ROMANZI, RACCONTI E STORIE: QUALCHE CONSIGLIO… PUNTATA N.6

Di: - Pubblicato: 26 Giugno 2015

Irena Brežná, Straniera ingrata

Keller editore

 

A quel punto l’uomo trova il coraggio di gridare:

«Per caso ha un siero che curi anche la depressione della guerra, la dittatura del matrimonio e le follie dell’emigrazione? Me lo inietti».

Porge al medico il braccio tremolante, arrotolando la manica della camicia.

Irena Brežná, Straniera ingrata, p.49

 

Irena Brežná è nata nel 1950 in quella che era la Cecoslovacchia comunista e nel 1968 ha lasciato il suo paese per emigrare in Svizzera, dove ancora oggi vive e lavora. Agli studi di slavistica, filosofia e psicologia è seguito l’impegno nella mediazione linguistica e a favore dei diritti umani, e dal 1981 è anche scrittrice e giornalista.

Si potrebbe riassumere così questo piccolo, ma prezioso libro. Eppure, nulla di tutto ciò è esplicitato nelle sue pagine; allo stesso tempo esso racconta molto di più.

A parlare sono due voci femminili, ma potrebbe benissimo trattarsi della stessa donna, nonché dell’autrice, la quale racconta di sé prima con la voce di lei giovane ragazza appena “sbarcata” nel paese straniero, poi con la voce di lei ormai adulta della sua esperienza di mediatrice culturale.

Se all’inizio la continua alternanza delle due voci sembra spezzare il ritmo della narrazione, in realtà questa scelta si rivelerà molto efficace: alla fine, infatti, le due fila di cui è intessuta questa storia si ricongiungeranno, chiudendo così il cerchio.

Da una parte, il racconto prosegue sempre uguale, e in modo quasi ripetitivo le storie di altri immigrati nel paese straniero si susseguono, come una collezione di singoli episodi, tra cliniche ginecologiche e psichiatriche, tribunali e centri di detenzione o di accoglienza, consultori per i rifugiati, ospedali e comuni; dall’altra, la voce della giovane ragazza, invece, cresce e si sviluppa con lei.

L’esperienza, molto sentita e sofferta, dell’emigrazione dal proprio paese e da una realtà di tipo comunista, e il processo di integrazione nella Svizzera degli anni Settanta del secolo scorso, sono così raccontati come parte del cammino da percorrere verso l’età adulta, di un più ampio percorso di crescita personale e di sviluppo della propria IDENTITÀ.

Un’identità che prenderà l’originale nome di “stranieritudine”, forse per distinguerla dal semplice “essere straniero” in cui in un primo momento è facile riconoscersi, ponendosi in opposizione al nuovo paese. Allo stesso tempo, sostiene Irena Brežná: “L’identità nasce dall’azione trasformatrice, non dalla semplice compiacenza nei confronti di una nuova cultura”.

Dev’essere qualcosa di più, nascere piuttosto da un processo di costruzione. Non è un “essere altro da”, ma un “andare oltre a”. Significa scavalcare i confini e provare ad indossare abiti diversi, fino ad arrivare a cucirne uno nuovo, mai esistito prima, tutto per sé e a propria misura. È qualcosa di unico: “ogni stranieritudine è fatta a modo suo”.

 

Giulia Caravaggi