di minorità, Editori Laterza 2015, p.24

3.D. Giglioli, p.25

4.D. Giglioli, p.63_Lo spazio curvo è quello del circolo vizioso come del sortilegio che incatena ed è anche quello delle Volpi pallide riunite in Place de la Concorde: “attraverso il cerchio che disegnate attorno a noi si scrive una verità che vi condanna” da Y. Haenel, Le Volpi pallide, p.180

5.Vedi precedente puntata 5. GLI ESCLUSI AL POTERE?

6.D. Giglioli, p.74

7.D. Giglioli, pp. 74-75_La parola indignazione è stata tanto invocata quanto poi criticata negli ultimi anni. Tanto per rendere l’idea, ci limitiamo a riportare quanto a proposito osserva l’autore: “una parola mal spesa e fuorviante: come se l’un per cento contestato da Occupay Wall Street o dagli Indignados avesse fatto tutto da solo” da Gigliolo, p.75

8.D. Giglioli, p.76

9.D. Giglioli, p.79

10.D. Giglioli, p.84

11.D. Giglioli, p.88

12.D. Giglioli, p.75

13.Di corpi parlano in qualche modo sia Giglioli sia Olivier Razac in Storia politica del filo spinato, Ombre Corte 2002. In questo caso si fa riferimento in particolare ad un articolo di Ezio Mauro, Il corpo degli altri, la Repubblica di sabato 5 settembre 2015

14.Con il termine inclusivo non si deve per forza intendere integrazione se, come ha fatto notare Umberto Galimberti, questa finisce spesso per significare la richiesta allo straniero di “rinunciare alla ‘differenza’ in cui sono le radici della sua identità”_U. Galimberti, Non obblighiamo gli stranieri a integrarsi, D la Repubblica di sabato 8 agosto 2015

15.Y. Haenel, p.81

16.I versi “Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”sono del poeta Paul Valéry e tratti dal suo Cimitero marino, ultima pubblicazione per Mondadori 2000