La Resistenza delle infermiere diplomate all’Ospedale Niguarda

Di: - Pubblicato: 22 maggio 2015

Lelia MinghiniLelia Menghini

Nome di battaglia Mimì

 

Sono passata tempo fa davanti al grande ulivo posto vicino all’ ex-Convitto Suore, nell’Ospedale di Niguarda. Quest’albero è stato piantato dai Partigiani, subito dopo la fine della guerra, a rappresentare il loro ringraziamento per il contributo dato dai medici, dalle suore, dalle infermiere e da tutto il personale sanitario di questo Ospedale alla Resistenza.

Mentre guardavo l’ulivo, con le piccole foglie appena spuntate, nella mente sono emersi i ricordi di quanto letto nelle memorie dell’infermiera professionale Lelia Minghini.

 

Lelia lasciò parenti e amici a Conselice (RA) nel 1940, per seguire la sua passione per la professione di infermiera. Un treno la portò a Milano, dove frequentò la scuola per Infermiere Diplomate presso l’Ospedale di Niguarda. Nel 1942 entrò nel Convitto insieme ad altre duecento colleghe.

Come per molti italiani la sua vita cambiò, in un giorno solo, quando Mussolini decise di appoggiare i tedeschi nella guerra. Nel paese, giorno dopo giorno, cresceva la disperazione per la precarietà, la fame, i morti e i bombardamenti aerei.

La guerra coinvolgeva quotidianamente Lelia. Le corsie dell’Ospedale erano piene di malati, vittime innocenti della brutale violenza della guerra. La sua indole di donna giusta e altruista l’avvicinò al personale antifascista, che già si adoperava clandestinamente nell’assistenza dei perseguitati politici e razziali.

Nell’agosto del 1943 il bombardamento aereo su Milano colpì anche l’Ospedale, distruggendo alcuni padiglioni e uccidendo molti civili e ammalati, finiti sotto le macerie. L’indignazione era sempre più forte, anche fra il personale sanitario.

 

Dopo l’8 settembre, durante un bombardamento aereo, venne colpita l’infermeria del carcere di San Vittore. I gerarchi fascisti, non avendo più lo spazio dove imprigionare i detenuti ammalati, si impadronirono del reparto maschile del Padiglione Ponti a Niguarda. La corsia divenne così un carcere vero e proprio per detenuti politici ed ebrei. Per fortuna, i fascisti lasciarono in quel reparto il personale ospedaliero esistente.

Lelia conosceva bene queste lavoratrici. Molte erano sue amiche: la Molteni, la Peron, la Berti, la Rossi, la Modoni e la Orlandini. Capo Sala di questo reparto era la suora trentina Giovanna Mosna, anch’essa protagonista di azioni eroiche e Medaglia d’Oro della Resistenza.

E’ in questo periodo che un gruppo di medici del Policlinico e di Niguarda diede vita al Comitato di Liberazione Nazionale Medici (CLNM), riconosciuto dal CNL nazionale e considerato il primo CNL di categoria sorto in Italia durante la Resistenza. Questi medici salvarono centinaia di persone, proteggendole negli ospedali cittadini, oltre a svolgere il lavoro di collegamento con i combattenti delle valli.

Il personale agì concretamente per aiutare questi prigionieri, Lelia in prima fila, fino al termine della guerra.

Determinante fu anche l’intima amicizia e la fiducia che la legava all’infermiera Maria Peron, donna coraggiosa e forte. Lelia sapeva che l’amica svolgeva, clandestinamente, un’intensa attività antifascista al fianco dei partigiani del quartiere di Niguarda.

 

Il primo tentativo organizzato dalle infermiere di liberare un detenuto politico fallì perché scoperte dai questurini. Per questo motivo le infermiere Nucci e Berretta vennero mandate in campo di concentramento. L’infermiera Rossi, prima portata nel carcere di San Vittore, venne poi rilasciata. Mentre Maria Peron riuscì a scappare attraverso una finestra e si unì alle formazioni partigiane della Val d’Ossola.

Nonostante il pericolo e il rischio ai quali sarebbe andata incontro, la fuga dell’amica rappresentò per Leila l’inizio del suo totale impegno politico nella Resistenza. In collaborazione con i medici del CNLM diede così vita a una organizzazione clandestina interna, strutturata con regole ferree, finalizzata alla fuga dei detenuti politici e all’aiuto delle formazioni combattenti. Creò un gruppo formato da una decina di fidate infermiere diplomate. Si valse poi della collaborazione del personale antifascista dell’Ospedale: medici del CNLM, primari inclusi, religiosi, ausiliari, operai, fino ai portieri.

Attraverso il medico interno, Dottor Grossoni, tenne informato il CNLM della Lombardia sull’andamento dell’infermeria carceraria dell’Ospedale.

 

Lelia, in collaborazione con le colleghe e le altre figure professionali, riuscì a far scappare circa 40 detenuti incarcerati nel Padiglione Ponti, fra cui una donna.

Tra questi Aldo Tortorella, divenuto poi dirigente del Partito Comunista Italiano, il quale solo nel 1976, dopo più di 30 anni, seppe che fu proprio Lelia ad organizzare la sua fuga dall’Ospedale.

 

 

L’impegno di Lelia nella Resistenza non fu solo scandito dal ritmo delle fughe dei prigionieri politici. Basandosi sulle confidenze fattele da Maria Peron, riuscì a stabilire i contatti con gli antifascisti del quartiere di Niguarda. In particolar modo con la partigiana Giovanna Molteni Sangiorgio, “Giovannina”, abitante nelle case di via Hermada, adoperandosi nel ruolo di staffetta e distributrice di materiale clandestino. Aiutò nel quartiere anche tante donne, madri e vedove che, a causa della guerra, vivevano in condizioni di povertà assoluta. Nel tempo che le rimaneva libero dal lavoro di infermiera portava alle donne bisognose cibo e generi di prima necessità.

 

Giunse, finalmente, il 25 aprile 1945, che non segnò ovviamente la fine degli arrivi in Ospedale di feriti e moribondi, ma che rappresentò, in quella sofferenza, un importante giorno di festa.

E’ solo dopo il 29 aprile che Lelia si comprò un vestito nuovo per passeggiare per Milano, finalmente liberata, con gli occhi luccicanti di gioia.

 

 

Maria Maddalena Vedovelli

Gruppo Donne – ANPI Sezione Martiri Niguardesi Milano