Maria Peron La Leggendaria Infermiera Dei Partigiani Dall’Ospedale Di Niguarda Alla Val Grande

Di: - Pubblicato: 18 dicembre 2015

Quando mi trovo nella Sezione ANPI Martiri Niguardesi, lo sguardo si posa sempre sulla fotografia di una giovane partigiana. Le guance paffute, gli occhi luminosi, le mani delicate con i polsi esili contrastano con quella sorta di divisa che indossa. Pantaloni e camicia in tessuto militare con cucita sul petto una grande croce rossa e ai piedi robusti scarponi. Alle sue spalle si vedono sentieri e fitti boschi. Quella giovane è Maria Peron l’infermiera dei partigiani della Val Grande.

 

 

Maria nasce a Borgorico (PD) nel 1915 e muore a San Bernardino Verbano (NO) nel novembre del 1976. Si diploma infermiera ed è con questa professione che viene assunta a Milano presso l’Ospedale Maggiore di Niguarda, con mansioni di “ferrista” in sala operatoria.

Dopo l’8 settembre 1943, come per molti italiani, la sua vita involontariamente cambiò. Entrò in contatto con la Resistenza milanese tramite  i prigionieri politici che, dall’infermeria del carcere di San Vittore, bombardata, erano stati trasferiti all’Ospedale di Niguarda.

La sua fede cattolica la spinse subito a stare dalla parte dei più deboli, mettendosi a disposizione per aiutare le vittime  della guerra.

Attraverso il parroco Don Macchi di Niguarda prese contatti con la partigiana  Giovanna Molteni  di via Hermada. Con lei avrà uno scambio d’ informazioni ed impegni clandestini  sempre molto importanti nell’ambito della lotta partigiana organizzata in quartiere.

maria peron

Nel maggio del 1944, mentre con altre colleghe stava organizzando la fuga di un partigiano ricoverato nell’infermeria del carcere, venne scoperta dai questurini fascisti. Riuscì a scappare da una finestra e raggiunse la casa di Giovanna. Fu lei,  il giorno dopo, ad accompagnarla ad Intra, nel Verbano, dove Maria si unì alla formazione garibaldina “Val Grande Martire”.

Quel giorno freddo e piovoso fu accolta a braccia aperte, come “una manna”, dai partigiani stanziati in una baita di Orfalecchio in Val Grande. Il Maggiore Dionigi Superti la salutò dicendole “Mi piaci perché non sei dipinta”. Nonostante la vita “comoda” della città appena lasciata, si adattò subito a quella situazione, dormendo su due misere assi e mangiando un pezzo di polenta senza sale.

 

Il giorno dopo  il Maggiore Superti le diede in consegna una cassettina con pochi medicinali e qualche benda, poi la condusse in una baita dove c’erano dei feriti e dei malati, sdraiati su dei giacigli fatti con le foglie di faggio. La sua impressione, alla vista di tutte quelle teste fasciate a turbante, fu quella di trovarsi ,non in un’infermeria, ma in un campo di eremitaggio indiano.

Da quel giorno, lassù sulle montagne dell’Ossola, a soli venticinque anni divenne “Maria l’infermiera”, camminando fra le baite a curare i feriti, sempre con la sua borsa carica di ferri chirurgici e sulla testa una taglia di cinquemila lire. E così, fino alla fine della guerra, Maria si prodigò in ogni modo tanto che, come è stato scritto, dove c’era lei  l’assistenza era la più pronta e più efficace che le brigate Garibaldi potessero vantare.

In poco tempo la Peron riuscì ad organizzare un servizio sanitario dotato di un pronto soccorso, in modo che le condizioni di vita fossero, igienicamente, le più adatte alle necessità dei malati.  Riceveva periodicamente, attraverso le sue ex colleghe dell’Ospedale di Niguarda e dal Comitato Nazionale di Liberazione dei Medici, del prezioso materiale sanitario.

 

Dopo non molto, verso la metà di giugno, dovette lasciare questa postazione perché, dopo sedici ore di aspro combattimento, il Capitano Mario Muneghina, nella notte, diede l’ordine di ritirata.

Tra difficoltà inaudite e nel buio pesto  Maria, con i suoi ammalati, dovette seguire la colonna. Camminavano alla cieca e, per non precipitare nei burroni, i feriti doloranti si tenevano per mano formando così “una penosa catena umana”. Dopo ore di cammino, da una valle all’altra, arrivarono  a Busarasca, un posto più sicuro.

Nonostante le difficoltà,  il morale di tutti era alto perché ognuno era consapevole del contributo che dava alla patria, tradita e venduta dai fascisti, e alla lotta per la libertà del popolo.

All’arrivo Maria non potè riposarsi, perché una staffetta l’avvertì che il partigiano Scampini era stato ferito gravemente a ponte Casletto, perciò doveva andare a soccorrerlo.

Con la sua borsa di pronto soccorso e accompagnata da un partigiano,  dopo una marcia lunga e piena di pericoli, perché la zona era controllata dai nazi-fascisti, raggiunse la baita. Sul fieno, avvolto in un lenzuolo inzuppato di sangue, giaceva Scampini con un aspetto quasi cadaverico. Maria constatò una perforazione addominale con segni di di peritonite in atto. Si fece coraggio e a due mani fece l’intervento chirurgico, una laparotomia.

