Carlo Rovelli: Il Partigiano “Rovo” Della Val Grande

Di: - Pubblicato: 20 marzo 2017

Chi frequenta le iniziative dell’ANPI Martiri Niguardesi conosce bene Carlo Rovelli. Nonostante gli acciacchi dell’età è sempre presente, per portare la sua testimonianza della lotta partigiana.

Carlo proviene da una famiglia di solido impegno antifascista. Quando nasce, nel 1925 a Niguarda, il padre è esule in Francia perché, come altri membri del Partito Comunista Italiano, era fuggito per evitare l’arresto. Carlo cresce in un quartiere dove la maggioranza degli abitanti si organizza e non abbassa la testa alla prepotenza dei fascisti.

Durante la guerra, seppur giovanissimo, si unisce  ai compagni della zna organizzando sabotaggi e facendo propaganda antifascista. Viene però denunciato dalle spie del regime ed è costretto a fuggire dalla città, insieme ad altri compagni.

Nel marzo del ‘44 arriva così in Val Grande e si unisce al Battaglione “Valdossola” guidato dal comandante Superti.

Subito si adatta all’ambiente ostile della montagna, con  poche  armi, con poco cibo, il vestiario inadatto e il pericolo costante di morire per una pallottola o finendo in un crepaccio. Ma la forza ed il  coraggio non lo abbandonano mai perchè ha ben chiaro che quella è la scelta giusta da fare.

Alcuni fatti significativi emergono lucidi dai suoi ricordi, come quando, con altri partigiani, andò a Candoglia per recuperare dei preziosi sacchi di farina bianca portati per loro con un furgoncino da un civile ossolano. Dovettero abbandonare in fretta quel materiale perché un aereo in perlustrazione li sorprese mentre nello stesso momento una grossa colonna di militari fascisti stava risalendo la valle per eseguire un rastrellamento.

Carlo fuggì con i suoi compagni ed iniziò una lunga marcia all’interno della Val Grande che durò più giorni, in condizioni di estremo disagio. Avevano poche munizioni e ormai anche  le scarpe erano a brandelli. Arrivarono all’ultima postazione partigiana della Val Grande, la n. 14, chiamata “Piana”, sopra Premosello. Insieme ai due amici Bruno ed Evio decise di fermarsi qui, sotto il comando del Sergente Caretti, un ex-militare originario della Val Vigezzo. Gli venne assegnato il compito di controllare un passaggio chiamato Conca, oltre a fare azioni a “sorpresa” nelle caserme per reperire armi e cibo.

Arrivò poi il  giugno ‘44 con il noto e tragico rastrellamento della Val Grande. Una spietata caccia al partigiano messa in atto da cinquemila nazifascisti, ai quali si opponevano solo cinquecento partigiani. Per sfuggire a questo Carlo ed altri combattenti vagarono in fuga per 15 giorni da una valle all’altra. Alla fine Carlo arrivò, con i suoi due amici e circa altri venti partigiani, ormai sfiniti, senza munizioni e cibo, all’Alpe Casarolo. Era il 22 giugno del ‘44.

Mancava poco all’alba quando, nel buio, scorsero le tre baite dell’alpeggio. Alcuni di loro si fermarono al torrente per dare sollievo ai piedi doloranti. Carlo ed altri andarono alla baita che era usata come cucina. Ricorda ancora la luce fioca che emanava in un angolo un fuocherello acceso. Lì trovarono due alpigiani e un ragazzo di 12 anni, figlio di uno di loro.

Ma poco dopo arrivarono due tedeschi da una postazione sotto l’alpeggio, con delle taniche per prendere il latte.

In pochi attimi fu una strage. I tedeschi uccisero 9 partigiani. Carlo, che si trovava all’interno della cucina, con straordinaria sveltezza si nascose sotto un pentolone, in un angolo in fondo alla cucina. Quelli molto grandi dove si mette il latte per fare il formaggio. Carlo, dalla fessura tra il bordo e il manico del pentolone capovolto, vedeva gli stivali neri del tedesco a pochi centimetri dai suoi occhi.

In quegli attimi per Carlo tutto si fermò pensò ai suoi cari e alla morte imminente. Poi sentì il tedesco che stava all’esterno della baita dare l’ordine al camerata di andarsene veloci. Ricorda bene le parole gridate “schnell! schnell!”.

A questo punto Carlo uscì da sotto il pentolone, aiutò due partigiani che si erano finti morti e insieme scapparono verso la cima della montagna.

E dall’alto, poco tempo dopo, videro un grande incendio. I tedeschi, tornati all’alpeggio con i rinforzi, avevano ucciso i due alpigiani, risparmiando il ragazzo, e dato fuoco a tutte tre le baite.

Insieme a Bruno ed Evio, ridotti ormai allo stremo, dopo alcuni giorni scesero fino a Coloro dove il prete Carlo e la tabaccaia del paese li aiutarono, nascondendoli per alcuni giorni. Ritornarono poi in val Grande unendosi alla 2° divisione Brigata Garibaldi il cui comandante era Muneghina. Seguirono i lunghi mesi invernali, sotto il comando del commissario Pippo Coppo.

Riprese la guerriglia partigiana e gli scontri a fuoco con tedeschi e fascisti. Soffrendo freddo e fame. Verso la fine dell’inverno, sempre con i due amici,  approfittando del passaggio dato da un civile e  nascosti sotto cassette di frutta e verdura, arrivarono nella piana lombarda. Lì, aiutati da conoscenti, si nascosero fino all’aprile del ‘45.

Carlo Rovelli

Con un mite sorriso Carlo ricorda la fine della guerra, quando ritornò a Milano in motoretta, accompagnato da un amico. I folti capelli rossi al vento e dentro di lui la voglia di vivere e ricominciare in una società libera e democratica.

Questi ultimi ricordi di Carlo sono anche stati molto utili a Nico Tordini, ricercatore storico della Val Grande, per ricostruire i fatti dell’alpe Casarolo e riconoscere in Carlo e Bruno i due partigiani la cui identità era stata fino a questi anni ignota.

Grazie Carlo per la tua testimonianza che ci deve spingere all’impegno affinchè i  valori per i quali hai lottato siano sempre rispettati e difesi.

 

 

Maria Maddalena Vedovelli

Gruppo Donne “Sezione Martiri Niguardesi”

ANPI Milano