ROMANZI, RACCONTI E STORIE: QUALCHE CONSIGLIO… PUNTATA N.2

Di: - Pubblicato: 29 maggio 2015

 

PUNTATA N.2

Shumona Sinha, A morte i poveri!

Barbés Editore

 

Aggredirlo diventa il modo migliore per difendermi. È uscire da me e andare verso l’altro. È peggio dell’egoismo. È meglio dell’egoismo. È almeno interessarmi all’altro. Così vado verso l’altro, verso di lui, l’uomo, fisso la sua testa, è almeno interessarmi alla sua testa, alla sua persona, se non so amarlo lo detesto, non lo ignoro, non faccio la schizzinosa, non gioco alla piccolo borghese beneducata, reagisco, brucio, mi brucio, odio, aggredisco, vado verso la palude, scivolo sul pendio fangoso, perdo la mappa e la bussola.

Shumona Sinha, A morte i poveri!, p.165

 

Questo è l’unico libro tra quelli consigliati che potreste trovare con un po’ più di difficoltà. Ve lo consigliamo per primo appunto perché abbiate tutto il tempo di reperirlo.

Shumona Sinha è nata a Calcutta nel 1973 e a 28 anni è arrivata a Parigi, dove ha lavorato come interprete presso l’OFPRA (Office français de protection des réfugiés et apatrides) fino alla pubblicazione di questo libro nel 2011. Proprio per il contenuto dell’opera, l’autrice è stata infatti licenziata appena prima che Assommons les Pauvres! uscisse nelle librerie del paese.

Il titolo riprende un poema di Charles Baudelaire, contenuto nell’edizione postuma della raccolta Petits poèmes en prose, più conosciuta come Le Spleen de Paris. E forse è legato anche all’idea, espressa dall’autrice in un’intervista, che alla base dell’impossibilità di una società realmente multiculturale vi sia la miseria economica: “Solo quando si abbatteranno le frontiere economiche, solo quando ogni uomo avrà una vita decente, si potrà sperare nella curiosità per l’altro” (intervista di Tiziana Lo Porto su D la Repubblica delle donne del 17 marzo 2012).

Con uno stile e un linguaggio che procedono per pennellate intense, e spesso violente, Shumona Sinha restituisce, in questo libro, la complessa e articolata atmosfera del suo mondo: la realtà degli uffici per l’immigrazione in cui lavora, il suo incontro-scontro con i colleghi e i richiedenti asilo, e il suo personale percorso di discesa lungo una soffocante spirale di mille voci urlanti nell’inferno che si viene a creare, con il tempo, attorno e dentro di lei.

Leggendo ci immergiamo in questo mondo e insieme all’autrice ripercorriamo il cammino da lei compiuto, fino alla fatidica sera in cui Il Gesto irrompe nella sua vita e rompe il suo silenzio, per tentare di capire, di capire se stessi e le proprie azioni, ma soprattutto per RITROVARSI. Perché nella moltitudine sempre più confusa, nel frastuono sempre più assordante, disorientati, ci si può perdere. Si può perdere la voce, si arriva a perdere la propria identità.

Un’identità tanto più complessa per Shumona Sinha, dal momento che lei stessa è stata (forse lo è ancora?) a sua volta un’immigrata, ma un’identità ricca che le permette di avere un duplice punto di vista su ciò che la circonda e su quello che vive in prima persona.

Proprio questo doppio sguardo sulla realtà delle cose, che sempre sfugge, una lotta continua tra le sponde purtroppo ancora opposte del fiume (e del mare), rende il libro tanto importante. Nonché la sua costruzione che a partire da un singolo episodio, molto particolare, come un cono di luce si allarga, a illuminare tutto ciò che ha a che fare con il mondo dell’immigrazione, e poi sempre di più, fino a scoprire i grandi interrogativi che sono di tutti gli uomini, le ataviche paure, le profonde debolezze, i più oscuri desideri.

Nel conoscere il mondo non facciamo altro che apporre ETICHETTE, per ordinare le cose e poterle poi riconoscere, ma la forza di Shumona Sinha sta nello sfuggire ad ogni tentativo di incasellamento, e allo stesso tempo è qui che hanno origine anche la sua sofferenza e la sua solitudine. Come resistere alle definizioni che gli altri danno di noi, appiccicandocele addosso, senza perdersi nel vuoto: non è forse questa la sfida di ogni uomo, di ognuno di noi, alla ricerca della propria identità e del proprio spazio?

 

Giulia Caravaggi