I SOMMERSI E I SALVATI

Di: - Pubblicato: 4 Giu 2015

La crisi economica sta trascinando verso il basso una parte del paese, che non ce la fa, e l’Italia tutta come paese scivola verso il basso. Non è solo l’andamento dei redditi e del mercato del lavoro a suggerire questa lettura. Secondo l’indagine Demos-Coop in metà delle famiglie c’è stato un nuovo disoccupato e chi cerca un nuovo lavoro fa fatica a trovarlo.

Le disugaglianze tra ricchi e poveri aumentano, la forbice si allarga complice l’evasione fiscale di chi può permetterselo, e un welfare, sempre meno efficace per i più poveri. Eppure nella sensazione degli italiani non sono i 100 miliardi di euro l’anno di evasione fiscale quello che ci impoverisce come paese, nè intere regioni come la Lombardia in preda all’assalto delle organizzazioni criminali e della corruzione diffusa, ma i vitalizi che alcune migliaia di politici si sono auto assegnati. Una visione opportunamente suggerita dai media in mano ai principali gruppi di potere del nostro paese (non a caso siamo per la libertà di stampa in fondo alle classifiche, a “pari demerito” di alcuni paesi dell’Africa nera).

Gli italiani non solo sono sempre più poveri, ma si sentono anche tali. Oggi pezzi della società italiana si sentono “operaizzati”, spinti verso il ceto più basso nel comune sentire: la classe operaia.

Oltre la metà degli italiani (il 52%) si auto colloca nei ceti popolari o nella classe operaia.

Il 42% si sente ceto medio. Poco meno di 10 anni fa, nel 2006, il rapporto risultava rovesciato.

Questa tendenza ha investito un pò tutte le professioni e tutte le categorie. Coinvolgendo anche liberi professionisti e piccoli imprenditori. Oggi il 40% dei lavoratori autonomi si sente “classe operaia”. Solo il 54% ceto medio.

Le donne sono particolarmente significative in quanto da sempre nel nostro paese figure deboli del mercato del lavoro. Su di loro soprattutto si scaricano i pesi e i problemi che investono le famiglie. Non a caso il 55% si sente parte dei ceti popolari contro il 49% degli uomini.

La “discesa sociale” quindi ,degli ultimi dieci anni, non si misura solo nella perdita del 10% del Prodotto Interno Lordo (il fatturato delle imprese per semplificare) e negli indici economici e di reddito, ma forse ancora di più nella percezione sociale.

Investe le figure deboli, con scarsa scolarizzazione o con una scolarizzazione “non richiesta” dal mercato del lavoro, ma anche coloro che avevano conquistato un certo benessere, e si sentivano ormai al sicuro, nei ceti medi della gerarchia sociale. Oggi scoprono di aver perduto terreno sul piano della possibilità di consumi e sulla posizione sociale, di prestigio e potere. Si avanza una nuova società “operaia” in cui però non c’è più nè l’orgoglio professionale e politico nè il senso di apparteneza e di solidarietà che la caratterizzava nel secolo scorso ma solo la delusione e il risentimento verso tutto e tutti per questa nuova condizione.

Una massa di persone su cui stanno puntando con proposte demagogiche e razziste forze politiche senza storia, senza dignità e senza ritegno.

 

Angelo Longhi, presidente sezione ANPI martiri niguardesi