ROMANZI, RACCONTI E STORIE: QUALCHE CONSIGLIO… PUNTATA N.9

Di: - Pubblicato: 16 Luglio 2015

Akuta Alikazanovic, Fuga in blu

Transeuropa Edizioni

Esme lasciò il Londra-Luxor un po’ più tardi, stufa di aspettare invano. Il giorno scendeva e non c’era più ragione di strizzare gli occhi come aveva fatto prima Valéry. Sulla gradinata esterna si fermò un istante.”

Jakuta Alikazanovic, Fuga in blu, p.32

Finì d’un sol fiato il bicchiere del giovanotto e all’improvviso (la sua voce fece sussultare Anton) disse: «Se solo la pace fosse la mancanza di guerra, non è vero?»”

Jakuta Alikazanovic, Fuga in blu, p.84

Superate le prime dieci pagine del prologo, non vi resterà che lasciarvi andare e farvi trasportare in questa storia dai contorni fumosi, perdervi in questo labirinto di specchi, in questo gioco di continui riflessi, veri o fasulli, e di continui rimandi, più e meno reali, lungo linee che sembrano unire, collegare, poter così spiegare, e fili spezzati che non portano da nessuna parte perché non c’è alcun posto in cui possano andare. Alla fine, senza che vi sia nulla veramente da capire, ogni pezzo troverà il suo posto e ogni cosa acquisterà un senso.

Qual è la verità? Chi si nasconde dietro chi e cosa nasconde cose? Dov’è finita Ariana e chi ha rubato i quadri alla fondazione Bührle, in Svizzera?

Tutto ruota attorno a “Le Londres-Louxor” del titolo originale francese, ma in fondo anche il blu della traduzione italiana ha una sua centralità: è il filo che tiene insieme tutti gli elementi della storia e, forse si può dire, è il colore stesso di questo romanzo perché “il blu non ha dimensioni, è fuori dimensione…”.

Come il Londra-Luxor, luogo simbolico per ciò che rappresenta più che per quello che realmente è e cioè un vecchio cinema della Parigi dei primi del Novecento che si è trasformato in un club sul finire del secolo. Ritrovo della diaspora iugoslava degli anni Novanta, è infatti “un luogo astratto, non più un punto ma una distanza”. È la distanza che i Balcanici che qui trovano rifugio vivono nei confronti delle proprie origini, il non-luogo di una attesa, anche se molti non sembrano sapere neanche più bene cosa stiano realmente aspettando.

Ma la vera protagonista di questa storia è forse l’assenza: assenza delle origini e di memoria, l’assenza di Ariana e dei quadri rubati, ma anche l’assenza di colore dei capelli tinti di Esme e l’assenza in cui si sente trascinare il suo ragazzo Anton, l’assenza in cui entrambi rischiano insieme di cadere, e poi ci sono l’assenza di un paese che non esiste più e l’assenza di un posto nella società di qui, al di fuori del Londra-Luxor.

Un’assenza presente, a dispetto del significato stretto della parola, che allo stesso tempo è vuoto alle spalle, spazio di possibilità in cui muoversi, filo da seguire per ritrovarsi.

Questa assenza in qualche modo riguarda anche noi. Anche noi siamo forse in attesa senza sapere bene di che cosa. Noi che siamo rimasti da questa parte, fuori, durante quella guerra atroce che pure è accaduta dentro i nostri confini, in quel luogo in cui si dice che tutto è iniziato e in cui tutto ha rischiato di finire, e forse rischia tuttora.

Scrive Jakuta Alikavazovic, per bocca di uno dei suoi personaggi, che: “un giorno tutta quell’incertezza e quella distruzione, che venivano guardate ancora come qualcosa di lontano, di distante, sarebbero apparse qui, in una vicinanza assoluta. Introducendo i margini nel cuore stesso del mondo stabile. Ci si era protetti o premuniti con un sistema di frontiere, con un sistema di dimenticanze, ma il peggio – come dire […] IL PEGGIO ATTRAVERSAVA I MURI”.

Giulia Caravaggi