ROMANZI, RACCONTI E STORIE: QUALCHE CONSIGLIO… PUNTATA N.5

Di: - Pubblicato: 17 Giugno 2015

Agota Kristof, L’analfabeta

Edizioni Casagrande

 

All’inizio, non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua.

Agota Kristof, L’analfabeta, p.23

 

Come recita il sottotitolo, Récit autobiographique, questo è in poco meno di cinquanta pagine il racconto di una vita e la storia della nascita di una scrittrice.

Alle soglie dei settant’anni, l’autrice si racconta in undici brevissimi capitoli e lo fa con il linguaggio che la contraddistingue, con quello stile che l’accompagna da quando era ancora giovanissima e che il suo professore di letteratura ungherese, qui scopriamo, già una volta definì con queste parole: “breve, conciso, essenziale”.

Come per tutte le sue precedenti opere, Agota Kristof usa il francese che pure resta, nonostante tutti gli anni passati in Svizzera, una lingua “nemica”, come prima lo sono state il tedesco e il russo, perché è una lingua che si è dovuta “conquistare”, ma soprattutto perché, dice la scrittrice: “questa lingua sta uccidendo la mia lingua materna”.

La lingua materna, quella dell’inizio, è l’ungherese della terra natia che Agota Kristof ha lasciato, poco più che ventenne, insieme al marito e alla figlia di soli quattro mesi: “quel giorno, quel giorno di fine novembre 1956, ho perso definitivamente la mia appartenenza a un popolo”.

Un taglio netto, ma non per questo meno sofferto, così come lo sono le parole e la scrittura, e questo racconto, mai freddo seppur sintetico. Un racconto in cui le diverse lingue delineano le frontiere, reali e non, del mondo in cui Agota Kristof vive, dei mondi che nella sua storia l’autrice ha attraversato.

La lingua come fil rouge di una vita in cui, dopo un’infanzia passata a leggere e a raccontare storie inventate, dopo un’adolescenza racchiusa nella scrittura segreta di un diario, dopo aver trascorso cinque anni in un paese straniero, ci si ritrova di nuovo analfabeti e allora non resta che tornare a scuola, a ventisette anni, così come la figlia di sei che sta per cominciare la sua prima volta: da qui bisogna ripartire.

 

Giulia Caravaggi