Senza anestesia, con pochi ferri a disposizione, senza guanti e a lume di candela.

Non potendo fermarsi sul luogo diede istruzioni precise a dei boscaioli su come medicare la ferita. Questi, a causa del pericolo incombente, dopo qualche giorno trasferirono Scampini dalla baita ad una grotta dove rimase per ben ventisette giorni, superando discretamente lo stato molto grave della sua malattia.

 

Maria ottenne dalle suore di Finnero degli abiti paesani ed una gerla. In questo modo, vestita da alpigiana, poté  circolare sul territorio ma sempre con cautela perchè la sua presenza in zona era stata segnalata ai fascisti.

Poteva così mantenere i contatti con il Parroco del paese, Don Giuseppe, il quale le trasmetteva informazioni sugli spostamenti dei fascisti. Come quella, importantissima per le formazioni partigiane, che avrebbero lasciato la zona il ventisette di quel mese di giugno 1944.

Cercava in tutti i modi, attraverso le donne del paese, di rimediare quelle poche castagne e del latte per tenere in vita “i suoi ragazzi”, come chiamava gli ammalati, diventati ormai la ragione della sua vita.

Maria Peron 3

Un giorno mentre tornava da Cicogna verso la sua formazione in montagna, vicino al cimitero del paese, sentì dei rumori strani. Si nascose dietro ad un masso e da lì poté vedere una scena che la sconvolse. Un gruppo di tedeschi, con una scarica di mitra, colpiva prima ai piedi e dopo alla testa dei giovani partigiani, facendoli stramazzare a terra morti.

Quella scena selvaggia ed orribile la colpì fortemente, lasciando nel suo animo il turbamento perché quella poteva essere la sua imminente fine. Ma il pensiero dei suoi ammalati da curare le diede la forza di superare quella sensazione di morte, che era calata su di lei.

Appena arrivata all’accampamento dovette subito intervenire perché il partigiano Berto, causa una caduta, si era fratturato una gamba. Costruì un apparecchio a trazione con i pesi, realizzandolo con una carrucola della teleferica dei boscaioli, approntando così un rudimentale apparecchio nel modo migliore possibile, viste le circostanze.

Berto potè stare in trazione solo pochi giorni perché furono informati di un imminente avanzata dei fascisti. Maria fu costretta quindi, in poco tempo, a fare una riduzione dell’osso ed una ingessatura che permise di trasportare il ferito in un luogo più sicuro. Malgrado questi inconvenienti Berto guarì senza avere in seguito conseguenze ed infermità.

 

Il suo soccorso lo portò anche al giovane Laurenti,  che durante un agguato fu ferito ad una scapola e perse la prima falange di un dito. Ad amputarglielo e a curarlo fu lei. Da quell’incontro nacque la loro storia d’amore che culminò nel matrimonio appena terminata la guerra.

La sera del primo marzo ’45, mentre attendevano un lancio alleato, un nutrito gruppo di nazi-fascisti, di sorpresa, si inoltrò nella valle e circondò l’alpeggio dell’Alpino, dove si trovava l’infermeria allestita dalla Peron.

Allarmata, ma con sangue freddo, riuscì ad organizzare la fuga degli ammalati e a nascondere il materiale sanitario. Per ingannare il nemico, mentre si ritiravano, fece suonare il grammofono ad alto volume, così  i nazi-fascisti arrivarono con calma all’alpeggio e non trovarono nessuno.

Grazie al suo coraggio ed alla sua dedizione salvò e curò non solo tanti partigiani ma anche  dei prigionieri nemici. E spesso valligiani, anch’essi privi di assistenza sanitaria a causa della guerra.

Per tutte queste attività le venne attribuito il grado di Medico di Brigata.

Nonostante le condizioni di continuo pericolo non usò e non volle mai tenere un’arma addosso.

 

Maria ricorderà sempre la gioia  del giorno tanto desiderato, quello della Liberazione, sentimento però non disgiunto dal dolore per quei giovani che aveva visto cadere e per le madri che non avrebbero più rivisto  i propri figli.

Commoventi sono le sue parole in un intervista rilasciata il 5 maggio 1945 : “ Voglio assicurare queste Madri che in Val Grande, a Finnero a Malasco, in Val Pogallo in Val di Terza, in Val San Bernardino, in ogni dove, io ho fatto per loro quanto una Madre avrebbe potuto fare.”

Dopo la guerra Maria lavorò presso una Radiologia del Verbano ma a causa delle radiazioni assorbite dal suo corpo venne colpita da una grave malattia che la portò alla morte a soli sessant’anni.

 

Nel nostro quartiere ritornò spesso, terminata la guerra, per trascorrere piacevoli pomeriggi in compagnia delle amiche Giovanna e Giuditta Sangiorgio. Alcune persone, ancora oggi, ricordano la sua voce dolce e tranquilla che portava consolazione a chi l’ascoltava.

Nella nostra Sezione in uno scritto, dove parla di Maria Peron, Giovanna dice “non dimenticatela perché ha fatto tanto per la Patria”.

A Rovegro, le è stata dedicata la scuola elementare ed una targa la ricorda sul muro della chiesa di Cicogna.

 

Maria Maddalena Vedovelli

Gruppo Donne ANPI Martiri Niguardesi Milano