Racconti Partigiani: Domenico Brunero, Dal Piemonte a Niguarda

Di: - Pubblicato: 5 giugno 2017

Da molti anni ormai, per motivi di salute, Domenico Brunero è in contatto con la nostra Sezione Martiri Niguardesi solo attraverso internet. E così ci siamo ‘incontrati’ la prima volta. Poi però ci siamo visti di persona, a casa sua.

Qui mi ha raccontato la sua storia di giovane partigiano nella Brigata Garibaldi Piemontese.

Domenico nasce in una famiglia patriarcale di contadini, nel gennaio del 1925 a Viù (TO).

La frazione fa parte dei 35 paesini della Valle di Viù che, con le valli d’Ala e Grande, fanno capo al capoluogo Lanzo Torinese.

Sono valli chiuse, con montagne selvagge ed aspre, alte fino a 3.600 metri e valichi alpini difficili da superare per raggiungere la confinante Val di Susa o le valli francesi.

La valle era formata da piccole frazioni molto distanti tra loro, perfino i dialetti erano diversi. E questo non facilitava le aggregazioni sociali e politiche, nemmeno quelle parrocchiali. La gente viveva in modo semplice, lavorando molto.

Nell’ autunno del ‘43 si presentò in paese un maresciallo dei Carabinieri per la chiamata alle armi e chiese proprio a lui, che stava uscendo dalla sua stalla, dove abitasse Domenico Brunero.

Domenico fu pronto a sviare il militare, dandogli indicazione di cercarlo nella parte opposta del paese, rispetto a casa sua.

Domenico sapeva bene cosa lo aspettava se si fosse arruolato nella Repubblica Sociale Italiana. Sapeva delle nefandezze messe in atto dai fascisti stabilitisi a Lanzo, perché le sentiva raccontare in casa sua.

Consapevole di quello a cui sarebbe andato incontro decise di non stare da quella parte ma di unirsi ai partigiani della sua valle.

Una volta fuggito, su di lui, diciottenne, incombeva ormai la pena capitale.

Si unì alla formazione partigiana chiamata “Villa”, formata prevalentemente da giovani come lui renitenti alla leva. Responsabile del gruppo era un “anziano” trentenne, Francesco Sarda, più esperto di loro perché aveva fatto la guerra in Albania. Veniva poi saltuariamente da Torino un Commissario Politico per istruire ed organizzare questi giovani ed inesperti partigiani.

A causa della particolarità della valle, stretta ed impervia, della poco esperienza militare del gruppo  e per gli scarsi mezzi di cui disponevano era difficile per questa brigata organizzare azioni importanti contro i fascisti.

Furono invece di grande aiuto come rinforzi alle formazioni vicine meglio organizzate, com’era quella della Val di Susa. Per raggiungerli ci volevano giorni di marcie faticose con valichi pericolosi da passare. Ricorda Domenico la fatica, la fame e la paura che non li abbandonava mai, dormendo in luoghi di fortuna. A volte su tavolacci, all’interno delle baite in pietra.

Aiutavano le altre formazioni anche quando c’erano da compiere assalti ai treni. In Val di Susa ne transitavano parecchi, carichi del materiale prezioso, diretto in Germania, razziato dagli occupanti nazisti agli italiani.

Numerosi furono anche gli assalti alle caserme per recuperare armi e munizioni. Le azioni avvenivano nelle località in fondo alla valle dove, in particolar modo dopo l’8 settembre 1944, le caserme erano state quasi abbandonate. Questo materiale bellico recuperato veniva poi distribuito alle varie formazioni o portato a Torino dal loro contatto politico.

Durante questi lunghi mesi più volte Domenico riuscì a salvarsi dall’arresto nascondendosi fra gli anfratti della sua montagna. In queste valli i nazifascisti mettevano in atto dei capillari rastrellamenti contro questi odiati giovani chiamati “codardi della leva” per i quali, se arrestati, non c’era pietà alcuna.  Nell’autunno del ‘44 da Lanzo Torinese partì un’offensiva molto importante:  1.500 nazifascisti, dotati anche di mezzi corazzati, furono dispiegati contro le formazioni partigiane di queste valli.

Vennero catturati molti partigiani e comandanti, che furono poi fucilati in piazza a Torino. Moltissimi altri furono torturati ed uccisi sul posto. Fra questi amici e conoscenti di Domenico.

Questo tragico rastrellamento è ricordato sul Colle del Lys, situato fra la Valle di Lanzo e la Val di Susa.  Un monumento ed una targa ricordano i 2.024 caduti delle brigate partigiane dislocate in queste valli durante la guerra di Liberazione.

Informati del massiccio rastrellamento in corso Domenico, Francesco e gli altri compagni della formazione “Valle” iniziarono la ritirata verso i valichi alpini. Considerata poi la situazione, ormai troppo pericolosa per loro, decisero di sconfinare in Francia conoscendo bene il territorio da transitare.

Dopo un lungo e faticoso viaggio, superando montagne alte anche 3.600 metri, arrivarono in Val D’Isère dove  trovarono truppe americane e inglesi rimaste sul posto proprio per rifornire i partigiani del Piemonte di armi e vestiario.

Furono ospitati in un hotel requisito dove finalmente dormirono in un letto e mangiarono in una mensa. Per tutto il tempo furono impegnati, dall’alba al tramonto, nei lavori più pesanti che l’organizzazione richiedeva. Dai francesi si tenevano però alla larga perché tra loro era ancora vivo il ricordo dell’invasione italiana del 1940.

Venne poi la fine di aprile ‘45 e Domenico, insieme all’amico Francesco,  ritornò al suo piccolo paese.

Ricorda bene la manifestazione del 7 maggio a Torino, una grande festa durata due giorni.

A vent’anni per Domenico ricominciò una nuova vita. Finalmente c’era la libertà che tanto aveva desiderato fra i boschi fitti delle sue montagne. Ma la guerra gli ha lasciato ferite inguaribili nell’animo. Ancora adesso, ultra novantenne, gli capita di svegliarsi di notte e rivivere quei momenti dove scappando fra gli alberi sentiva il fischio delle pallottole intorno a lui.

Domenico grazie, la tua testimonianza è importante  perché ci fa riflettere sulla guerra e sulle sue conseguenze. Ci deve servire per essere sempre vigili, per non dover subire ancora una volta quello che hai subito tu e tutti gli italiani che hanno vissuto la crudeltà della guerra.

 

 

 

 

Maria Maddalena Vedovelli

Sezione Martiri Niguardesi

ANPI Milano