ROMANZI, RACCONTI E STORIE: QUALCHE CONSIGLIO… PUNTATA N.3

Di: - Pubblicato: 4 giugno 2015

Tommy Wieringa, Questi sono i nomi

Iperborea

Molto tempo prima aveva deciso di sopportare la vita e di non avere aspettative che superassero le sue possibilità; anche le filosofie orientali insegnavano la rassegnazione come condotta di vita. Ma a volte un seme germogliava perfino in una crepa nel cemento – non sarebbe dovuto finirci, eppure ci cresceva, affondava le sue radici nel cemento…

Sapere da dove veniva quel seme era diventato un desiderio

Tommy Wieringa, Questi sono i nomi, p.135

Chi parla è Pontus Beg, un uomo di mezza età, commissario di polizia a Michailopoli, immaginaria città di frontiera in un punto non meglio specificato dello spazio post sovietico, ai confini della steppa asiatica.

Il seme è quello antico del dubbio, che si insinua un giorno tra le crepe della sua vita: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” aveva recitato il pope al funerale della madre. E il seme del dubbio nasce infatti una mattina, all’improvviso, con il ricordo di una canzone che sua madre cantava quando lui era un bambino. All’inizio è soltanto una melodia, poi con la melodia tornano alla memoria anche le parole: sembra essere una vecchia canzone d’amore ebraica….

Cosa si nasconde dietro queste parole dal significato sconosciuto? Cosa si nasconde dietro allo stesso nome della madre, il suo cognome da ragazza?

È la domanda dell’origine: da dove veniamo? È la domanda dell’essere: chi siamo? È il dubbio, per Pontus Beg, delle radici ebraiche, quindi della sua identità di uomo in quanto ebreo.

Ma lei perché vuole saperlo? Ebreo o non ebreo, fa davvero differenza per lei?” gli chiede ad un certo punto il rabbino Zalmar Eder, l’ultimo rimasto in tutta la città: sì, sarà la risposta convinta di Pontus Beg, anche se poi non sa spiegare il perché.

Fa differenza, forse, scoprire di appartenere a qualcosa di più grande che permette di andare oltre la realtà decadente e deprimente di Michailopoli, una città dominata dalla corruzione e dalla passività dei suoi abitanti? Qualcosa che può dare un senso ad una vita che è ormai solo sopportazione e in cui si incominciano ad intravedere i segni della non più lontana vecchiaia. È l’opportunità di una nuova anima, quella che esce dal mikveh, e di un’ultima meta, la Terra Promessa. È la possibilità di un nuovo inizio: “Ora deve innanzitutto leggere la Torah” disse allora il rabbino.

“Questi sono i nomi” non è soltanto il titolo di questo romanzo, è l’inizio del libro dell’Esodo, che nell’ebraismo si chiama con la parola con cui inizia, i Nomi appunto. E dare un nome alle cose, come abbiamo visto, ha una sua certa importanza.

Alla storia di Pontus Beg, va allora, a fare da perfetto contraltare, quella di sette profughi, sette rimasti di un gruppo di tredici: un ragazzo, una donna e cinque uomini, uno di loro ha la pelle scura, è l’etiope. Sono in viaggio VERSO OVEST, attraversano la steppa alla ricerca del mondo abitato dopo aver superato un non meglio specificato confine nascosti in un camion. Camminano da ormai troppo tempo per poter dire esattamente da quando. Non si sa da dove vengano, non hanno nome e il loro avanzare disperato è una rappresentazione potentemente simbolica delle peregrinazioni di tutti i popoli, di ogni tempo nella storia dell’uomo, alla ricerca di un luogo migliore in cui vivere, se non della possibilità stessa di vivere.

In questo romanzo denso e viscerale, che fa male, ma non si molla più fino alla fine, Pontus Beg e i sette profughi senza nome, sono destinati ad incontrarsi, e i loro percorsi finiscono così per incrociarsi: l’esodo degli ebrei è l’esodo dei profughi di tutto il mondo, la ricerca dei nomi dei sopravvissuti diventa la ricerca del proprio nome, capire da dove essi vengano e dove siano diretti significa chiedersi da dove veniamo noi stessi per primi e soprattutto dove abbiamo intenzione di andare.

Giulia Caravaggi