La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 gennaio 2016

a cura di Giulia Caravaggi

libri

Illustrazione di Quentin Blake

 

AUGURI DI BUON ANNO!

 

Stig Dagerman, I giochi della notte (Iperborea)

 

Samuel Beckett, Da un’opera abbandonata (SE)

 

Erasmo da Rotterdam, La guerra piace a chi non la conosce (Sellerio)

 

 

Scrittore ancora troppo poco conosciuto, uomo da scoprire e riscoprire, andandolo a cercare dietro il meschino alibi di una vita troppo breve, come se bastasse sparire dalla faccia della terra per nascondersi per sempre.

Stig Dagerman brilla di una luce che, chi sa vedere non può più ignorare, fin dalle prime sue parole che si ha la fortuna di incontrare.

Troppo assoluto per accettare compromessi, troppo intransigente per accontentarsi di consolazioni, Dagerman appartiene alla categoria di quelli che non sanno perdonare a se stessi la sofferenza e l’umiliazione degli altri, che non possono non opporsi con tutto il loro essere all’ingiustizia del vivere” (da L’OPINIONE DELL’EDITORE).

Forse tutto questo ha a che fare con la predilezione nelle sue opere per un particolare tipo di sguardo, per un preciso punto di vista: quello dei bambini. Pagine in cui riesce a dare davvero il meglio di sé.

Quasi ci fosse un’incapacità a crescere e diventare adulti. E d’altronde compromessi e consolazioni non sono forse parole di un vocabolario prettamente “da grandi”?

Perché leggerlo allora?

Proprio per questo: per quella luce che passa e si spegne dopo averlo incontrato e conosciuto. Per fermarsi, anche solo un istante, per il tempo di un racconto, su quello che si è perso e chiedersi se si è davvero costretti a perderlo quel qualcosa.

Per sorprendersi nel ritrovarsi, da adulti, più nelle parole e nei pensieri di un bambino che in quelle dei grandi che lo circondano. Ancora una volta.

Come se quel bambino non dovesse davvero crescere mai.

 

Non lasciatevi ingannare dal titolo, prendetelo piuttosto come uno spunto, per continuarla voi quest’opera abbandonata.

Beckett la scrisse nel 1955, l’inizio di un romanzo che non sarà mai terminato, ma non come avviene di solito per la morte dell’autore, da collocarsi invece ben più in là, nel 1989.

Le poche pagine che la compongono sono qui affiancate dall’originale inglese, da un’accurata cronologia, da un bell’apparato fotografico e da un interessante scritto di Emil M. Cioran su Beckett, l’uomo e lo scrittore.

Persona cortese e discreta, di una fragilità nascosta, interessato più alla vita che alla letteratura in sé, sempre così concentrato sul presente e sull’ostacolo del prossimo futuro da essere al di fuori del tempo.

Una vita di ostinazione e di solitudine, dove le parole sono diventate tanto importanti che senza quasi Beckett smette di esistere, dove il limite è punto di partenza.

Scrive Emil Cioran: “Più d’una delle sue pagine mi appare come un monologo dopo la fine di un periodo cosmico. Sensazione di entrare in un universo postumo, in una geografia sognata da un demone, liberato da tutto, anche dalla sua maledizione!”.

L’assoluto, come in poesia: tutto il resto non conta.

Nelle venti pagine che compongono il testo de Da un’opera abbandonata c’è tutto questo, c’è tutto Beckett se vi interessa.

 

Con un tempismo purtroppo quasi profetico Sellerio aveva pubblicato lo scorso autunno un testo di Erasmo da Rotterdam tratto dagli Adagia, una raccolta di oltre quattromila proverbi e “modi di dire”.

Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 la parola guerra è stata molto pronunciata, e da più parti. Ma siamo sicuri di sapere di cosa stiamo parlando?

La riflessione dell’umanista olandese, vissuto tra la seconda metà del XV secolo e la prima metà del XVI secolo, ruota attorno ad un motto di Vegezio: Dulce bellum inexpertis.

La guerra piace a chi non sa cosa sia, è una di quelle esperienze, scrive Erasmo da Rotterdam: “di cui non si comprende quanto siano pericolose e nocive, se non dopo averle toccate con mano”.

E ancora, tra queste è quella che più “è opportuno intraprendere con esitazione, che anzi è opportuno evitare, scongiurare, respingere in ogni modo possibile”.

Perché: “Nulla è più empio della guerra, nulla più sciagurato, nulla più pericoloso. Da nulla, come dalla guerra, è più difficile venire fuori e nulla è più tetro e indegno dell’essere umano, per non dire del cristiano”.

Le parole di Erasmo da Rotterdam risuonano straordinariamente attuali nel descrivere i processi degenerativi che conducono alla guerra e le sue conseguenze, nel riportare le motivazioni addotte da chi decide di intraprendere una guerra e i (forse vani?) ragionamenti che a tali motivazioni si possono contrapporre.

Parole che sono state scritte alle soglie delle guerre di religione contro i fantomatici Turchi.

Appena entrati nel nuovo anno sarebbe forse bene ricordarle, per non cadere ancora una volta in modo troppo poco consapevole in un fragile quanto bieco tranello.

E forse, come già scriveva nel Cinquecento Erasmo da Rotterdam: “sarebbe bene che provassimo un po’ di nostalgia per la pace. Lo stato di desolazione in cui versa il pianeta lo imporrebbe. Lo implora il mondo intero, spossato dalle sventure”.