Dina Serlenga La Sua storia E Quella Di Papà Nicola

Di: - Pubblicato: 8 aprile 2016

Ad un incontro organizzato dalla nostra sezione ANPI per presentare un libro dedicato all’anarchico Pino Pinelli sono stata colpita da una coppia di anziani che seguiva concentrata ed emozionata l’evento. Successivamente ho avuto il piacere di conoscerli e di diventare loro amica.

Erano Dina Serlenga e suo marito Ernesto Della Torre.

 

Dina mi ha così raccontato la sua storia e quella della sua famiglia. Il padre Nicola nacque a Canosa di Puglia nel maggio del 1911 da genitori agricoltori. Anche per Nicola il lavoro che si prospettava era quello di zappare la terra, ma il tempo libero lo trascorreva nella sede degli anarchici di Canosa, già allora centro attivo di militanza. Verso gli anni ’30, come molti meridionali, Nicola si trasferì a Milano in cerca di un lavoro migliore. Ben presto si specializzò alla scuola artigiana in “taglio per calzature” trovando poi un lavoro sicuro presso un negozio ben avviato.

 

Naturalmente non trascurava la sua fede anarchica, unendosi al movimento milanese. Negli anni ’30 questo movimento era molto attivo, non solo a Milano ma anche in parecchie città italiane. Manifestavano per le loro idee di rifiuto assoluto della guerra, contro il capitalismo ed i regimi militari e fascisti. In questi anni si verificarono tanti arresti di anarchici sospettati di preparare attentati e di militare in clandestinità. Anche Nicola in quegli anni venne fermato più volte e finì in carcere per qualche giorno. Erano arresti chiamati “preventivi”, rivolti maggiormente ai militanti del movimento anarchico. Una pratica repressiva per incutere umiliazione e timore, per far capire che erano controllati. Erano delle vere e proprie persecuzioni.

Quando nacque Dina, nel gennaio del ’34, Nicola si trovava proprio detenuto a San Vittore.

Nonostante a suo carico ci fosse solo l’ adesione al movimento, anche per lui ci fu il divieto di usare in strada il bastone e l’ ombrello, ma pure di fermarsi a parlare con qualcuno. Una serie di provvedimenti governativi lo proibiva.

 

Durante la seconda guerra mondiale, con la moglie e le due piccole figlie, Nicola ritornò a Canosa dove la situazione era più “tranquilla” rispetto al nord Italia. Riprese la sua militanza nel movimento anarchico del suo paese, ma anche li la repressione esercitata dai militari tedeschi era presente. Durante un rastrellamento venne arrestato ed inviato nel carcere di Venosa (PZ) e poi al confino sull’isola di Ventotene. Qui conobbe, oltre a Sandro Pertini,  persone temprate da anni di militanza clandestina, reduci della guerra di Spagna, estradati dalla Francia, confinati politici di varie estrazioni ideologiche oltre alla numerosa colonia anarchica. Il confronto era aperto e di alto livello. Nicola ebbe così la possibilità di crescere e di rafforzarsi politicamente.

In quel periodo il fulcro delle discussioni era maggiormente diretto al metodo col quale sconfiggere il fascismo. Al ritorno a casa Nicola troverà la moglie Angela con i capelli bianchi per lo spavento subito la notte del suo arresto.

Dina Serlenga 2

 

Infine, negli anni sessanta e per motivi di lavoro, si trasferì a Brescia dove rimase fino alla fine dei suoi giorni. Anche a Brescia, fedele ai suoi ideali, continuò la sua attività come militante nel circolo anarchico della città. Erano anni in cui gli anarchici subivano ancora forti repressioni. La morte di Pino Pinelli lo scosse e soffrì molto perché lo riteneva un “puro” e un “giusto”. In quei giorni non potendo andare a trovare Licia, moglie di Pinelli, incaricò Dina, che all’incontro porterà per le bambine un paio di scarpette.

