GINA GALEOTTI BIANCHI LA PARTIGIANA LIA

Di: - Pubblicato: 7 maggio 2015

LIAE’ bello attraversare i giardini di via Val di Ledro e vedere, sotto i grandi platani, le nonne del nostro quartiere sedute a chiacchierare fra di loro o intente a far giocare i loro nipoti. Quei giardini, dal 2005, sono dedicati a Gina Galeotti Bianchi , la partigiana “Lia”.

Lei non ha mai frequentato quei giardini perché, come tantissime altre persone, è stata una vittima della guerra.

 

Il 24 aprile del 1945, con Stellina Vecchio, nome di battaglia “Lalla”, in bicicletta stava arrivando a Niguarda per uno scambio di ordini. Forse quello dell’insurrezione generale, per gli operai delle fabbriche del nord di Milano o forse un passaggio di consegne alle donne del quartiere. Ma in via Graziano Imperatore una raffica di mitra, sparata da un camion carico di soldati tedeschi sulla via della fuga, colpì Gina.

A soli 32 anni, incinta di otto mesi, morì all’istante, insieme alla sua creatura.

Poco prima, aveva detto a Stellina: “domani verrà liberato mio marito da San Vittore e, quando nascerà il nostro bambino, non ci sarà più il fascismo”.

Fece fatica “Lalla” a riprendersi. Poi con il lavoro, i nuovi compiti politici, la gioia per la sconfitta del fascismo, la vita lentamente cominciò a ripercorrere il suo corso. Ma quel tragico episodio segnò indelebilmente la vita di Stellina, ne porterà la testimonianza fino alla fine dei suoi giorni.

 

Gina nacque a Suzzara (MN) nel 1913. Qui trascorse la sua giovinezza. A soli 16 anni entrò nel movimento antifascista. Erano anni in cui ben pochi erano impegnati in clandestinità. Dopo il diploma di ragioniera sposò Bruno Bianchi, trasferendosi poi a Milano dove continuarono insieme l’attività antifascista. Nel marzo 1943 venne arrestata e deferita al Tribunale Speciale per essere stata tra gli organizzatori, in città, degli scioperi contro la guerra. Nel carcere di San Vittore venne sottoposta a ben 33 interrogatori, uno dei quali durò 48 ore consecutive. Venne torturata, anche fisicamente, per farle rivelare il nome dei compagni di lotta.

 

Quando cadde il fascismo, il 25 luglio del 1943, non venne scarcerata perché, militando nel partito comunista clandestino, anche il governo Badoglio la ritenne pericolosa.

Solo dopo l’armistizio dell’otto settembre venne liberata dal carcere di Parma. Ritornò a Milano e da subito riprese l’attività antifascista.

Oltre al ruolo di dirigente politico nel Comitato Provinciale dei “Gruppi di Difesa della Donna”, Gina si impegnò nella pubblicazione e nel servizio informazioni della stampa clandestina, compresa l’Unità. Ebbe un ruolo di primaria importanza nel settore di Niguarda del “Gruppo di Difesa della Donna”, all’interno del quale, con grande capacità, si dedicò ad istruire ed organizzare le donne del nostro quartiere. I compiti, svolti sempre in segreto, erano di assistenza alle famiglie vittime della guerra procurando loro viveri, indumenti, medicine ed aiuti economici; di diffondere la stampa clandestina, di tenere

comizi “volanti” nelle fabbriche e nei mercati, di organizzare manifestazioni e scioperi, di

nascondere le persone ricercate dai fascisti, fra le quali erano anche giovani renitenti alla leva e soldati fuggiaschi. In particolar modo aveva a cuore i bambini rimasti orfani, per i quali organizzava momenti di svago. Di recente, nella nostra Sezione ANPI “Martiri Niguardesi”, Sergio Fogagnolo, all’epoca un bambino, ci ha ribadito “che deve molto a Gina”. Il padre, l’ingegnere Umberto, responsabile di Giustizia e Libertà a Sesto S. Giovanni, venne fucilato il 10 agosto del 1944 insieme agli altri 14 martiri in piazzale Loreto. Gina si mobilitò in prima persona e trovò asilo per la mamma di Sergio presso la partigiana niguardese Giovanna Sangiorgio, nascondendola così ai nazifascisti che la cercavano, dopo averla individuata come facente parte di un nucleo partigiano. Difficilmente si sarebbe salvata senza questo aiuto.

Una lapide ricorda la partigiana ‘Lia’ in via Graziano Imperatore, nel punto dove fu uccisa.

Anche la sala del Teatro della Cooperativa è dedicata a Gina ed il suo ritratto è posto all’ingresso della stessa, dove tutti possono vedere il suo viso “dolcissimo” così come lo ricordava Stellina. Renato Sarti, direttore artistico del Teatro, nel 2003, dopo un lungo e straordinario lavoro di ricerca e raccolta di testimonianze, ha creato lo spettacolo “Nome di battaglia Lia”. Un testo teatrale coinvolgente e suggestivo sul coraggio, la tenacia e la bellezza di lei e delle partigiane del nostro quartiere.

Questa rappresentazione, diffusa anche sotto forma di dvd, continua ad ottenere il plauso del pubblico, della critica e dei media locali e nazionali.

 

Nel 2010 la Presidenza della Repubblica ha attribuito una medaglia commemorativa al Teatro della Cooperativa per questo spettacolo, in ricorrenza del 65° anniversario della morte della partigiana Lia. Nel mese di aprile dello stesso anno, “Nome di battaglia Lia” è stato rappresentato nella prestigiosa Sala della Lupa a Montecitorio, alla presenza di altissime autorità politiche. Non ultima la nostra Sezione ANPI, sul grande murale “Niguarda Antifascista” che accoglie chi entra in quartiere, ha fatto disegnare Lia e Stellina, le due partigiane in bicicletta. Tutto questo testimonia che, gli antifascisti niguardesi di oggi, non dimenticano chi ha combattuto e dato la vita per la democrazia, per la libertà di pensiero e di opinione nel nostro Paese.

 

 

Maria Maddalena Vedovelli

Gruppo donne “Martiri Niguardesi”

ANPI Milano

 

Nella foto: Rappresentazione teatrale Nome di battaglia Lia