ROMANZI, RACCONTI E STORIE: QUALCHE CONSIGLIO… PUNTATA N.10

Di: - Pubblicato: 23 Luglio 2015

Lilia Bicec, Miei cari figli, vi scrivo

Einaudi

Noi madri che abbiamo lasciato il nostro paese e i nostri figli siamo come piante nei vasi: mettiamo radici, ma nella terra straniera le nostre radici restano impotenti e deboli, o forse parte di esse sono ancora conficcate nella profondità della terra. Non so, so solo che qui continuiamo a essere chiamate straniere e nel nostro paese siamo state dimenticate.”

Lilia Bicec, Miei cari figli, vi scrivo, p.100

Questa è una storia vera, che più vera non si può. Raccontata senza filtri di alcun tipo, nessun abbellimento narrativo, nessun escamotage letterario.

È il racconto dell’esodo di una donna dei giorni nostri che dalla Moldavia decide di venire in Italia, alla ricerca di un lavoro che le permetta di guadagnare di più per la propria famiglia, e soprattutto per i propri figli.

È la storia di una madre che allo stesso tempo riesce a dar voce a tantissime altre madri, donne che sono nate e cresciute sotto il regime comunista dell’Unione Sovietica, che hanno indossato quella che in moldavo si chiama pufoaică, la divisa invernale degli operai, ma che non per questo hanno vissuto una vera emancipazione a livello sociale. Sono donne che per varie ragioni, dopo la caduta del comunismo, si sono ritrovate a doversi fare carico delle proprie famiglie, sotto ogni punto di vista, e che spesso per questo decidono di emigrare in paesi come l’Italia, restando lontane mesi, ma più spesso anni, dalla propria terra e dai propri figli.

A queste donne Lilia Bicec vorrebbe poter dedicare un canto, per queste donne vorrebbe poter dipingere una grande tela o scolpire un monumento, “madre straniera”, ma dal momento che è solo una madre, da madre non le resta che scrivere ai propri figli.

Lettere quindi, indirizzate ai figli rimasti in Moldavia, lettere mai spedite, ma scritte per dire ciò che non si riesce a dire a voce, né per telefono né di persona nelle rare occasioni di incontro: del viaggio fino in Italia, della ricerca di un lavoro dignitoso e di un posto decente dove stare, della fatica per guadagnare abbastanza da poter inviare qualcosa a casa, a loro, delle difficoltà e delle paure, ma anche delle scoperte fatte e delle cose imparate nel nuovo paese.

Sono un modo, queste lettere, per ricordare la storia della propria famiglia, ripercorrendo quella della Moldavia, e attraverso il passato riuscire così a spiegare un presente in cui: “Un milione di persone su quattro sono emigrate”.

Sono lettere scritte per combattere la solitudine, quella dor che non sembra avere un corrispondente nella lingua italiana: “Forse esiste solo nella nostra lingua questa parola preziosa, e contemporaneamente dolorosa, che significa «desiderio» ma anche «nostalgia»”.

E attraverso queste lettere, nell’attesa che i figli possano essere ricongiunti in Italia, ripercorriamo insieme all’autrice il suo cammino di donna e madre: un percorso che con grande coraggio, ma anche tanta umiltà, con determinazione e forse un poco di testardaggine, l’ha portata a cambiare il proprio destino, a dare una svolta alla propria vita, costruendosi con le proprie mani una nuova storia tutta da vivere.

Giulia Caravaggi