Dopo il lavoro, il suo tempo era tutto dedicato alla sezione, molto spesso trascurando gli impegni che avere una famiglia comporta. Se ne rese conto e ne parlò alle figlie alla fine dei suoi giorni: “Forse ho speso troppo per l’anarchia”.

Alla sua morte sulle riviste Seme Anarchico e L’Internazionale verranno scritte queste parole: “Perseguitato, antifascista, di temperamento mite, ma fermo nelle convinzioni anarchiche i compagni lo ricordano con fraterno affetto”.

Nel leggere queste parole il viso di Dina si intristisce ma, com’è nel suo modo, subito si riprende e inizia a parlarmi di lei, di quando a Milano si sposò con Ernesto e di quando, nel ’58, nacque Mauro il loro unico figlio.

 

E’ in quegli anni che iniziò la sua militanza politica, impegnata nelle molte battaglie portate avanti dalle donne dell’ UDI (Unione Donne Italiane) .

 

Al suo fianco ebbe suo marito Ernesto, che fu sempre presente accanto a lei.

Partecipò alle prime manifestazioni contro la guerra in Vietnam, delle quali ricorda la massiccia presenza dei cittadini milanesi. Ma il lavoro più impegnativo fu quello che la vide coinvolta in un lavoro capillare di sensibilizzazione in difesa della pace rivolto ai giovani e alle madri con i figli in età di leva.

dina 1

Nel ’71 il suo impegno fu costante nella mobilitazione che porterà  ai  provvedimenti legislativi di tutela per le lavoratrici madri e per l’istituzione degli asili nido pubblici. Seguì poi nel ’74 l’impegno per la campagna del referendum sul divorzio. Nel ’75 di nuovo in piazza per ottenere i Consultori di Maternità in ogni zona di Milano. Nel ’78 arrivarono le lunghe serate di discussione per decidere la linea da seguire riguardo al referendum sull’aborto. Dina, come molte altre donne, fu molto partecipe nel sostenere questo referendum. Il loro slogan esprimeva molto bene la realtà dei fatti:  “L’aborto non è un contraccettivo ma è un trauma per ogni donna”.

 

Nei primi anni ottanta Dina appoggiò pienamente l’apertura dell’ UDI a tutte le donne e non solo a quelle legate al Partito Comunista. Infatti in quegli anni era diffuso un sentimento di rivendicazione sociale e di consapevolezza che investì tutte le donne.

E così si trovarono a fianco nelle lotte donne cattoliche, borghesi, casalinghe e perfino dame di San Vincenzo. Dina ricorda, con il sorriso sulle labbra, le serate al Circolo delle Donne di viale Monza, dove si discuteva appassionatamente fino a tarda ora. Le dita erano imbrattate del pennarello nero utilizzato per preparare i Tazebao da portare in manifestazione.

 

L’impegno di Dina fu anche diretto a quelle iniziative che permettevano di risparmiare qualche soldo sul bilancio familiare. Per questo ricorda le petizioni fatte per abbassare i costi del telefono, della luce e del gas. Inoltre organizzò, con le altre donne del circolo, un mercatino alimentare dove vendevano a prezzi politici generi alimentari di prima necessità (carne, frutta e pasta).

 

Dina continua con fierezza, insieme a suo marito Ernesto, ad essere presente nei momenti importanti della nostra vita sociale, perché manifestare nelle piazze è ancora molto importante come segno tangibile di protesta civile.

C’è sempre, quando la salute glielo permette, alle iniziative della nostra Sezione ANPI “Martiri Niguardesi” e noi  l’accogliamo con l’affetto e la stima che abbiamo per le persone come il padre Nicola e lei, che hanno donato e tuttora donano una parte della loro vita per costruire una società più giusta, democratica e antifascista.

 

 

 

Maria Maddalena Vedovelli

Gruppo Donne Sezione ANPI “Martiri Niguardesi”